DA PARTITO IPOTETICO, DEBOLE PER IDENTITÀ E PROGETTO, A PARTITO-COMUNITÀ: IL “SALTO” DEL NUOVO PD.

14967

 

Qual è la novità? Reduce da una sonora sconfitta, il Pd è finalmente libero da ogni “responsabilità repubblicana”. Ora si tratta di ricostruire un progetto politico. Il populismo forse si supera con il recupero di un neo-popolarsmo che, all’interno del Pd, è chiamato a svolgere un ruolo importante decisamente appannato negli ultimi tempi dal contributo offerto dagli eredi della tradizione cattolico democratica. Dal congresso, insomma, deve emergere un partito-comunità, ovvero un partito che si alimenta prima di tutto di passione e di pensiero critico.

 

Giuseppe Aloise

 

Si è finalmente definito, nell’ultima Direzione del Partito, il percorso per il congresso Costituente del Nuovo Pd, che prevede fra l’altro l’elaborazione del “Manifesto dei principi e dei valori fondanti del nuovo PD”. La ri-fondazione e/o la ri-generazione del Partito si sostanzia, dunque, in un processo costituente non già di un nuovo Partito ma di un nuovo Pd che dovrebbe nascere, se le parole hanno un senso, sulle ceneri del Pd così come lo abbiamo sperimentato fin dalla sua nascita, e fino all’ultima débâcle elettorale del 25 Settembre. L’ultimo insuccesso fa seguito ad una serie di sconfitte elettorali che avrebbero dovuto da tempo indurre i gruppi dirigenti ad una severa riflessione sulle cause della perdita dei consensi. Nel marzo del 2018 i partiti cosiddetti “populisti”, che diedero poi vita al governo giallo-verde, divennero  lo sbocco naturale di una protesta che non trovava e non trova più ascolto in una sinistra che lo studioso francese Thomas Piketty non esitò a definire “bramina”: la sinistra come “casta dei bramini”, l’aggregato sacerdotale della società induista.

 

Eppure, all’indomani del risultato elettorale del 2018 non era mancata qualche voce profondamente autocritica. L’ex Ministro Marco Minniti, per esempio, aveva descritto lo stato d’animo degli sconfitti con una dotta citazione di un brano dell’ultima lettera di Vladimir Majakovskij prima del suo suicidio: “La barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana”. Ma poi si era subito pentito della bella citazione, come ci racconta Francesco Merlo su Repubblica, perché “anche questo è stato sconfitto, il passato, un modo di stare al mondo, la sinistra che ha alle spalle i libri di Gramsci e di Majakovskij, un’antropologia percepita come aristocratica”. Non si dimentichi che il populismo per gran parte è figlio dell’elitarismo. Già dal 2015, dopo il calo dei consensi alle elezioni regionali, D’Alema aveva evidenziato che “è avvenuta una cosa più grave di una rottura politica: una rottura sentimentale. Una parte degli elettori di sinistra hanno rotto con il Pd, e difficilmente il Pd li potrà recuperare”. Le rotture sentimentali, infatti, sono più difficili da recuperare perché non si alimentano di giudizi di convenienza ma di “convinzioni”.

 

Dopo il clamoroso insuccesso del 2018 c’era da attendersi una riflessione seria e severa sulle cause della protesta e della rottura con l’elettorato tradizionale di sinistra. Si avviò, invece, una inconcludente operazione di facciata che lasciò in piedi ed intatta la governance del partito senza un minimo di riflessione sulle novità intervenute nella società italiana e sul sistema della rappresentanza politica, corrosa, nel frattempo, dalla crescente astensione elettorale. L’ingresso nel governo dopo la crisi del Conte-1 diede al gruppo dirigente l’illusione della centralità del Pd che, in mano di fatto ai governisti, apparve subito come una forza politica che, nonostante gli insuccessi elettorali, continuava a governare il paese attraverso manovre di palazzo.

 

L’ultima competizione elettorale caratterizzata dal fallimento della ricerca del cosiddetto campo largo, dal crollo annunciato nei collegi uninominali, dalla consolidata perdita dei consensi elettorali del Pd e dall’inevitabile successo in termini di rappresentanza parlamentare della destra, è storia recente, sulla quale il congresso dovrebbe esprimere una valutazione critica per disegnare un processo di rilancio della presenza del partito nella nostra società. Intanto al governo del paese, dopo il risultato elettorale, si è insediata la destra di Giorgia Meloni con il supporto di forze politiche fortemente ridimensionate sul piano dei consensi (Lega e Forza Italia). È sicuramente una destra post-fascista ma sarebbe fuorviante e deleterio inventarsi una riedizione aggiornata del ventennio che non verrebbe percepita dall’opinione pubblica. Anche perchè si è subito registrato uno strisciante appiattimento dell’informazione che prelude ad un deplorevole conformismo che tende addirittura a romanticizzare la vita e la figura della Presidente del Consiglio.

