CRISI DI GOVERNO ED ELEZIONI ANTICIPATE: L’ITALIA SENZA DRAGHI SCIVOLA NELL’INSTABILITÀ. LA DESTRA ANNUSA LA VITTORIA.

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Si va al voto con la prospettiva di un successo della coalizione di centro destra. Oggi questo dicono i sondaggi. È stata giusta la linea dell’intransigenza? De Gasperi agì diversamente, ma erano altri tempi. 

Dopo le dimissioni di Draghi si apre lo scenario elettorale più complicato degli ultimi trent’anni o forse più. Il centro destra non è unito, almeno non più di tanto, ma si presenterà unito per ragioni evidenti e molto concrete, fiutando una vittoria che molti danno per scontata; il centro sinistra si ridurrà a un Pd senza alleanze – questa fu la scelta di Veltroni nel 2008 – pronto a giocare la carta del suo rafforzamento in nome dell’alternativa al blocco Meloni-Salvini-Berlusconi e del voto utile; il centro, infine,  prenderà forma all’insegna di un agglomerato ad “alta fedeltà draghiana”, chiamando a raccolta l’elettorato che non si riconosce nel nuovo bipolarismo disegnato baldanzosamente sulla dialettica tra Letta e la Meloni. In ogni caso, i rapporti di forza che usciranno dalle urne potrebbero essere diversi – spes contra spem – da quelli che attualmente registrano i sondaggi.

D’altronde, fino a ieri i sondaggi ci dicevano che la stragrande maggioranza degli intervistati era contro le elezioni anticipate e giudicava positivamente, con una percentuale più bassa ma comunque rilevante, l’operato del governo Draghi. Ora, le tensioni innescate dalla formalizzazione della crisi possono solo rafforzare i timori per quello che appare agli occhi della pubblica opinione un pericoloso sbandamento, lesivo del ruolo e dell’immagine dell’Italia, con riflessi negativi proprio sul terreno della politica europea ed internazionale. Certamente l’uscita di scena di Draghi non è indolore, quale che sia l’opinione politica dei contendenti: le prime reazioni dei mercati suggeriscono di tenere alta la guardia. Un motivo in più, questo, per auspicare un raffreddamento della crisi, delineando un percorso ordinato che collochi le elezioni dentro un quadro di relativa sicurezza.

Sono tutti auspici che possono scontrarsi con la dura realtà. Avere un esecutivo debole – vedremo quale – non corrisponde in alcun modo al bisogno di stabilità del Paese. Si fa presto a lodare l’adamantina coerenza di un “tecnico” che lascia il palcoscenico della politica perché ravvede la gravosità del compromesso e il contraccolpo conseguente sulla sua credibilità personale. Nel discorso di Draghi al Senato è risuonato l’allarme per la disinvoltura di Salvini nei rapporti con Putin. Anche De Gasperi, nel lontano settembre del 1946, dovette misurarsi con l’iniziativa solitaria, non concordata, di Togliatti sulla questione di Trieste. Fu percepita come una rottura della solidarietà tra i partiti di governo. De Gasperi reagì con fermezza, ma gestì la crisi con la dovuta calma: solo dopo 8 mesi, nel maggio del 1947, si determinò alla rottura del tripartito e solo dopo un altro anno affrontò lo scontro decisivo, con le storiche elezioni  del 18 aprile del 1948.

Oggi non abbiamo De Gasperi.