Dialogo con Giuseppe De Rita: “Transizione ecologica, digitalizzazione sono parole generiche. La società ha bisogno di evoluzioni lente e partecipate”.

Dialogo con il Prof. Giuseppe De Rita fondatore del Censis di cui è oggi presidente, il più prestigioso centro di analisi e interpretazione sullo sviluppo della società italiana. De Rita è uno dei massimi sociologi italiani, anche se ama definire se stesso un “ricercatore sociale”.

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Presidente De Rita, dopo il Suo saggio sul “tenace continuismo nella discontinuità del presente” e un periodo di studio e riflessione, Lei è tornato con vigore al centro delle analisi sociali che stanno a latere dei Rapporti CENSIS e a loro completamento. Mi riferisco in particolare a tre recenti interventi, di cui due articoli sul  ‘Corriere’ (il 30/10 e il 19/01 u.s) e una intervista a ‘Libero’ del 25 gennaio, considerando in particolare le conseguenze nei comportamenti individuali e collettivi generati dalla perdurante pandemia. Già il 54° Rapporto Censis aveva evidenziato un declinare del rancore e del rintanamento  (in atto da anni) in un atteggiamento di egoismo e di chiusura, ora Lei parla esplicitamente di un sentimento di cattiveria che ci pervade : siamo dunque peggiorati?

In questo momento essendoci una dimensione di “sospensione” – perché la pandemia sospende i comportamenti, gli atteggiamenti e secondo me persino le idee- possiamo dire che ci sentiamo forse più cattivi reciprocamente ma l’evento pandemico ha interrotto il prevalente sentimento di rancore che avevamo rilevato anche nei risultati elettorali del 2018. E’ subentrata uno stato di sospensione di atteggiamenti nettamente orientati ,  come espressione dell’incapacità dei singoli di capire dove siamo e in che direzione stiamo andando. Come ho precisato in una precedente intervista vedo tre condizioni interpretative possibili degli stati d’animo prevalenti: una condizione di un popolo in trance, un popolo  in letargo o un popolo in situazione di bolla istituzionale protetta. Questa è la differenza dal passato: non è più possibile in questa fase descrivere la società italiana in base a valutazioni complessive e orientate nel tempo. Noi siamo “sospesi nel tempo”, in questa fase. Succede allora che se io giro il sabato per il Corso di Roma, nel centro storico  e mi guardo intorno per cercare di osservare i comportamenti della gente, noto magari assembramenti e spostamenti di persone ma si tratta di gente che ha “l’occhio perso”, che non focalizza nulla, che non guarda con attenzione neanche la vetrina che ha davanti, probabilmente non ha neanche il desiderio di comperarsi qualche cosa: potremmo definirla una situazione di spaesamento in una condizione oggettiva di sospensione, come ho detto. Probabilmente si verifica una sorta di “trance” collettiva e mi auguro che si tratti di questa mia prima interpretazione poiché il letargo è uno stato di più lunga durata, che avrebbe effetti negativi per il futuro e sarebbe più preoccupante. Non mi sentirei pertanto di trovare un aggettivo che possa spiegare compiutamente questa nuova condizione: non è più rancore, direi neanche cattiveria o tantomeno entusiasmo, perché viviamo sospesi in una sorta di incompiutezza che non può essere rappresentata in modo netto.

In che misura la pandemia ha influito su questo incancrenirsi delle relazioni sociali e degli stati d’animo individuali è facilmente intuibile. Abbiamo vissuto un lungo periodo di isolamento, restrizioni, divieti, ordini, limiti che hanno riguardato le nostre abitudini quotidiane, una cosa alla quale non eravamo ne’ pronti ne’ – nonostante tanta buona volontà – disposti. Essendo un fenomeno mondiale il Covid ha scardinato l’ordine di usanze e consuetudini, inoculando sensi di panico, paure, chiusura emotiva e ogni realtà nazionale ha vissuto ciò come un comune denominatore, con molti errori di strategia e uno sparigliamento geopolitico e conseguenze economiche devastanti ovunque. Come è stata gestita la pandemia in Italia tra stato di emergenza, assenza di un piano pandemico, lockdown totale e a zone colorate,  pletora di DPCM? Lei sa ad esempio quando scade lo stato di emergenza? Non ho trovato uno che lo sappia.

