Democrazie, dittature e autodeterminazione dei popoli.

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In Ucraina il principio dell’autodeterminazione del popolo muove verso la democrazia e il mondo occidentale. Il nuovo ordine mondiale vede il forte radicamento di spinte egemoni. Ora, quando si dice che siamo ai margini di un possibile ribaltamento dell’ordine mondiale si intende esprimere preoccupazioni e angosce legate al pericolo di veder cancellati secoli di storia.

 

 

Francesco Provinciali

 

Dello studio della storia – materia che langue nei programmi delle scuole di ogni ordine e grado fino alla soppressione della traccia storica nel tema di maturità (ove non si  elimini del tutto il tema stesso) – mi ha sempre affascinato il fatto che essa possa essere rievocata, scritta e narrata in modi diversi a seconda dei contesti geografici e dei sistemi scolastici dei Paesi di riferimento. Un’osservazione persino banale, non fosse che a seconda di come e di dove si riavvolge il nastro degli eventi umani, essi possono assumere interpretazioni, spiegazioni e narrazioni del tutto differenti tra loro, ove non apertamente antitetiche ed opposte. Senza andare troppo lontano si consideri quanto divergano le retrospettive dei fatti e delle vicende nei libri di storia “italiani” e in quelli “sudtirolesi”, rispetto al Risorgimento, al ‘900, in particolare alle due guerre mondiali, alla lotta di liberazione: due visioni metabolizzate da punti di osservazione e di interessi diversi, persino reciprocamente antitetici, entrambi però legittimi.

 

Una breve riflessione per evidenziare quanto sia difficile prospettare in modo univoco e condivisibile una narrazione degli eventi che hanno dato costrutto alla storia dell’umanità. Ciò può esser utile per capire come – oltre ai fenomeni demografici di stanzialità, crescita e radicamenti dei popoli, oltre le migrazioni di varia natura, non si possa immaginare una configurazione “dell’ordine mondiale” senza tener conto dei continui sommovimenti che i conflitti bellici hanno da sempre provocato. Il principio di autodeterminazione dei popoli è una aspirazione che resta latente o si esprime e si realizza a seconda dei contesti geografici e soprattutto dei modelli strutturati di esercizio del potere costituito.

 

In una democrazia questo principio si manifesta nell’ordine delle cose in modo che il concetto di nazione sia il più aderente possibile a quello di Stato. In una dittatura o in un regime dove le oligarchie sono stratificate il principio stesso di rappresentanza viene fortemente condizionato, la stratificazione del potere assomiglia ad una piramide ad acuta verticalizzazione. Gli eventi di questi giorni ci raccontano di un popolo – quello ucraino – che ambisce a esser parte di un contesto geopolitico dove poter esprimere autonomia e indipendenza. L’invasione ordinata da Putin è il tentativo – manu militari — di riappropriarsi di un territorio che un tempo le apparteneva: sono esigenze contrapposte, la prima legittima la seconda autoritaria e colonizzatrice.  In un bellissimo saggio del 2020 di Furio Ferraresi sulle peripezie della democrazia negli intrinseci rapporti tra potere e rappresentatività, forme dirette e indirette della partecipazione popolare sul discrimine che corre tra politica e società si coglie come lo stesso Max Weber pensasse alla democrazia come ordinamento statuale perfettibile, esprimendo un’oscillazione tra rivendicazione di diritti e regole di ingaggio e funzionamento degli apparati.  Si dice che la peggior democrazia sia preferibile alla migliore dittatura e i fatti di questi giorni lo stanno confermando. In Ucraina il principio dell’autodeterminazione del popolo muove verso la democrazia e il mondo occidentale come affrancamento dall’inglobamento in un potere eterodiretto, inoltre esprime un forte radicamento territoriale, un legame con tradizioni diverse e non sovrapponibili ad altre. Geopolitica e geoeconomia costituiscono oggi due chiavi di lettura interrelate che spiegano come ai concetti di popolo e nazione si contrappongano mire espansionistiche proiettate – senza tante remore – alla conquista del mondo. “Non abbiamo nemici ma solo interessi” diceva Henry Kissinger e questo spiegava allora la strategia della più grande potenza mondiale: tenere aperte le porte del dialogo e del confronto, del commercio e dell’interscambio da una posizione di primazia, ora perduta.

 

Il nuovo ordine mondiale vede il forte radicamento di spinte egemoni: Russia e Cina si stanno muovendo alla conquista del pianeta, sono cambiati gli equilibri di forza, la disinvoltura che usa la forza come arma di convincimento ci riporta al secolo scorso dove i totalitarismi e l’uso della violenza volevano popoli sottomessi, annientati e nazioni cancellate. Perché c’è differenza e non poca tra populismi e nazionalismi da un lato e legittime aspirazioni al radicamento territoriale come espressione di libera autodeterminazione. Unirsi attorno ad una bandiera, difendere i confini, battersi contro l’azzeramento delle proprie tradizioni e della propria storia sono la parte positiva e non negoziabile dei diritti civili che sottendono la democrazia e con essa le proprie libertà, sedimentate nella storia e risultato di avvenimenti e di scelte che costituiscono il “genius loci” di una comunità. Quando si dice che siamo ai margini di un possibile ribaltamento dell’ordine mondiale si intende esprimere preoccupazioni e angosce legate al pericolo di veder cancellati secoli di storia e con essi l’icona stessa, condivisa, pacifica, motivata e irrinunciabile della propria identità.

 

Ecco, in un mondo che dimentica il passato e le sue non remote tragedie, l’umanità rischia di soccombere e rimuovere i simboli della propria appartenenza: la bandiera, la Patria, le radici della propria storia.