De Mita, la DC ed il Cile

Con l’arrivo della dittatura in Cile nel 1974, molti democristiani si erano dovuti riparare all’estero ed alcuni in Italia

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Il direttore dell’Osservatore Romano Andrea Monda ha pubblicato lo scorso 4 febbraio una bella intervista con Ciriaco De Mita. Il quale appare lucido e convincente come sempre, sia nella rivendicazione del proprio popolarismo sturziano, che nel racconto del proprio rapporto dialogico con i vari Papi e con il card. Martini, con Kohl e Gorbaciov, come pure infine nel giudizio lapidario sulla fine della DC : dal 1947 in poi, mentre  realizzava una crescita accelerata del Paese che altrove si era sviluppata lungo secoli, la DC trasformava in democratica un’Italia che era reazionaria; dopo il 1989 il processo democratico e la funzione della DC hanno perso vigore, non c’è stato più pensiero e ha prevalso la convenienza.

A inizio della seconda parte della chiacchierata il giornalista stimola De Mita con una domanda sul Cile post Allende, che può sembrare strana o bizzarra nel contesto di una intervista fino a quel momento tracciata sui fili dei richiami ideali e del dibattito politico italiano. Dico che può sembrare strana, ma solo perché purtroppo una delle conseguenze della fine improvvisa e senza eredi che non siano macchiette, dei grandi partiti politici, è la mancanza di rapporti, spesso anche di conoscenza, con le realtà politiche degli altri Paesi, degli altri Continenti. Gli Stati Uniti li conosciamo per le bizze di Trump, la Cina per la politica economica espansiva ed ultimamente per il virus epidemico, l’Europa per la cristallizzazione delle strutture burocratiche, la contrapposizione tra visioni efficientiste e protezionistiche a dispetto delle istanze comunitarie: conseguenze forse di un allargamento troppo frettoloso a tanti nuovi partner arrivati nell’Unione più per fruire che per condividere.

La Gran Bretagna la conosciamo da poco nella nuova ma in realtà vecchia veste dell’isolazionismo, e dovremo farci i conti assumendo anche noi una nuova mentalità. Ma chi sa qualcosa dell’America Latina, dell’Africa, dell’Asia (dove un solo Paese, l’India, ha un miliardo e trecento milioni di abitanti?). Non voglio scandalizzare nessuno, ma in certo senso capisco il ritorno dei nazionalismi, sia quelli colti che quelli rozzi e salviniani. Solo il superamento dei vecchi steccati statuali e nazionalistici, solo l’abbandono di una visione ottocentesca di un equilibrio basato sui confini, in un confronto mondiale dove le distanze dei territori sono pressoché annullate dalla globalizzazione e dalla velocizzazione dei rapporti, come con splendido e profetico richiamo alla civilizzazione italica ci ripete Piero Bassetti, altro lucido e brillante coetaneo di De Mita, ci potranno ridare la giusta cifra del nostro vivere glocale.

Negli anni ’70 ed ’80 non c’era chiusura, tutto andava meno veloce, ma c’era più curiosità, più voglia di conoscere e partecipare, in particolare quando scoprivamo assonanze o fratellanze politico-ideali. Ciriaco De Mita proveniva per nascita dall’Italia chiusa e provinciale anteguerra mondiale, ma da fine intellettuale fin dagli studi alla Cattolica, ospite del Collegio Augustinianum come un altro grande intellettuale di quattro anni più anziano, don Filippo Franceschi, prematuramente morto quand’era arcivescovo di Padova, si era abbeverato del pensiero di Maritain e Mounier, ma indubbiamente non aveva potuto viaggiare per il mondo. Divenuto nel maggio dell’82 Segretario Nazionale della DC aveva però mostrato subito interesse per i grandi processi politici mondiali e grande acutezza di analisi in particolare sull’America Latina, anche grazie a Gilberto Bonalumi, suo principale consigliere per quell’area geografica.

