CULTURA D’IMPRESA L’industria deve saper comunicare se stessa. Il libro di Calabrò (Osservatore Romano)

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Il mondo industriale italiano si sta interrogando su come rimettersi alla guida di un processo di sviluppo (sostenibile) del Paese. Del resto più che di una scelta si tratta di una necessità, se si vuole competere.

Proponiamo per gentile concessione la recensione, che L’Osservatore Romano pubblica nell’edizione odierna, del libro di Antonio Calabrò, L’avvenire della memoria. Raccontare l’impresa per stimolare l’innovazione, Edizioni Egea, Milano, 2022 .

 

Marco Bellizi

 

L’Italia del dopoguerra, come è noto, è cresciuta in maniera impetuosa grazie non solo agli aiuti arrivati da oltreoceano, ma grazie anche a quegli industriali che si sono fatti carico di ricostruire un intero Paese attraverso la propria laboriosità e il proprio ingegno. Ai nostri giorni non c’è economista, sociologo o politologo che non si volga con sguardo malinconico alla stagione in cui personaggi come Olivetti pensavano alla fabbrica come centro di una comunità, attorno alla quale crescevano case, scuole, una cultura della bellezza a tutto tondo. Una cultura del fare e del fare bene. Un’imprenditoria che sarebbe poi svanita nel fumo del conflitto di classe, lasciando spazio, dopo aver prevalso nel confronto anche cruento degli anni ‘70, a una classe dirigente di altro tipo, con altra cultura e altri obiettivi.

 

Era, quello del dopoguerra, un gruppo di “capitani d’industria” caratterizzato da una consistente componente etica, forgiato dal conflitto mondiale, ma aperto a un futuro che si pensava potesse essere radioso e progressivo. C’è oggi un movimento economico-culturale che si rivolge a quella esperienza, in un momento in cui ci si rende conto che il modello di sviluppo utilizzato dagli anni ’80 in poi del secolo scorso è in fase di esaurimento. Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli, presidente di Museimpresa, nel suo libro L’avvenire della memoria. Raccontare l’impresa per stimolare l’innovazione (Edizioni Egea, Milano, 2022, pagine 129, euro 16) aggiunge a questo “amarcord” l’appello a rimettere l’impresa al centro della vita culturale del Paese. Non un semplice auspicio, ma l’invito a tornare a comunicare quello che l’industria italiana sta già facendo adeguandosi alle nuove necessità, a un mondo che giustamente chiede di porre il benessere della persona come obiettivo produttivo invece che come mera leva dei consumi.

 

L’industria italiana, sostiene Calabrò, ha le carte in regola per una stagione simile a quella del dopoguerra. Deve però saper comunicare se stessa, così come avveniva un tempo attraverso le sue storiche pubblicazioni, la «Rivista Pirelli», il «Gatto selvatico» di Eni, la «Comunità» di Olivetti, la «Civiltà delle macchine» di Finmeccanica-Iri, periodici (house organ si direbbe forse oggi) che ospitavano dibattiti culturali, articoli degli intellettuali illustri dell’epoca, progetti e aspirazioni, veicolando l’idea di un mondo nuovo, ancora da creare.

 

L’operazione di cui si parla non è facile né scontata: «C’è il fatto — scrive Calabrò — che la figura stessa dell’imprenditore ha una sua carica di ambiguità» e il risentimento sociale è sempre un elemento di cui tenere conto. Tuttavia, ricorda Calabrò, che è anche vicepresidente dell’Unione industriali di Torino, «sono le imprese, oggi, a interpretare il ruolo principale di ascensore sociale, in un’Italia troppo a lungo ferma, stagnante, invecchiata, lenta a crescere, scarsamente incline alla mobilità»; l’industria italiana è molto più avanti di quanto non si pensi, «legata ai territori, attenta alle dimensioni della qualità e della bellezza, sta crescendo e incorporando i valori della sostenibilità ambientale e sociale tra le ragioni di fondo della competitività sui mercati globali». Bisogna fare di più, naturalmente. Per Calabrò bisogna prendere la strada di un rilancio dell’approccio keynesiano; lo Stato deve tornare a mettere le imprese in condizioni di operare nel senso sopra indicato, creare i presupposti di un “remade in Italy”. «Per la filiera produttiva — scrive l’autore — dovrà aprirsi un tempo in cui il territorio sia fonte di valore nella sua dimensione di bene comune da rigenerare>. 

 

Ci sono dei nuovi “capitani d’industria” animati dall’aspirazione di edificare un Paese e non solo dalla fame di accumulare profitti. Ed è positivo che il mondo industriale italiano si stia interrogando su come rimettersi alla guida di un processo di sviluppo (sostenibile) del Paese. Del resto più che di una scelta si tratta di una necessità, se si vuole competere. Ma con una avvertenza: in un’economia che aspira ad essere circolare (il “Rapporto Symbola” sulla green economy, citato nel libro, evidenzia come le imprese italiane siano leader europei sotto questo aspetto) va trovato spazio anche alla dimensione del conflitto, che per sua natura interrompe ogni circolarità. «La cultura d’impresa è estranea alla vuota retorica», osserva nel libro Calabrò, e dunque occorre non cadere nell’errore di un’autoreferenzialità sognante. La realtà è complessa e se è vero che ogni trasformazione crea, appunto, tensione il punto fondamentale è come porsi di fronte a quest’ultimo. Ma questa è un’altra storia.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 7 luglio 2022