Io sono convinto, fin dalla prima settimana dello “scoppio” della pandemia, che in Italia non si sia fatta nessuna politica di informazione ma solo di comunicazione. Sono due cose diverse, profondamente. Lo Stato, il Ministro, il Presidente del Consiglio, le istituzioni ad ogni livello si limitano a “comunicare”: dati, bollettini, statistiche, morti, contagi, guariti, ricoverati in  terapia intensiva, provvedimenti presi all’ultimo minuto. Ma una informazione profonda su cosa è stata la pandemia, la sua origine, le sue cause, i possibili sviluppi non è mai stata realizzata. Perché, anche se Palazzo Chigi la comunicazione l’ha gestita anche bene, tuttavia la comunicazione  di per sé crea emozioni, ansia, panico, non coscienza collettiva. Magari procura consensi al Presidente del Consiglio pro-tempore se si muove, si dà da fare ma non può sostituire una corretta ed esaustiva informazione. Io l’avevo detto fin dai primi giorni: si era scelta la strada della comunicazione ma per formare convincimenti individuali e collettivi serviva una adeguata informazione: spiegare le cose alla gente. Questo è mancato. Io avevo proposto l’istituzione di una specie di Autority anche temporanea, per coordinare i flussi informativi sul Covid. Avevo pensato all’ISTAT come responsabile di questa informazione: tabelle, incroci, statistiche, proiezioni li sanno fare bene ecc. Forse c’è stato un diniego da parte dell’Istituto Superiore della Sanità, trattandosi di dati epidemiologici, sanitari. Alla fine non si è fatto nulla. Siamo andati avanti così per un anno, a parte le prime conferenze della Protezione Civile, sentendo i telegiornali della sera. E ciò ha riguardato anche le mascherine, i distanziamenti, le istruzioni, le indicazioni di comportamenti corretti. Oggi come dice Lei non si sa quando finisce lo stato di emergenza, ci è stato comunicato il divieto di spostamento tra regioni fino al 27 marzo, ma spiegazioni e informazioni…. nulla. L’informazione più puntuale l’ha data solo 12 ore prima dell’apertura della stagione sciistica il Ministro Speranza quando ha comunicato la chiusura degli impianti provocando lo sconcerto, la rabbia e la reazione dei gestori e degli albergatori. Quello che è mancato nella pandemia italiana è stato un livello di informazione adeguato collettivo, perché è stata preferita la via della comunicazione emotiva.

C’è stata un’enfasi sulle consulenze, le task force, la convocazione di Stati generali, le supervisioni ma spesso scienza e politica non hanno marciato affiancate: la sensazione è stata quella di un navigare a vista tra un DPCM e l’altro, senza una visione, un padroneggiamento, cedendo alle lusinghe dei bonus e degli eccessi di annuncio. La politica italiana è sempre condizionata dal timore di perdere consensi ma non facendo nulla o agendo in modo contradditorio crea disorientamento in una società già di per sé molecolare, dove l’assenza di corpi intermedi allarga il gap tra Stato e cittadini. Qualcuno ha parlato di libertà costituzionali negate, altri di provvedimenti necessitati. Lei ha scritto “non siamo gente tranquilla” ma l’Italia non ha vissuto rivoluzioni quanto accomodamenti. Ciò ha portato a mediazioni verso il basso? A risolvere i personali problemi senza un senso di comunità e di appartenenza?

Il problema di questa pandemia – sotto il profilo sanitario, umanitario ed economico – è stato quello , semplice e persino banale, di aver adottato la strategia della rincorsa. Arrivano i contagi alla periferia di Roma e ci occupiamo di quelli, poi ci sono focolai in Basilicata e chiudiamo il territorio, arrivano in Molise e ci interessiamo pure a quelli. La scelta è stata di rincorrere gli eventi con interventi tampone, la cassa integrazione, ai quali si sono aggiunti i bonus (vacanze, monopattini ecc.)  che hanno determinato una vera e propria politica dei bonus sintomatici: un bonus come soluzione sporadica per ogni problema emergente.  Ora se una classe dirigente non ha una visione politica ma rincorre gli eventi, anziché programmare interventi e pianificare strategie, avere una visione anticipatrice e strategica,  finisce inevitabilmente per adottare scelte dettate da paure ed emozioni e per consegnarsi ad esse, trasmettendo alla gente una sensazione di insicurezza e incertezza.

