De Mita, una vita tutta politica. “Perché – disse una volta – non chiedete a un poeta di smettere di scrivere poesie?”.

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Una politica intesa sempre come larte di cambiare, di innovare, di stare al passo con la realtà che cambia. Non ha mai smesso un solo giorno di ritenersi e definirsi democratico cristiano. Dopo lassassinio di Moro, lui ha provato la strada di un rilancio.

Riportiamo l’intervento di Castagnetti alla fine della messa di giovedì scorso, nella chiesa del Gesù, nel trigesimo della scomparsa di Ciriaco De Mita.

 

Pierluigi Castagnetti

 

Eravamo preparati, perché noi anziani per definizione dobbiamo esserlo più degli altri. Eppure la morte di Ciriaco, oltre che averci comprensibilmente addolorati, ci ha lasciato un vuoto grande. Non solo perché tanti di noi ne sono stati a lungo amici e allievi, ma perché nello smarrimento diffuso di una stagione che a una certa parte di noi sembra estranea e per tanti aspetti sbagliata, il suo numero di telefono era un elemento di rassicurazione psicologica,  non tanto perché lui fosse aduso a confortare il prossimo, ma perché la sua testa ha continuato a funzionare fino alla fine anche a beneficio del prossimo.

 

Si può ben dire che la sua è stata una vita totalmente politica, senza nulla togliere ovviamente allo spazio degli affetti familiari che tanto lo hanno preso e sostenuto.

 

Una vita tutta politica perché dalla politica, come lui diceva spesso, quando essa è stata la ragione principale della propria vita, non ci si dimette, come non ci si dimette dalla funzione del pensare: “Perché – disse una volta – non chiedete a un poeta di smettere di scrivere poesie?”.

 

Una politica intesa sempre come l’arte di cambiare, di innovare, di stare al passo con la realtà che cambia. E poiché la politica per farsi e per fare ha bisogno di infrastrutture che chiamiamo istituzioni, lui continuava a immaginare istituzioni più efficienti, moderne, orientate a facilitare obiettivi di giustizia e uguaglianza.

 

Non solo, ma in particolare per il “suo” Sud. Non amava, giustamente perché era ben di più, essere identificato come un leader meridionale, anche se non disdegnava esibire la sua – seppur non iniziale – discepolanza verso due maestri meridionali come Sturzo e Moro, perché credeva fermamente alla dimensione nazionale e internazionale delle politiche che propugnava e perseguiva. Ma il Sud restava sempre sullo sfondo dei suoi ragionamenti: farlo crescere non con pratiche clientelari o anche solo localistiche, ma farlo crescere economicamente, poiché intellettualmente non aveva già nulla da invidiare ad altri territori.

 

Non ha mai smesso un solo giorno di ritenersi e definirsi democratico cristiano. E più di uno di noi, io fra questi, anche inconsapevolmente, gli ha recato qualche amarezza, che lui peraltro ha registrato o contrastato a viso aperto, come era solito fare.

 

Ma è doveroso aggiungere un interrogativo. In cos’altro è consistita la sua grandezza? Perché molti di noi (e non solo noi, anche storici e importanti opinionisti) fanno coincidere la sua biografia con quella dell’ultima Dc? Perché dopo l’assassinio di Moro, lui ha provato la strada di un rilancio, di una ripartenza, la strada dell’accettazione della sfida che altri aveva lanciato proprio alla sua DC in quei difficili anni ottanta. Quel terribile e intensissimo decennio racchiuso tra l’assassinio di Aldo Moro e quello di Roberto Ruffilli, meritava forse altro seguito.

 

Ma noi siamo tra coloro che hanno dovuto imparare sulla propria pelle che “non tutto è nelle nostre mani”. Eppure, nonostante ciò, è sempre gratificante continuare a guardare avanti con la fiducia che le proprie idee valgono il prezzo dell’impegno di una vita.