Culture riformatrici e “federazione” politica. L’opinione di Merlo.

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In un contesto ancora fortemente caratterizzato dalle scorie del populismo grillino, lunica strada realisticamente percorribile resta quella di legare lattualità e la modernità di una cultura politica – nel caso specifico del cattolicesimo popolare e sociale – in un contenitore più largo e pluralistico. Quello che comunemente viene definito come una federazione” o un soggetto politico plurale”.

Giorgio Merlo

L’avvento del populismo, che purtroppo non è ancora arrivato al suo capolinea politico ed elettorale, ha contribuito a radere al suolo ogni seppur lontana reminiscenza di cultura politica nel nostro paese. Oltre ad aver distrutto i partiti, azzerato la competenza, archiviato la qualità della classe dirigente e liquidato la politica ha dato un colpo di grazia anche alle cosiddette “culture politiche”. Cioè a quelle tradizioni ideali, culturali, etiche e progettuali che hanno rappresentato il faro che illuminava e stimolava il confronto politico tra i vari partiti per molti decenni. Oltre ad essere l’unico motore capace di far vivere la politica nella pubblica opinione.

L’irruzione del populismo nelle sue diverse versioni, dal “vaffa day” alla rottamazione, dalla fedeltà dogmatica nei confronti del “capo” o del ”guru” alla rincorsa spasmodica ed ossessiva dei sondaggi, ha di fatto distrutto la politica, i partiti e, soprattutto, le culture politiche. È del tutto evidente che le conversioni improvvise, misteriose e collettive del partito populista per eccellenza, cioè i 5 stelle, è comica se non addirittura grottesca. Perchè populisti erano e populisti rimangono. Gli unici cambiamenti sono dettati, come tutti sanno, dalle convenienze del momento – nel caso specifico dalla rendita di posizione di restare in Parlamento e al potere ancora per qualche tempo – ma nulla c’entrano con la politica, i programmi, la prospettiva politica o, giammai, i riferimenti ideali.

Ma, al di là delle vicenda politica legata ai 5 stelle – che interessa prevalentemente se non quasi esclusivamente chi risiede nelle istituzioni locali e nazionali di quel partito – quello che ci deve interessare è, semmai, come si possano riscoprire e rilanciare nel dibattito politico contemporaneo le culture politiche per trasformarle, possibilmente, in azione politica concreta. E su questo versante, purtroppo, non possiamo esimerci da una considerazione di fondo. Ovvero, non c’è più una corrispondenza diretta tra la singola cultura politica che alimenta e vivifica una singola formazione politica. E questo non solo perchè i “partiti personali” che ormai dominano in modo incontrastato la politica italiana hanno azzerato qualsiasi forma di riferimento ideale ma per la semplice ragione che le culture politiche sono diventate progressivamente oggetto di dibattito storico ed accademico. Cioè legate quasi esclusivamente ai ricordi di un passato improponibile o legato, appunto, all’arricchimento degli archivi storici.

Ecco perchè, in un contesto del genere ancora fortemente caratterizzato dalle scorie del populismo griullino, l’unica strada realisticamente percorribile resta quella di legare l’attualità e la modernità di una cultura politica – nel caso specifico del cattolicesimo popolare e sociale – in un contenitore più largo e pluralistico. Quello che comunemente viene definito come una “federazione” o un soggetto politico “plurale”. E questo anche perchè i partiti fortemente identitari difficilmente sono riusciti a far breccia. La conferma arriva dalle centinaia di tentativi fatti in questi ultimi anni e tutti puntualmente falliti. Sia sotto il profilo politico che sul versante elettorale. E l’unica via d’uscita resta, appunto, quella di saper legare in un progetto virtuoso e credibile una ricca e moderna eredità culturale con altre tradizioni ideali. Riformiste, democratiche e costituzionali. Spezzando, definitivamente, quella degenerazione del partito personale e del dogma della personalizzazione della politica che hanno contribuito in modo potente a ridurre la politica alla sola simpatia e popolarità del suo capo. Cadute queste, tutto il castello precipita.

E, quindi, è proprio su questo versante che si può tentare di iniziare ad invertire progressivamente la rotta. Cioè a restituire alla politica quel ruolo e quella funzione che le spetta. Cercando, come si è fatto nelle migliori stagioni politiche e storiche del nostro paese, di legare ogni scelta e ogni progetto politico ad un riferimento culturale ed ideale. Passa da questa strettoia la fuoriuscita dalla subcultura populista di marca grillina. Perchè dopo il freddo glaciale e l’inverno non può che arrivare, salvo sorprese imprevedibili, la primavera.