L’abnegazione e lo spirito di sacrificio, il senso civico dei singoli hanno sopperito a carenze ed errori madornali: comprare i banchi a rotelle e trasformare gli edifici scolastici in ambulatori medici senza tener conto del “fuori”, degli assembramenti, dei parenti in casa, delle frequentazioni amicali, della carenza dei mezzi di traporto da e per la scuola, puntare subito sulla DAD senza considerare che un terzo delle famiglie al sud è priva di connessione internet o di pc, chiudere le scuole senza prevedere come e quando riaprirle. Paolo Crepet ha parlato di un rischio di catastrofe educativa, di fatto c’è una generazione che vive il disagio di un vuoto formativo dalle conseguenze imprevedibili, sia sul piano economico che del mercato del lavoro ma soprattutto a livello di socializzazione superficiale e anaffettiva, di carenze negli apprendimenti, di gratificazione personale. Il nuovo Ministro dell’istruzione presiedeva la commissione di esperti della Ministra Azzolina: adesso che la sostituirà per cambiare le cose dovrà cambiare qualche idea? Un tempo i ragazzi andavano in piazza per protestare contro la scuola selettiva e il “sistema”, ora scendono in strada chiedendo di riaprire e far funzionare le scuole. Come valuta poi il pregiudizio verso la DAD da parte di una generazione che vive la full immersion nel web, i social come forma privilegiata di comunicazione e si porta il cellulare in bagno o a letto?

Lei ha una lunga esperienza professionale in tema di minori e mi insegna che ci sono due elementi che caratterizzano la funzione educativa e formativa della scuola: la socializzazione e l’insegnamento-apprendimento. Al tempo stesso la scuola è stata entrambe le cose, anche negli istituti più tradizionali e rigidi. L’idea che si creava un problema vuoto educativo, di carenza formativa, di assenza di didattica, sostituibile con l’insegnamento a distanza mediante mezzi e strumenti non ha evidentemente tenuto conto dell’altro aspetto che costituisce l’unitarietà della funzione educativa e cioè la socializzazione. Il vero problema era e resta quello di restituire alla scuola la sua duplice anima: con un’anima sola le cose non funzionano, non si va da nessuna parte. Lei pensi al valore di socializzazione primaria nella figura del compagno di banco, di confronto, di confidenza: se isoliamo gli alunni – come singole molecole – nei banchi a rotelle finisce subito tutto. L’errore che è stato fatto è consistito nel considerare solo l’aspetto didattico come prevalente, ciò ha giustificato l’adozione della DAD ma la completezza della funzione educativa e formativa della scuola non si è realizzata, perché ha creato un rapporto solipsistico del ragazzo con il suo PC o tablet, ma rendendolo isolato da un contesto comunicativo, relazionale e di socializzazione. Questa è stata una scelta di incultura che ha delegittimato l’intervento educativo, mancavano le due anime, i due motori. La nuova generazione – pur disponendo di dotazioni tecnologiche che noi non avevamo – cresce comunque in gruppi amicali, di pari, di attività sportive, di oratori, di piccole realtà associative guai se le viene a mancare questa dimensione sociale pur se in forma embrionale. Perciò capisco la richiesta dei ragazzi che scendono in strada per rivendicare un rapporto e una dimensione umana nelle loro relazioni e con gli insegnanti.

