Da Largo Argentina a “Via Mejo de gniente”: piccole grandi storie di cultura e genialità capitolina.

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Il libro A Roma di notte le fontane si muovonodi Paolo Fallai, firma del Corriere della Sera, illustra settantacinque ritratti di luoghi pieni di curiosità e di sorprese che solo la Città Eterna può riservare. La recensione è tratta dall’Osservatore Romano del 12 marzo.

 

Alberto Fraja

 

Quanti romani sono convinti che il Teatro Argentina deve il suo nome alla piazza su cui si affaccia dal 1732? Probabilmente tutti. E invece no. Il nome viene da una torre del XVI secolo, appartenente a un vescovo che si firmava «episcopus argentinus», dal nome della sua città natale, Argentoratum, l’attuale Strasburgo.

 

Via Piccolomini è una strada romantica e maestosa vicina a villa Pamphili, famosa in tutto il mondo per la prospettiva della cupola di San Pietro e l’illusione ottica che la mostra più grande via via che ci si allontana e più piccola via via che ci si avvicina. Bene. Molti quiriti penseranno che tale strada sia intitolata ad Enea Silvio Piccolomini, Pio II, uno dei più grande papi della storia della Chiesa. Il pontefice, per dirne una, che trasformò il piccolo borgo della val d’Orcia, Corsignano, dove era nato, nella stupefacente Pienza, la “città ideale” secondo i canoni architettonici e urbanistici del Rinascimento. Sbagliato. La strada di cui sopra è dedicata a Nicolò Piccolomini, attore per passione e pilota di aerei militari controvoglia, ucciso il 20 gennaio 1942 nel cielo di Napoli, durante la sua prima missione. Al grande pontefice eponimo è intitolata soltanto una minuscola stradina di una cinquantina di metri alle spalle della pineta Sacchetti.

 

Procediamo. Via Merulana 219 è un «non luogo». Andare a cercare lì il palazzo del «pasticciaccio brutto» raccontato da Carlo Emilio Gadda, è un’avventura. Al civico 219 non c’è il «palazzo dell’oro e dei pescecani» descritto dal geniale scrittore milanese. Nel 1997, il Comune volle apporre una targa per ricordare il gran lombardo e il «capolavoro della letteratura del ‘900». Solo che quella insegna venne incastonata duecento metri più su, all’altezza del civico 268, tra largo Brancaccio e Santa Maria Maggiore, su un palazzetto intristito dalla coscienza di essere il più basso di tutta via Merulana.

 

Quelli fin qui illustrati, sono solo alcuni dei settantacinque ritratti di luoghi pieni di curiosità e di sorprese che solo una città come Roma può riservare. Li ha rinvenuti prima e raccolti poi in uno stimolante volume dal titolo fantasy “A Roma di notte le fontane si muovono” (Solferino, 240 pagine, 16 euro) Paolo Fallai, firma del Corriere della Sera. Fallai, attraverso una precisa ricognizione della storia materiale e topomastica dell’Urbe, smonta convinzioni che sembravano acquisite per sempre. Svela segreti e fornisce notizie e particolari inediti di cui in pochi avevano contezza. Racconta insomma le cose accadute e quelle che sarebbero potute accadere di una Capitale magica, che non smette mai di sorprendere. Cogliamo ancora fior da fiore dal libro.

 

«Al numero civico 12 di via della Mercede una epigrafe posta nel 1898 ricorda col giusto orgoglio: “Qui visse e morì Gianlorenzo Bernini sovrano dell’arte” — scrive l’autore —. Sarebbe stata perfetta se solo avessero aggiunto: «qui accanto». Perché il palazzo su cui è messa venne senz’altro acquistato dal sommo artista al culmine del suo successo. Ma Gianlorenzo Bernini ha vissuto, lavorato ed è morto qualche metro più in là, nel palazzo vicino, al civico numero 11».

 

Rimanendo in tema, c’è da sapere che la casa romana dove Michelangelo visse per oltre 50 anni e dove morì il 18 febbraio 1564 non esiste più. L’abitazione fu demolita all’alba del Novecento per far posto al monumento a Vittorio Emanuele II e alla nuova geometria di Piazza Venezia. Si è salvata solo la facciata, ricostruita, smontata e perfetta per «coprire» un deposito dell’acquedotto al Gianicolo.

 

E che dire delle splendide fontane romane di cui al titolo? Per esse non c’è stata mai pace: concepite per essere collocate nel luogo tale, sono state smontate per essere rimontate nel luogo tal’altro un’infinità di volte. Qualche esempio? Quella che Carlo Maderno progettò per il rione Borgo è finita in Corso Rinascimento. La Terrina di Campo de’ Fiori non stava dove la vediamo, si è dovuta spostare per lasciare spazio alla statua di Giordano Bruno. Ed è solo una copia. L’originale è in piazza della Chiesa nuova, vicino alla statua di Pietro Metastasio che doveva essere collocata a San Silvestro ed è finita lì, «con l’espressione ancora perplessa».

 

Finiamo con una chicca. A Ponte di Nona, ben oltre il raccordo anulare, dietro le pressanti richieste degli abitanti, venne aperta nel 2010 una piccola strada che consentiva di risparmiare un giro immenso ai residenti per raggiungere i servizi. Mentre il Comune pensava a come chiamarla, i residenti le dettero il nome “Via mejo de gnente” con tanto di targa stradale. Sono geniali questi romani.