Mirabelli, Democrazia plebiscitaria? Si rischia l’autoritarismo

I cattolici possono, direi forse è loro dovere, essere lievito anche nell’azione politica.

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Articolo già apparso sul quotidiano di puglia

Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, credo sia opportuno affrontare per primo un tema fondamentale che è al centro del dibattito politico: la crisi della democrazia rappresentativa, una democrazia indubbiamente in affanno e non solo da noi. Dove vanno ricercate le cause?
«La democrazia non è un’astrazione, è legata al contesto sociale ed è per questo in costante divenire. La “crisi” può essere un segnale ed una fase di questo divenire, se vengono salvaguardati i principi essenziali che la caratterizzano, e in questo caso può richiedere aggiustamenti nel suo funzionamento. Ma può essere anche una crepa che si apre e che se non curata può danneggiare l’intero edificio. Alcune difficoltà vengono dall’esterno, per l’emergere di poteri che non hanno una investitura democratica ma condizionano le scelte politiche. Ma fattori ancora più incisivi di crisi vengono dall’interno, dal deperimento delle formazioni sociali, siano essi partiti, sindacati o articolazioni associative, che dovrebbero concorrere a costituire la complessa infrastruttura che alimenta la formazione della volontà collettiva, e concorre a manifestarla e trasmetterla alle istituzioni. La crisi della rappresentanza politica va di pari passo con la crisi della rappresentanza sociale ed occorre porre rimedio su entrambi i versanti».

In questo contesto va segnalato che recentemente ci sono stati attacchi diretti da parte di forze populiste ad alcuni capisaldi della nostra Costituzione, tra questi, innanzitutto, la spinta a considerare superata l’esistenza del Parlamento. (per il noto giurista Hans Kelsen la democrazia reale è solo parlamentare). Come si può reagire? Si possono mettere in atto degli anticorpi?
«Una assemblea rappresentativa, si chiami parlamento o in altro modo, è sempre necessaria per l’esercizio della democrazia in qualsiasi comunità di ampie dimensioni, per decidere l’indirizzo politico in questioni complesse e per orientare e controllare l’attività di governo. Le semplificazioni, quale l’attribuzione del potere di governo ad una persona o a un gruppo, anche se sulla base di un’investitura popolare, senza il permanente bilanciamento di una assemblea rappresentativa che rispecchi la molteplicità di orientamenti presenti nella società, apre le porte ad un potere autoritario, privo dei necessari controlli e contrappesi. Egualmente è da dire per il polo opposto della democrazia plebiscitaria, che semplifica con un sì o un no del corpo elettorale, o con una consultazione di dubbia rappresentatività della “volontà popolare”, problemi complessi che richiedono scelte politiche non solamente ispirate a valori, ma anche supportate da analisi articolate, e che spesso richiedono mediazioni per corrispondere al bene comune».

A questo disegno si ricollega il ricorso alla “democrazia diretta”, anche attraverso il web, ipotizzando, così, un “futuro digitale”. Ma questo non può portare ad una “democrazia plebiscitaria”, senza controlli e contrappesi?
«Una democrazia senza discussione e maturazione delle decisioni politiche sulla base del confronto, dell’approfondimento, della discussione, delle possibili convergenze, alla ricerca paziente del massimo consenso possibile, non è democrazia. Questi elementi mancano in una espressione di volontà popolare semplificata e ridotta a sondaggio, nella quale il potere di fatto è nelle mani del sondaggista. Tanto più in un contesto nel quale la comunicazione, e la sua possibile manipolazione, rischia di alterare gli elementi di conoscenza necessari per la decisione. Ciò non toglie che sarebbe opportuno estendere, mediante una limitata modifica costituzionale, lo strumento del referendum, rendendo possibile, per iniziativa di consistenti minoranze, la verifica della rispondenza di leggi approvate dalla Parlamento alla volontà popolare anche prima dell’entrata in vigore. Come pure assicurare una deliberazione del Parlamento su proposte sorrette da una consistente iniziativa popolare».

C’è chi si spinge a parlare addirittura di “democrazia illiberale”, ma questo non è un autentico non senso? Serve ad aprire la porta verso una deriva autoritaria?
«Un sistema politico nel quale le decisioni politiche, siano esse assunte da assemblee rappresentative, sia direttamente dal corpo elettorale, non è democratico se non garantisce l’eguale dignità e libertà delle persone, l’effettivo godimento dei diritti fondamentali, la molteplicità delle opinioni, la possibilità che le minoranze divengano maggioranza e viceversa. E se ogni potere non sia esercitato nel rispetto e nei limiti delle regole costituzionali, con i contrappesi rappresentati dagli altri poteri. È opportuno registrare che in Europa esistono movimenti che si richiamano alla sovranità dello Stato, che correttamente intesa tutti condividono, per qualificarsi politicamente “sovranisti”, che puntano ad una democrazia “illiberale”, introducendo una contraddizione nel modello democratico che ispira le comuni tradizioni costituzionali europee, per le quali la garanzia dei diritti di libertà è una delle caratteristiche essenziali della democrazia e dello stato costituzionale di diritto».