Il lungo travagliato periodo pandemico ci ha fatto vivere in uno stato di allerta, tra psicosi, pericoli oggettivi, dissertazioni contrastanti di politici e scienziati che hanno incrementato uno stato di incertezza come se la vita fosse scandita da ritmi rapsodici e imprevedibili ai quali bisogna adattarsi. A parte il fatto che ci sia o meno un coinvolgimento della sfera psichica e mentale nelle conseguenze del virus, abbiamo vissuto tra negazionismo e sfrontatezza, ricerca della libertà nella movida e negli apericena, senso di panico del “noli me tangere”: guai ad essere sfiorati da un altro alla cassa del supermercato. Lei ha individuato tre pericoli che incombono sugli italiani: vivere in trance, entrare in letargo, adattarsi ad esser prigionieri di una bolla istituzionale. Dato che durerà ancora, purtroppo, ce ne vuole parlare?

Anche se dovesse uscire fuori come reazione all’esistenza, questo Paese non può dimenticare che esiste una dimensione globale che non è prerogativa dei carcerati o delle suore di clausura: si accettano le regole e le direttive, si accettano le mascherine come tutela, i limiti orari, il divieto degli sconfinamenti. Questa dinamica è ben spiegata da Ering Goffman nel suo libro ‘Asylums” – ed. Piccola biblioteca Einaudi. Può durare per un periodo limitato, se però per troppo tempo la politica detta le regole del “noli me tangere”  e dei distanziamenti, allora io preferisco la metafora del popolo in “trance”  rispetto al meccanismo artificiale del comando della truppa.     

Forse Trump e Boris Johnson si sono coperti di ridicolo quando hanno inizialmente disdegnato il pericolo pandemico, forti di tradizioni e culture profondamente ispirate alla fiducia nel futuro.  Ma il primo aveva suggerito di bere candeggina mentre il secondo aspettava l’immunità di gregge, invitando alla rassegnazione per la perdita dei propri cari, specie se anziani. Possiamo dire che non siamo caduti così in basso ma quanto ha inciso l’impreparazione della classe dirigente italiana , i cd. “decisori politici” nel commettere errori marchiani e pregiudiziali come il rifiuto del MES, l’assenza di un piano pandemico, i pasticci sulle mascherine, gli ospedali non adeguatamente attrezzati e con personale sanitario insufficiente, la rapsodia incalzante di ordini e contrordini, l’effetto moltiplicatore delle diaspore Stato-Regioni, le strizzatine d’occhio alla Cina dopo aver imboccato la via della seta. E qui veniamo ad una questione di fondo: il livello di competenza dell’attuale classe politica. Chi urlava al “vaffanculo”, rifiutava le dirette streaming, voleva aprire il Parlamento come una scatola di tonno mi pare abbia applicato il peggior doroteismo di sempre: accomodandosi nelle istituzioni ha dimostrato di trovarvisi a proprio agio. Ma dopo la deregulation quanto credibilità meritano certe forze politiche nel progetto di ricostruire un modello di Paese? Ci saranno dei condizionamenti al piglio decisionista di Draghi?

Vede noi che seguiamo i giornali e la cronaca, abbiamo dato una certa importanza al grillismo, al vaffa”, alla scatola da aprire, al Parlamento da scuotere ma se ci pensiamo bene nei fatti non è stato questo l’elemento di distruzione del sistema che – alla fine – ha recuperato e marginalizza questa forma di cultura populista. Il vero problema non è stato il grillismo o il populismo: il vero problema – lo segnalo da anni – è stata la “disintermediazione”, ciò il venir meno della consistenza e dell’importanza dei corpi sociali intermedi tra lo Stato e i cittadini, tra il Paese legale e quello reale. Quando Renzi dice “rottamo tutti”, o da altri per dieci anni si pensa “basta con il sindacato”, “basta con le associazioni”, “basta con i partiti” …. finisce l’esistenza di corpi intermedi che costringono ad un rapporto tra il Re e il popolo, inteso come il potere e il suo popolo. Si tratta di un impoverimento culturale che disintegra il corpo sociale e porta il Paese alla sconfitta, qualunque sia il partito o l’uomo al comando. 