Me ne resi conto il 6 luglio del 1982, quando essendo giunto in Italia Napoleon Duarte, leader della DC salvadoregna, ed avendo quel giorno Bonalumi un impedimento, dovetti accompagnare da De Mita a piazza del Gesù lo stesso Duarte, che due anni dopo venne eletto trionfalmente presidente della Repubblica di San Salvador. De Mita, che aveva al suo fianco solo il capoufficio stampa Sangiorgi, dette prova di perfetta conoscenza della situazione politica dell’America centrale e Latina, ma anche della dottrina allora (solo allora?) dominante in USA, per la quale il Centro- America è il cortile di casa degli Stati Uniti, e quindi va tenuto pulito e controllato!             

Mi ha colpito quindi la frase finale della risposta che De Mita dà alla domanda sulla “avventura cilena”: ero là sotto il palco alla manifestazione, finito Pinochet, e ricordo che venne un cantante degli Inti Illimani che quando era in Italia cantava in manifestazioni contro la Democrazia Cristiana.

In effetti De Mita andò in Cile, subito dopo il referendum che sconfisse Pinochet nel 1988, accompagnato da Bonalumi e Zaniboni e partecipò alla campagna elettorale della c.d. Concertacion democratica con Patricio Aylwin , esponente democristiano, candidato unitario e poi Presidente cileno eletto nel 1989, dopo 15 anni di feroce dittatura, e sì certamente cantarono gli Inti Illimani ,finalmente rientrati dall’esilio e che io avevo conosciuto 14 anni prima. Per questo ho fatto un sobbalzo alla lettura di quella frase, non so se detta così o mal interpretata dall’intervistatore.

Il fatto è che per noi della Democrazia Cristiana di sinistra, il nervo cileno è ancora scoperto. Noi allora giovani DC, in occasione del nostro Congresso nazionale di Palermo del giugno 1974, avevamo aggiunto alle Tesi congressuali un lungo capitolo intitolato “Cile: una lezione”. Ne riporto alcuni periodi ma andrebbe letta tutta, anche come insegnamento per l’oggi:

“Il colpo di stato dell’11 settembre scorso ha suscitato nell’opinione pubblica internazionale -e specie in Europa e in Italia- un’eco assai superiore a quella di ogni altro golpe latinoamericano degli ultimi anni.

Non si è trattato infatti di una semplice sostituzione di un gruppo di potere con un altro, ma dell’arresto violento di un processo di emancipazione che, per quanto contraddittorio e contrastato, faceva intravvedere in America Latina una via originale per uscire dal sottosviluppo economico-civile e dalla dominazione straniera. In Italia poi, per via di certe analogie che il Cile aveva con noi in ordine agli schieramenti, e alle ragioni ispiratrici delle forze politiche, le vicende cilene hanno avuto ripercussioni eccezionali……Indubbiamente, nella complessità  della situazione cilena, la DC non ha sempre tenuto un atteggiamento lineare; ed anzi, nell’arco di tempo che va dal 1970 -momento in cui in Parlamento diede i voti ad Allende per farlo diventare Presidente della Repubblica- fino all’agosto 1973- in cui fu approvata una mozione in Parlamento che accusava Allende di aver violato la Costituzione, la DC è andata progressivamente su una linea politica di opposizione sistematica all’Unidad Popular. Le responsabilità di questo cambiamento di linea non sono però semplicemente addossabili alla DC……A nostro giudizio infatti la ragione vera del colpo di stato sta nella lotta che si sono fatte le forze politiche parlamentari, e nella mancata coscienza che senza intesa tra DC e Unidad Popular si sarebbe arrivati alla rottura dell’ordine costituzionale…..Vale a dire che il rapporto tra maggioranza ed opposizione concepito come strumento di democrazia formale deve diventare una dialettica matura la quale -pur tenendo distinto il ruolo dell’una e dell’altra- punti al consolidamento, e non già al deterioramento, del quadro istituzionale dato. Dal punto di vista della maggioranza ciò significa abbandonare qualsiasi concezione dogmatica integralistica della propria funzione, e dal punto di vista dell’opposizione significa resistere alle tentazioni massimaliste velleitarie e soprattutto a rivincite puramente elettorali……”  

