De Vito agli arresti, Roma stremata: Possiamo uscire dal buio?

Adesso, arrestato il grillino De Vito, scorrerà latte e miele nella valle oscura della rivalsa, con ghigni appena nascosti,  perché l’Italia vive da un quarto di secolo nel pianeta del rancore e dell’odio

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Adesso, arrestato il grillino De Vito, scorrerà latte e miele nella valle oscura della rivalsa, con ghigni appena nascosti,  perché l’Italia vive da un quarto di secolo nel pianeta del rancore e dell’odio, inseguendo un paradiso costellato di buone intenzioni. Come può un Paese illudersi di crescere e migliorare se anno dopo anno, in una sequela infinita di inchieste e provvedimenti giudiziari, poi svaporati nell’atmosfera d’innumerevoli sentenze di assoluzione, domina la velleitaria strategia della purificazione, con la chimera di un progresso automatico, fecondo ed equilibrato, ottenuto per via della semplice lotta alla corruzione?

A Roma lo stadio riporta alla luce l’assenza, ormai prolungata, di programmazione urbana e dunque la superficialità di approccio al tema dello sviluppo urbanistico. Il dibattito politico – non il surrogato delle interdizioni di magistrati solerti – dovrebbe ruotare attorno al dilemma di una mega-operazione immobiliare, inclusiva del nuovo impianto sportivo dell’imprenditore italo-americano Pallotta, che in verità appare del tutto slegata da un disegno razionale di ammodernamento della città. Manca una degna visione di un degno Piano regolatore.

Sfugge infatti alla pubblica riflessione che due progetti di nuova direzionalità insistono sullo stesso quadrante della città metropolitana: quello, appunto, di Parnasi-Pallotta a Tor di Valle e quello degli Aeroporti di Roma a Fiumicino. A riguardo sarebbe opportuno ricordare che la migliore cultura urbanistica, italiana ed europea, aveva incentrato il Piano regolatore del 1962-65 sulla realizzazione del cosiddetto Sistema Direzionale Orientale (SDO), svilito nel tempo e poi accartocciato, alla buona, in misure di modesto rappezzo. Ora, questo rovesciamento di prospettive, con la previsione di due concomitanti e perciò concorrenti Business Center nell’area orientale, può essere riguardato sotto l’unico profilo degli immediati interessi degli operatori? Stesso discorso dovrebbe valere per la programmazione sportiva, visto che lo Stadio di Parnasi-Pallotta, ove realmente necessario, implicherebbe in via preventiva un riesame dei destini dell’Olimpico (e per qualche verso del Flaminio). E poi dovrebbe implicare altresì una valutazione meno episodica e frammentata in ordine alla geografia dei grandi impianti sportivi.

Ma tutto questo, pur essendo in teoria  il nutrimento di una pubblica discussione che voglia misurarsi dignitosamente con la storia e l’attualità di Roma Capitale, s’inabissa nelle acque torbide della contropolitica. Al silenzio sulle questioni afferenti allo sviluppo ordinato della città fa da contrappeso il clamore – a dire il vero stremato per eccesso di acredine e disillusione – sulle vere o presunte impudicizie di un ceto politico senza vitalità e autonomia. La debolezza della società civile, quel generone romano che pure dovrebbe conservare un retaggio di vecchio amor proprio, si produce come anestetico di una cittadinanza sostanzialmente inattiva. Servirebbe un soprassalto minimo di decoro, per riattivare il circuito di selezione e promozione di una classe dirigente all’altezza delle responsabilità del momento.

Ora, anche se fosse stata evitata la misura preventiva di carcerazione, perché prima o poi dovremo riabituarci alla normalità di procedure inquirenti al riparo dei colpi di scena, la campanella di fine corsa per l’amministrazione Raggi stava già suonando da mesi. Oggi quel suono si è fatto più acuto, anzi più stridulo, e chiama a raccolta di converso gli uomini e le donne di “buona  volontà” che hanno a cuore il riscatto dal plebeismo ornato d’incompetenza, presunzione e mala condotta.

A Roma come in Italia.