Il graduale processo di cetomedizzazione del Paese è sempre stato un tema analizzato nei Rapporti del CENSIS. Dai Suoi recenti interventi sembra di capire che si tratti più di un graduale processo di accomodamento di status piuttosto che il risultato di un confronto ideologico, di una dialettica collettiva, di un superamento delle diseguaglianze sociali : esso esprime i tratti di un soggettivismo molecolare, legato alle speranze dell’innovazione tecnologica, al benessere. Come è cambiata, se mai esiste ancora, la borghesia oggi?

Il trend  degli anni 90 e fino al 2000 è stato quello di un paese povero, ignorante , senza cultura collettiva, cito il bracciante agricolo, il contadino, il bidello della scuola elementare, che ha raggiunto condizioni oggettive  di una crescita di status, diventando lentamente ceto medio: la casa piccola ma confortevole, un certo benessere economico,  i consumi più alti, le vacanze, l’auto nuova. Questo è stato il fenomenale grande processo di crescita della società italiana iniziato negli anni 70/80, quello di uscire dalla povertà, dall’ignoranza, da una condizione sociale inferiore per definizione, per sentirsi diverso migliore: un processo per certi aspetti secolare. Poi doveva esserci il passo ulteriore, un passo in avanti: la speranza collettiva è che questo nuovo ceto medio che aveva vinto la sua battaglia di uscire dall’irrilevanza, dall’ignoranza e dalla subalternità, diventasse elemento trainante per il Paese: lo pensavo io ma anche Aldo Bonomi, Massimo Cacciari.  Ciò tuttavia non è avvenuto, questa è stata la grande sconfitta di questa borghesia emergente. Il ceto medio si è accontentato di quello che aveva ottenuto, non ha rischiato  non ha prodotto alcuna scommessa sul futuro. La nuova borghesia – a differenza del processo di cetomedizzazione del passato – non è un fenomeno di massa ma si esprime a macchia di leopardo: faccio due esempi desunti dai giornali di questi giorni. Sul Foglio è uscito un articolo di Cingolani che spiega come le banche italiane sono governate da persone nate a Roma e descrive la capitale come nuova culla della borghesia finanziaria italiana, su altra stampa si è enfatizzato il management istituzionale e di una nuova borghesia medio alta romana sul piano amministrativo, quello degli alti dirigenti della P.A e dei ‘grand commis’ di Stato. Questo mi fa pensare ad una ripartenza della borghesia medio alta in Italia, una èlite a macchia di leopardo.

Senza riserve Lei si definisce uomo della Prima Repubblica: per formazione culturale, esperienza professionale, avendo vissuto l’epoca di una società attraversata da forti contrapposizioni ideologiche ma legata alla voglia di fare, all’accettazione del sacrificio in funzione di un progresso da conquistare, ad un progetto di futuro, ad una speranza di crescita collettiva da condividere. Credo che in molti oggi sottoscrivano questo nostalgico amarcord e questa appartenenza ideale, specie da quando le poche idee sono state sostituite dalle molte opinioni in circolazione. Ogni dibattito politico appare sterile e vuoto di contenuti, ripetitivo, uno stanco clichè. Un tempo i partiti celebravano i congressi, oggi i futuri deputati vengono designati dal web. Pare di vivere oggi un tempo deprivato da sogni e radicamenti  culturali, da un’etica del vivere sociale. Lei cita Moro e Andreotti e i due modi di intendere la politica come guida o come rimorchio della società. Ci siamo forse rassegnati e cedere il primato della democrazia sostanziale a favore di una democrazia virtuale? Non Le sembra che abbiamo imboccato la strada della delega anziché quella del ragionato consenso?

La delega è uno strumento indispensabile, non dobbiamo demonizzarlo, anche se comporta meccanismi complessi. E’ un elemento necessario. Quello che non va bene è l’idea che attraverso la delega si mettano in conto meccanismi di potere reale: non si può fare politica sulla piattaforma Rousseau, senza dibattito, senza discussioni, senza approfondimenti, con risposte secche si/no, è giusto/sbagliato, di adesione o non adesione ad un quesito predeterminato. La politica è fatta di meccanismi delicati. Circa le posizioni di Moro e Andreotti non le ho poste in una dimensione tassonomica: sono due operazioni politiche che hanno bisogno di complessità e di fatica, non possono essere esercitate attraverso la delega sulla piattaforma Rousseau.

