DA DRAGHI COL CAPPELLO IN MANO. CONSIDERAZIONI SULLA CAMPAGNA ELETTORALE E SUL FUTURO GOVERNO.

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Un’occasione sprecata sotto il profilo della discussione sulle questioni cruciali: la campagna elettorale si chiude senza un colpo d’ala. E dopo il voto? Una volta archiviato il capitolo elettorale e falliti i tentativi di formare governi diversi, non resterà che tornare da Draghi, con merito per quanti lo hanno sempre sostenuto, come il Pd e i centristi, e con il cappello in mano per tutti gli altri.

Si è chiusa una campagna elettorale non certo memorabile né per la qualità del confronto politico né per la capacità di coinvolgimento degli elettori. In particolare appare un’occasione sprecata sotto due profili. Quello riguardante una discussione sulla qualità della nostra democrazia, sui meccanismi della rappresentanza e dell’effettivo esercizio della sovranità in una ottica di sussidiarietà che gli specialisti della dottrina sociale della Chiesa definirebbero orizzontale e verticale, vale a dire fra corpi intermedi e stato e fra i vari livelli di governo. E un’occasione sprecata sotto il profilo della discussione sulle questioni cruciali per la nostra epoca come la stabilità internazionale, l’energia, la transizione ecologica e digitale.

Sul piano dei meccanismi istituzionali, durante questa campagna elettorale, sono emersi tutti i limiti causati dalla stratificazione di scelte sbagliate compiute nel passato. Le riforme che si sono susseguite dalla fine della prima repubblica avrebbero dovuto rendere il cittadino arbitro, come lo intendeva Ruffilli, e invece lo hanno reso quasi del tutto ininfluente. È pur vero che il sistema proporzionale con preferenze presentasse delle criticità. Ma a queste si sarebbe dovuto ovviare ad esempio con collegi più piccoli o con altri possibili accorgimenti. Invece si è scelta la strada del maggioritario senza rigidissime procedure, imposte per legge visto che ci manca la maturità dei Paesi anglosassoni, di selezione democratica dei candidati nei collegi uninominali e nei listini proporzionali. In tal modo si è ottenuto il risultato di una partitocrazia senza più partiti, in cui un numero di persone che si può contare sulle dita delle mani, ha in concreto già scelto almeno il 90% del nuovo parlamento, lasciando la definizione del restante decimo, non più di qualche decina di parlamentari, alle scelte degli elettori indecisi e alle bizzarrie del Rosatellum. 

A rendere l’autoreferenzialità dei candidati ancora più vistosa ha contribuito la riduzione del numero dei parlamentari, facendo in modo che nei posti sicuri di elezione andassero di norma candidati meno capaci di rappresentanza e slegati dal territorio (non di rado paracadutati in posti a loro estranei e, per sicurezza, candidati in più collegi, una cosa questa la pluricandidatura inconcepibile nei sistemi democratici più avanzati), ma in compenso i più fedeli ai leaders che li hanno nominati.

Anche sotto il profilo dei contenuti la campagna elettorale non sembra aver fornito prove convincenti rispetto a quell’«urgenza di visioni ampie» richiamata dai vescovi italiani. L’agenda, come sempre ormai, l’ha dettata il giornale unico, ovvero un sistema informativo che appare sempre più lontano da un effettivo pluralismo. Ciò ha fatto sì che agli elettori arrivasse prevalentemente un unico messaggio: che il ceto medio si deve impoverire ulteriormente, che le aziende devono sopportare la crescita esorbitante dei costi dei materiali e dell’energia per far fronte alla presunta minaccia identificata ossessivamente nella Russia, perché questo, far capitolare la Russia anche mettendo a repentaglio la pace mondiale, corrisponde agli interessi, e ai deliri, di chi controlla il circo mediatico occidentale. È mancata da parte dei leader politici la capacità di pensare e agire in autonomia, di spiegare il momento, la difficile fase storica che stiamo attraversando, di immaginare come sarà il mondo dopo la guerra, e quali possibilità restano di evitarne le estreme conseguenze per dirimere lo scontro mondiale in atto fra i fautori di un assetto mondiale unipolare e i fautori di un assetto mondiale multipolare (e non multilaterale, i due termini non sono affatto sinonimi). È mancata la capacità di fare politica. 

E per questo ritengo, ma è un’opinione personalissima, che in un tal desolante contesto la proposta politica della lista Renzi-Calenda, al di là dei suoi stessi interpreti, quella di una riconferma di Mario Draghi a premier, meriti una seria considerazione in chiave elettorale. Nell’eclissi della rappresentanza popolare, e in attesa che rinasca una grande capacità di protagonismo politico dei ceti medi, le opzioni si riducono essenzialmente a due. O assistere passivamente agli irresponsabili tentativi di realizzazione della distopia dell’élite transumanista, malthusiana e post-democratica oppure scegliere e sostenere la parte più sana e realista fra le élite che, dietro la parvenza della democrazia,  esercitano nei fatti la sovranità nell’Occidente. La seconda opzione è quella che per forza di cose (l’orientamento al bene comune delle vicende umane) e alla prova dei fatti, degli ottimi risultati ottenuti dal governo Draghi, si sta imponendo. Al punto che, una volta archiviato il capitolo elettorale e falliti i tentativi di formare governi diversi, non resterà che tornare da Draghi, con merito per quanti lo hanno sempre sostenuto, come il Pd e i centristi, e con il cappello in mano per tutti gli altri, per chiedergli di rimanere al timone dell’Italia anche per la prossima legislatura.