 

La polemica sull’antifascismo, sulla permanenza della fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia è polemica sterile perchè, fra l’altro, non coglie la natura e la motivazione dei consensi raccolti dal partito della Meloni. Se fosse valido lo schema interpretativo secondo il quale Fratelli d’Italia è un partito erede della destra sociale, statalista e con venature post-fasciste, avremmo dovuto registrare una netta affermazione di questa formazione nel  mezzogiorno. Invece Fratelli d’Italia è paradossalmente il partito del Lombardo-Veneto ove passa dal 4% circa del 2018 ad oltre il 33% del settembre 2022 ridimensionando, così, il radicamento tradizionale della Lega e annullando Forza Italia. La Meloni, col suo governo, tenderà invece, al di là degli iniziali provvedimenti identitari, a caratterizzarsi come espressione di un moderno neo-conservatorismo.  Nel discorso alla Camera, infatti, ha enfatizzato il riferimento al noto filosofo conservatore-tradizionalista  Roger Scruton. Addirittura sul piano economico ha  prospettato una riedizione del laissez-faire: “Non disturbare chi vuole fare’“. In questo contesto ed in questo quadro di alleanza di governo il Pd, se vuole recuperare una funzione di centralità, non può sottrarsi nel prossimo congresso ad operare una scelta coraggiosa di rinnovamento e di ridefinizione di una propria identità.

 

Il congresso deve smentire con i fatti quanto preconizzato da Edmondo Berselli che, all’atto della fondazione del nuovo partito, non esitò a definire il Pd un “partito ipotetico”. Il Pd è reduce da una sonora sconfitta ma è finalmente libero da ogni “responsabilità repubblicana”. L’opposizione in Parlamento e nel Paese potrà cancellerà l’immagine di un partito condannato a governare quasi per effetto di una sorta di “conventio ad includendum”. La partecipazione ai governi tecnici (Monti e Draghi) è stata percepita dall’elettorato tradizionale come una perdita di identità. Il Pd deve ritornare, perciò, a parlare a quelle fasce dell’elettorato che si sono sentite abbandonate o addirittura tradite e che, invece, si sono sentite rappresentate dalla Meloni e da Conte  soprattutto  nel Mezzogiorno. Il Pd è nato sull’onda della narrazione ottimistica del globalismo, ora in crisi profonda per l’insorgere e la diffusione di inaccettabili diseguaglianze.

 

La crisi del globalismo neo-liberale non può indurre però il partito ad isterilirsi in una posizione dogmatica, incline perciò all’estremismo di sinistra. In taluni riemerge un pensiero politico evocativo della lotta di classe!! Le culture politiche del Novecento sono tutte in crisi e superate. Ma sarebbe un errore ritenere che la fine dei partiti ideologici possa comportare la fine di ogni riferimento ideale. I guasti dei partiti leggeri e carismatici, attenti alla sola gestione del potere, sono sotto gli occhi di tutti. Il patrimonio delle culture politiche che hanno ispirato i partiti del secolo scorso deve certamente essere conservato, ma il Pd deve compiere uno sforzo interpretativo della complessità della società nelle quale siamo chiamati ad operare. S’intrecciano nuovi bisogni, nuove povertà, nuove forme di organizzazione del welfare; riemergono nuovi conflitti e nuove esigenze di riequilibrio tra chi sta sotto e chi sta sopra; diventa non più sopportabile il divario tra Nord e Sud. La risposta politica alle nuove domande non può essere la riproposizione di vecchi schemi e di vecchi modelli. In questo contesto è prioritaria l’attenzione alle persone. Il populismo forse si supera con il recupero di un neo-popolarsmo che, all’interno del Pd, è chiamato a svolgere un ruolo importante decisamente appannato negli ultimi tempi dal contributo offerto dagli eredi della tradizione del cattolicesimo democratico.

 

Ma tutto questo non verrebbe percepito dagli elettori se non si realizzasse con il congresso una ventata di novità che non è giovanilismo ma è, invece, l’affermarsi di un nuovo gruppo dirigente capace di esprimere “pensiero critico” in grado di superare il divorzio tra politica e cultura. Senza concordare con le pesanti affermazioni di Francesco Piccolo su Repubblica circa il rapporto con la realtà del gruppo dirigente, asserragliato al Nazareno, che si trastulla irresponsabilmente sul nulla e non avverte il pudore di abbandonare la scena, l’esigenza del rinnovamento è da tutti avvertita. Ma in tema di “nuovo” non pare superfluo ricordare ciò che scrisse appunto Vladimir Majakovskij, il cantore della rivoluzione bolscevica: “Le nostre gesta saranno più difficili di quelle del creatore che ha riempito il vuoto di cose. Noi dobbiamo creare il nuovo con l’immaginazione e anche dinamitare il vecchio”. Immaginazione per creare il nuovo e sostituzione di quanto di “vecchio” viene percepito dagli elettori: questo il compito gravoso del congresso per creare un partito-comunità che si alimenta prima di tutto di passione e di pensiero critico.