CRISTIANI E CITTADINI

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Elezioni, un’occasione propizia per riflettere sull’impegno costituente dei cattolici italiani. Già all’indomani della fine del regime, molti intellettuali cattolici avvertirono come per costruire un’etica civile condivisa fosse prioritaria la rieducazione del popolo italiano al valore del gioco democratico. Oggi la responsabilità chiama i credenti a esprimere col proprio voto consapevole l’amore per la casa comune, così da difendere le frontiere più a rischio e più deboli di quella medesima casa. Il testo qui riproposto, per gentile concessione dell’autore, è stato pubblicato su settimananews.it (in fondo il link per la lettura dell’originale completo).

 

La campagna promossa dal Movimento Laudato sì per il Tempo del Creato 2022, con un intenso richiamo alla responsabilità e alla partecipazione consapevole al voto nelle imminenti elezioni politiche, è un’occasione propizia per riflettere sull’impegno costituente dei cattolici italiani. Si tratta di un argomento particolarmente vasto e complesso, sul quale la storiografia si è a lungo e a fondo interrogata.

Attingendo alla messe di studi sul tema, vorrei offrire soltanto alcuni rapidi spunti di riflessione che aiutino a sottolineare le motivazioni dell’impegno dei cattolici italiani nella fase di destrutturazione e di ristrutturazione del sistema politico italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale. In un momento decisivo della storia del Paese, tra la crisi del regime fascista e la fase di elaborazione della carta costituzionale, essi sprigionarono una forza creativa e costruttiva al servizio delle istituzioni di grande significato.

Cattolici e politica

Preparato da una lenta e feconda gestazione di idee nel corso degli anni Trenta, questo lungo itinerario di riflessione e di impegno si era accelerato nel pieno della guerra. Nel radiomessaggio natalizio del 1942 Pio XII dettò lo stile e indicò l’orizzonte: non lamento ma azione era il precetto dell’ora. Lo sguardo e i passi andavano indirizzati non più al passato, a una civiltà perduta, ma al futuro, a un mondo nuovo da costruire.

Questo appello suscitò un diffuso fervore nella cultura cattolica. Si moltiplicarono conciliaboli e cenacoli, da casa Padovani a Milano a casa Paronetto a Roma, sino alla celebre vicenda del cosiddetto Codice di Camaldoli. La riflessione ruotava attorno alla possibilità di conciliare il pensiero cattolico con la democrazia politica e con il regime capitalistico e sull’ipotesi di fondare su queste basi, con le necessarie distinzioni e correzioni, il sistema civile ed economico ormai in cantiere.

Nel frattempo, la partecipazione di tanti giovani cattolici alla Resistenza, pur nella diversità delle scelte personali e delle espressioni della lotta partigiana, era ispirata da un condiviso e profondo senso di partecipazione al destino della patria. Dinanzi allo sfascio della nazione, quella presenza indicava un impegno irreversibile, assunto in piena coscienza come laici credenti, assolvendo il quale, per citare la testimonianza di Ezio Franceschini, i cattolici impararono ad amare, più della vita, la libertà e la giustizia.

Conclusa la guerra, il mondo cattolico si immergeva così da protagonista in un tempo nuovo, difficile e appassionante. Al suo interno le sensibilità, le tensioni, le differenze erano molteplici ma su alcuni aspetti la riflessione e l’azione dei cattolici riuscirono a convergere verso una meta comune, a vantaggio del bene di tutto il Paese. Vorrei provare a richiamare questi aspetti, in rapidi cenni.

Partecipare allo spazio pubblico

Si fece anzitutto strada la crescente consapevolezza della necessaria distinzione tra la sfera religiosa e quella politica dell’impegno dei credenti nel mondo. Certo, è ben noto che la tenzone tra un approccio laico e liberale alla politica e uno più integralista e totalizzante fu molto lenta a scemare e inferse delle ferite affatto superficiali nel tessuto connettivo del movimento cattolico.

Ma, fuori del fuoco della controversia, emerge un progressivo rispetto della natura “altra” della politica, nella convinzione di dover realizzare insieme una comunità civile fondata su principi e su valori riconosciuti e condivisi anche da quanti non appartengono al cattolicesimo.

Da ciò conseguiva il compito, per i cattolici, di porsi nell’arena pubblica alla pari con gli altri, di tessere relazioni, di articolare un dialogo con altre culture e altri orientamenti, secondo la logica evangelica del lievito.

È, in questo, molto eloquente la lettera che Aldo Moro, giovane costituente sottoposto a pesanti pressioni della gerarchia per la difesa di quelli che, in un gergo fortunatamente caduto in disuso, si sarebbero definiti valori “non negoziabili”, inviò il 16 novembre 1946 al presidente dell’Azione cattolica italiana Vittorino Veronese, spiegando l’ardua fatica della mediazione e l’impossibilità di riprodurre nella Costituzione esclusivamente il punto di vista dei cattolici.

Un orizzonte internazionale

Un altro elemento significativo che gli studi hanno permesso di meglio comprendere è il valore del dialogo intergenerazionale nel mondo cattolico durante l’età costituente. Esistevano radicali differenze di vedute tra la generazione degli ex-popolari e la seconda generazione cresciuta durante gli anni del fascismo: il primato assegnato alla politica dai primi e al lavoro culturale dai secondi; l’interpretazione del fascismo come parentesi oppure come risposta sbagliata a problemi vivi e veri; il riferimento ai “liberi e ai forti” dei più anziani e la vivace percezione dei problemi della società di massa dei più giovani; la dialettica tra il dovere dell’agitazione antifascista e la robustezza del vincolo patriottico; tra democrazia liberale e democrazia economica; tra logica partitica e animazione della società civile.

La trasformazione di questi punti di attrito, sotto la sapiente regia di Alcide De Gasperi, da un potenziale motivo di frattura in una risorsa per orientare meglio il percorso verso l’obiettivo di una democrazia sostanziale e partecipata, fu un altro passaggio saliente compiuto dal cattolicesimo politico.

Il pensiero cattolico fu inoltre sensibile al rischio che poteva comportare il cristallizzarsi del confronto politico entro i confini della sola dialettica partitica e dello scontro identitario, che si rivelerà sempre più forte con l’approssimarsi delle logiche della guerra fredda.

Già all’indomani della fine del regime, molti intellettuali cattolici avvertirono infatti come per costruire un’etica civile condivisa grazie alla nuova democrazia rappresentativa, fosse prioritaria non già la distinzione delle identità partitiche, ma la rieducazione del popolo italiano al valore del gioco democratico, la formazione di una coscienza diffusa, capillare della cittadinanza e dei diritti e dei doveri che da essa scaturiscono, il mantenimento della mobilitazione spontanea che segnò i mesi tra il crollo del regime e la liberazione e che però, come noto, non riuscì ad esprimersi nella consapevolezza compiuta di una cittadinanza comune, superiore alle singole appartenenze.

 

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