Dedicata a Fanin la ex sede Dc di San Giovanni in Persiceto. Il ricordo stilato qualche anno fa da Achille Ardigò.

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A San Giovanni in Persiceto, vicino a Bologna, la vecchia sede della Dc è diventata ieri la sede del Patronato Acli. Alla cerimonia hanno preso parte Emiliano Manfredonia, Presidente nazionale delle Acli, e Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del Partito popolare. La sede è stata dedicata a Giuseppe Fanin, ucciso nel 1948 in un agguato organizzato da tre braccianti comunisti. Riportiamo il testo integrale del ricordo – pubblicato nel Supplemento al n. 38 de “La Discussione” del 5 novembre 1988 – che del giovane sindacalista cristiano fece Achille Ardigò.

La prima cosa che colpiva in chi conosceva Giuseppe Fanin era il fatto che lui non si presentava come un giovane genericamente cristiano ma come una persona ch aveva compiuto una scelta di ‘personalizzazione’ della Fede. Era cioè, non solo un cristiano convinto, ma possedeva anche una forte carica di soggettiva spiritualità; e ciò anche grazie ad una meravigliosa combinazione formativa che veniva da un lato da una eccezionale famiglia di contadini veneti, e dall’altro dall’esperienza della FUCI. Il grande disegno dell’allora Mons. Montini era appunto quello di formare dei professionisti cattolici che non fossero assorbiti dalla cultura prevalente.

Un altro dato che emrge chiaro nella lettura della figura di Fanin è il suo essere ‘riformatore’, che prelude al grande sforzo riformatore degli anni ’50, e che in lui era già anticipato. Un esempio di questo è ravvisabile nel contratto di compartecipazione per il quale Fanin si batté strenuamente non in chiave ideologica né anticomunista ma perché vedeva in esso uno strumento di crescita economica e sociale per i lavoratori della terra.

Ma essere riformatori in provincia di Bologna era drammaticamente difficile, in una situazione in cui erano molto pochi i coltivatori diretti e con una mezzadria conquistata durante la Resistenza dal PCI. Era difficile a causa del problema drammatico dello stalinismo che nelle campagne bolognesi si presentava nei suoi aspetti più duri e intolleranti. A lungo i comunisti seguirono la logica del ‘collettivo’ bracciantile anche se la famiglia contadina stava emergendo come forte soggetto sociale.

Il martirio di Fanin obbedisce ad una strategia politica precisa dei vertici comunisti e ad un disegno preordinato dall’alto. L’inasprirsi del clima d’intolleranza nelle campagne era dovuto a tre fattori principali: la rottura dell’unità sindacale, la legge sulla proprietà contadina, l’istituzione degli uffici statali di collocamento.

Fanin tenta la carta della compartecipazione famigliare che erode il latifondo e batte sull’altro versante lo stalinismo sotto la forma dei ‘collettivi’. Il riformista è colui che sceglie la strada più difficile; è più facile infatti schierarsi o con gli uni o con gli altri. In prospettiva storica lo sforzo intermedio tentato da Fanin di fare crescere un riformismo che fosse fondamentalmente centrato sui valori di perequazione e di progresso economico e civile in queste zone è stato veramente un’impresa impossibile da realizzare; per essa egli ha pagato con la vita.