Dante Monda presenta oggi il suo libro: Papa Francesco e il “popolo”. Prefazione di P. Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica.

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Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore il testo pressoché integrale della prefazione al libro di Dante Monda – Papa Francesco e il “popolo”. Una sfida per la Chiesa e la democrazia, Morcelliana editrice – che viene presentato questo pomeriggio alle ore18 nella Sala Zuccari (Palazzo Giustiniani). Interverranno in dialogo con l’autore Marco Follini, Emma Fattorini, Mons. Vincenzo Paglia.

 

Antonio Spadaro S.I.

 

La riflessione di Dante Monda sul pensiero di Jorge Mario Bergoglio nasce dalle aule universitarie e dal confronto con i suoi docenti e di studiosi che hanno cominciato a studiare il pensiero del Pontefice. Il volume che presento però varca la soglia del perimetro accademico e si presenta come un’opera agile che, proprio per questo, aggira luoghi comuni e schematismi. Dante Monda pensa quelle categorie teologiche e politiche che incrocia nel suo studio e nell’incontro con l’attuale pontefice con l’agilità dell’equilibrista in bilico sull’orlo di grandezze che lo superano, in cammino con ritmo inquieto e fiero, sospeso su una tensione dinamica.

 

Direbbe Francesco che si tratta di un «pensiero incompleto», aperto. Sembra che sia questo stile di pensiero che colpisce il giovane ricercatore Monda. Un pensiero che non è né forte né debole, ma umile e in cammino. Il pensiero di Francesco, letto dalla ricerca di Monda, trova la “messa a fuoco”, il discernimento e il chiarimento proprio nella tensione aperta e drammatica, e dunque nella trama della Storia, delle storie e dei racconti che vi sono comprese. Il racconto scelto in questo libro è quello del popolo, un mito antico e forse dimenticato: la trama di quella storia si è sfibrata, soprattutto in Occidente. Nel volume però non si propone una toppa, un «rammendo», come direbbe il Papa, ma si intravede e si racconta una nuova tessitura, una nuova trama: si prosegue il racconto, si abita la Storia.

 

Si ha la sensazione in questo senso che nel libro avvenga una sorta di passaggio di testimone che attraversa l’inquietudine del giovane ricercatore nell’incontro con le parole del Santo Padre. Insomma, c’è un patto biografico che si sviluppa nelle pagine che seguono. Un patto tra un uomo la cui formazione intellettuale, teologica e filosofica – attenta al concreto e aperta alla trascendenza considerati come elementi polarmente opposti ma non contraddittori – fonda il suo pensiero politico; e un giovane che è appassionato del discorso politico e vive la sua riflessione a contatto con alunni più giovani di lui (è docente di Filosofia e Storia alle superiori).

 

È possibile rintracciare alcuni elementi di fascinazione che è stimolo al pensiero. Monda è colpito dal fatto di scoprire alla base del pensiero politico di Bergoglio la considerazione realistica che la vita dell’uomo si colloca sempre in un ambiente, una geografia, un paesaggio, culturalmente connotati. La cultura del popolo situa l’uomo.

 

In questa dimensione geo-culturale si trova la tensione tra identità e diversità, che Bergoglio declina secondo il principio «l’unità è superiore al conflitto», altro punto che sollecita Monda e lo spinge a riflessioni di grande attualità, capaci di muovere all’impegno politico.

 

Monda scrive che se l’identità di un soggetto è la sua verità, e per Bergoglio «la verità è un incontro», allora la vera identità del soggetto risulta «personale “in quanto” condivisa». Cioè essa nasce dall’incontro di diversi che si identificano all’interno della relazione e a partire da essa. Ecco il punto, dunque: l’identità geo-culturale di un popolo è il contrario dell’identitarismo, del sovranismo, del nazionalismo esasperato, che sono invece l’ipostatizzazione ideologica di una identità predefinita all’interno di rigidi confini, oggi quelli dello Stato-nazione.

 

C’è dunque una visione della vita sociale e politica che colpisce Monda: in Bergoglio egli nota che l’identità si costruisce concretamente e quotidianamente nel quartiere, sul territorio, nell’incontro e nell’«amicizia tra vicini». Dunque, scrive, la cultura di un popolo, situandosi in uno spazio, vive innanzitutto la prossimità come concreta convivenza e dunque come apertura all’altro, diverso per definizione, nel quale, paradossalmente, riconoscersi.

 

Bergoglio ci aiuta a capire come vivere l’impegno politico proprio grazie alla sua distanza sia dall’individualismo liberale, che rende inconsistenti e rarefatte le attuali democrazie, sia dall’identitarismo populista escludente e violento.

 

 

Antonio Spadaro S.I. – Direttore de La Civiltà Cattolica