Con l’arrivo della dittatura in Cile nel 1974, molti democristiani si erano dovuti riparare all’estero ed alcuni in Italia, così come molti comunisti. In Italia nel frattempo era stato dimissionato, in una famosa riunione iniziata il 24 luglio del 1975 e durata ininterrottamente tre giorni e tre notti, del Consiglio nazionale del Partito, Amintore Fanfani ed era divenuto nuovo segretario nazionale Benigno Zaccagnini, idolo di noi giovani, che nel frattempo ci eravamo particolarmente legati a Bernardo Leighton, che  esule con la moglie in Italia, viveva a Roma sull’Aurelia poco sopra i Musei vaticani e partecipava volentieri ai nostri Convegni e corsi di formazione, finché il 6 ottobre del 1975 un commando misto di sicari inviati da Pinochet e neofascisti italiani, non sparò ai coniugi Leighton ferendoli gravemente.

Lo sdegno e la commozione furono immediati e generalizzati. Io all’epoca, oltre che dirigente nazionale dei Giovani Dc, ero anche commissario del M. G. DC romano, toccò quindi a me organizzare in tutta fretta, con l’aiuto di Bartolo Ciccardini per conto del partito adulto, una manifestazione che riempì piazza Santi Apostoli a Roma. Istintivamente leggemmo in quell’attentato, anche per le molte assonanze tra la situazione italiana e quella cilena, un segnale contro i sempre più espliciti passi di Zaccagnini e Moro per una nuova politica aperta al confronto con il PCI.  Francamente, non ero molto esperto di manifestazioni di massa ma avevo sentore che la piazza andava scaldata. Feci un salto (mi aiuta una mia agendina del ‘75 che ho conservato come tutte le altre) nella sede nazionale della Federazione Giovanile Comunista, allora era in via della Vite, e lì dopo molte insistenze, riuscii a convincere i colleghi comunisti, c’erano tra gli altri Massimo d’Alema e Ferruccio Capelli, a darmi il numero di telefono della abitazione di Ariccia dove vivevano esuli gli Inti Illimani. Questi, certamente comunisti, esuli anch’essi in Italia e già notissimi al grande pubblico ed amatissimi dai giovani che con loro immancabilmente intonavano in coro “el pueblo unido jamas sera vencido” si fecero facilmente convincere da me, vennero a piazza Santi Apostoli, cantarono gratuitamente, ebbero tantissimi applausi. Anche a seguito di questa manifestazione che ci vedeva uniti in piazza, noi democristiani con i comunisti (ricordo pure che a darci una mano venne il servizio d’ordine della CGIL) mi stupii, ma solo fino ad certo punto, quando solo tre mesi dopo, per volere di Aldo Moro andai a presenziare ed a parlare a Genova, al Congresso Nazionale della FGCI: era la prima volta che un dc parlava ad un congresso comunista e ricordo ancora Enrico Berlinguer che lesse un libro durante tutto quel congresso, chiudendolo solo quando parlò Massimo d’Alema candidato alla segreteria Nazionale, e quando parlai io a nome del Movimento Giovanile DC nazionale, e certo non perché ero io a parlare.