E ancora populismo e sovranismo non sono da considerare gravi pericoli per il regime democratico?
«Non sarei pessimista circa gli esiti. La democrazia ha in sé gli anticorpi, ma naturalmente va curata l’educazione alla democrazia, direi la passione per la democrazia, che è un valore per ciascuno di noi. La costituzione e la partecipazione del Paese all’Unione Europea, con i vincoli che ne derivano, costituiscono una ulteriore garanzia per preservare la democraticità del sistema. Dobbiamo convertire le espressioni: trasformare il populismo in costante attenzione per il popolo, per i più deboli, per il bene comune; e sovranismo in sovranità quale la costituzione la intende, e che a condizioni di parità con gli altri Stati può essere in parte trasferita a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni. L’Unione Europea ha assicurato la pace e lo sviluppo; non va abbandonato, va anzi recuperato e rafforzato lo spirito dei fondatori, con un’opera di “manutenzione” delle istituzioni anche a questo livello».

Presidente sono passati settant’anni della nostra Costituzione. Allora il contributo dei cattolici è stato fondamentale (ritorna alla memoria un nome per tutti: Giorgio La Pira). Oggi come si possono contrastare i disegni di chi mira a mettere in crisi, o addirittura pensa di poter annullare, i suoi valori fondanti che il noto costituzionalista Costantino Mortati indica valori assunti come contrassegno della forma di Stato?
«I cattolici possono, direi forse è loro dovere, essere lievito anche nell’azione politica. Lo sono stati nella ricostruzione del Paese, lo sono stati nella costruzione dell’Europa. Non si tratta di una nostalgia, ma della presenza anzitutto culturale, di elaborazione delle idee guida che possono supportare la soluzione dei problemi oggi presenti nella società; e di una presenza operativa, perché il bene comune si consegue mediante l’azione nella società e nelle istituzioni. I primi principi sono quelli che anche la Costituzione indica: dignità della persona, di ogni persona indipendentemente dalla condizione sociale e dal colore della pelle, libertà, solidarietà, sussidiarietà, diritti inviolabili e doveri inderogabili, ruolo delle formazioni sociali e delle autonomie, lavoro e libertà di iniziativa economica. Sta a noi tutti declinare questi principi nell’attuale contesto».

In questi giorni stiamo assistendo ad un duro scontro tra potere politico e magistratura. Eppure nella Carta costituzionale sono ben chiare le prerogative dei singoli organi dello Stato e tutti devono rispettare il principio di legalità e la soggezione al suo controllo. Quindi, di conseguenza, nessuno può arrogarsi il diritto di ledere l’autonomia dei giudici. Cosa ne pensa?
«La indipendenza della magistratura da ogni altro potere, prevista dalla costituzione, costituisce una garanzia per tutti l’attesa di un giudice imparziale che operi secondo le regole del giusto processo. La Costituzione prescrive anche che i giudici siano soggetti soltanto alla legge; ed alla legge essi per primi debbono attenersi con l’equilibrio che l’esercizio della giurisdizione richiede, evitando acrobatiche iniziative o interpretazioni del tutto soggettive. Se ci sono straripamenti negli atti del loro potere, come in quelli di altri poteri nei loro confronti, il rimedio è il conflitto tra poteri dello Stato, la cui soluzione la costituzione affida alla Corte costituzionale, e non le polemiche che nascono e muoiono quotidianamente nei sistemi di comunicazione».

Per concludere, va ben sottolineato che nella nostra Costituzione è stata attuata una sintesi tra prospettive di solidarietà e personaliste mentre assistiamo, e non da oggi, ad una chiusura individualista verso un fenomeno complesso e difficile, il dramma dell’immigrazione, che dovrebbe, invece, essere affrontato con apertura e senso di responsabilità?
«La Costituzione, come pure i principi che ispirano le altre costituzioni europee e che caratterizzano la nostra civiltà, coniugano la dimensione individuale e quella sociale della persona, e sono caratterizzate dai tradizionali diritti civili e dai nuovi diritti sociali. Il fenomeno migratorio, nelle sue attuali dimensioni, ha cause molto complesse, demografiche, economiche, culturali. Mi sembra che manchi una visione d’insieme e ci si perda nelle polemiche e nelle micro-azioni bel lontane dall’affrontare nella loro dimensione i nodi del problema. Per riflettere adeguatamente inviterei a rileggere l’Enciclica di Paolo VI, “Populorum Progressio”. Siamo nel 1967, ma i problemi e le prospettive per una soluzione, “verso lo sviluppo solidale dell’umanità”, ci sono tutti».