Chiudo questa lunga carrellata di cose e fatti che non sono solo ricordi del passato, con quattro considerazioni:

  1. La musica, a meno che non sia suonata a mo’ di sfottò o sfida, non divide ma unisce. Ne ebbi prova personalmente all’inizio del 1980 quando, recatomi a Belgrado per lavoro, in preparazione al Convegno Internazionale di Studi Il Sistema Adriatico, che si tenne a Bari il marzo di quell’anno ed al quale parteciparono i rappresentanti della Federazione Jugoslava, delle Regioni italiane adriatiche, dell’United Nations Environmental Programme, della Commissione Esecutiva della Comunità Europea, dell’Ispi e dell’Ipalmo. Bene, a Belgrado, con la cortina di ferro ancora ben attiva ed un clima repressivo da socialismo reale immediatamente palpabile, non c’era internet, non c’erano cellulari né interconnessioni tv, eppure la sera in discoteca trovai la stessa musica che si ascoltava in Italia e capii che prima o poi, grazie ai giovani ed anche alla musica, il mondo sarebbe cambiato.
  2. Grazie ai voli low cost la popolazione mondiale, soprattutto giovanile, viaggia molto di più e grazie al web conosce molto di più luoghi e Paesi anche molto lontani, li conosce dal punta di vista turistico, culturale, linguistico, magari gastronomico, ma ha una conoscenza molto sommaria e spesso nulla della situazione socio-politico-istituzionale di quegli stessi Paesi; lo stesso avviene addirittura con riferimento a Paesi che fanno parte della nostra Unione Europea. Diamoci da fare a riportare in auge lo studio della geografia, della storia, dell’educazione civica!
  3. Ho abbastanza memoria, anche in virtù della mia partecipazione diretta alle vicende politiche europee degli anni ’70, per ricordare quanto sia stata travagliata la storia della adesione della Gran Bretagna all’Unione Europea, comunque avvenuta con la conservazione della sterlina e non adozione dell’’euro: Qualcuno ricorderà che la Francia pose per tutti gli anni ’60 il veto all’ingresso britannico, determinando quindi un moto di soddisfazione da parte degli europeisti convinti, quando nel ’73 ci fu l’adesione, confermata dal voto degli elettori del Regno Unito nel ’75 e sugellato dalla partecipazione alle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo nel ’79. Risente di tale clima sicuramente, la famosa dichiarazione di Aldo Moro:” L’Europa non è l’Europa senza la Gran Bretagna”. Ora però la storia ha preso un altro verso, e la Brexit è un fatto compiuto, con cui occorre fare i conti. Prendiamo atto realisticamente della situazione e delle decisioni della Gran Bretagna, dalla quale c’è ora da attendersi una maggiore attenzione verso il Commonwealth, composto da 53 Nazioni con un totale di oltre 2 miliardi di abitanti. L’Europa, attraverso il suo massimo organo rappresentativo democratico, il Parlamento Europeo appunto, deve indirizzare la propria attenzione verso il Commonwealth, sposando lo schema ideale alla base del Progetto Italici, lanciato da Piero Bassetti, schema fondato sul dialogo e la collaborazione tra civilizzazioni. Della civilizzazione europea noi Italici siamo partecipi consapevoli e protagonisti da sempre. La grande e composita civilizzazione europea, anziché inseguire con il rimpianto o l’acredine, le bizze di un singolo Stato ex membro, rivolga la sua attenzione politica, culturale, valoriale, commerciale, linguistica, al Commonwealth delle 53 Nazioni, inaugurando così un nuovo percorso istituzionale multilaterale. Tra l’altro, l’accettazione implicita del nostro principio della doppia appartenenza, che consente agli Italici di sentirsi pienamente Europei, permetterà di vivere questo status ideale e culturale anche se non ancora giuridico-formale, pure ai cittadini maltesi, scozzesi, irlandesi e perché no anche britannici, qualora un giorno volessero ripensarci.
  4. Una riga con un concetto mal espresso, all’interno di una bella intervista di Ciriaco de Mita, mi ha spinto a rileggere appunti e scritti dei decenni passati, credo contenenti insegnamenti non inutili anche oggi, soprattutto se riflettiamo che nel nostro mondo così interconnesso e velocizzato, spesso trascuriamo la conoscenza reale del passato o addirittura del presente vissuto ad un’ora di aereo da noi o a distanza di un click di computer o cellulare. Conosciamo il presente e conserviamo la memoria.