Il trasformismo politico che non consiste solo nel cambio provvisorio di casacca ma in un decadimento totale di valori fondativi, di coerenza tra vita pubblica e privata, nel dire e nel disdire, nella personalizzazione alla guida dei partiti, sempre meno contenitori di idee e sempre più aggregazioni di interessi, ci porterà ad una ribellione della società civile o all’accettazione passiva del declino? Dopo la crisi di Governo si è creata una maggioranza parlamentare eterogena che sostiene il Presidente Draghi. Conversione etica, calcolo politico o rischio di perdere i finanziamenti europei? Il carisma di Draghi, la sua competenza, l’esperienza maturati al vertice della BCE sono una garanzia per il Paese. Si prospettano priorità come “la transizione ecologica” e la digitalizzazione”? Condivide questa tassonomia?

Queste indicazioni – l’ecologia, la transizione, la riconversione, la digitalizzazione– sono frutto di una genericità di approccio. Per carità, sono tematiche anche serie. Tradotte tuttavia a programma di lungo periodo nella società non funzionano, salta tutto. Perché la società ha bisogno di evoluzioni lente e in qualche modo partecipate. Il Recovery Fund , questa scelta europea di investire, non può essere equiparato al Piano Marshall. Era ben altra cosa che aveva tre fattori fondamentali: primo, una vocazione politica unitaria, era l’America che cercava di creare un fronte atlantico di alleanze. Secondo il Piano Marshall era qualcosa che aveva un senso profondo di futuro, basato su una logica americana di neo capitalismo come punto di riferimento che ci veniva proposto, senza imporlo. Terzo: nel Piano Marshall c’era la possibilità di coinvolgere le masse su cose che conoscevano: la casa, il lavoro del padre , il futuro. Oggi si tratta di cosa diversa, troppo generica. Mi spieghi  qualcuno cosa significa “riconversione ecologica”: non si basa su esperienze compiute, cose conosciute e sperimentate. Si tratta di qualcosa tutto da inventare. Il fascino delle parole prevale sulla sostanza dei programmi che devono partire da basi consolidate nella storia. Rischiamo operazioni di vertice fatte anche bene, tecnicamente articolate,  ma che a mio avviso non avranno futuro perché non condivise dal consenso popolare, senza il traino di massa che è necessario.

Sto leggendo un interessante libro sulla vita di De Gasperi: uomo politico, marito, padre. Visto in una dimensione politica e domestica. Uno che nel 1945 saliva sull’aereo per gli USA per trattare un prestito all’Italia,  indossando un cappotto prestato dal Ministro Attilio Piccioni perché il suo era liso o che – partecipando il 10 agosto del 1946 alla Conferenza di pace di Parigi – aveva l’umiltà di esordire in questo modo: “Prendendo la parola in questo nobile consesso internazionale avverto che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me.” Fu proprio Andreotti che di Lui mi disse: “Di De Gasperi quello che creava entusiasmo era la sua integrità. Cioè a dire: era ‘tutto uno’, come politico, come cattolico, come uomo di cultura, non era fatto a compartimenti come siamo fatti spesso molti di noi. Esprimeva il grandissimo fascino di saper testimoniare la sua assoluta coerenza con la sua vita anche quando questo gli era costato molto, compreso il carcere”. La ruota della storia compie il suo giro: avremo ancora persone così? 

La mia risposta alla Sua domanda è “no”, purtroppo. Oggi siamo tutti piccolo-borghesi per tentare di assomigliargli. Vorrei dire che ci sono alcune cose nella vita di De Gasperi che sono tutt’affatto banali. Aveva ragione Giulio Andreotti a descriverlo così. Era persona integra, retta, unica. Lei sta leggendo il libro del carteggio tra Alcide e la moglie Francesca: ancora più commoventi sono le lettere tra lui e la figlia Suor Lucia. Avere una figlia suora era un dono che completava il loro affetto familiare. Chi oggi può vantare il dono di una figlia suora? Lui aveva una dimensione spirituale che era unica e rendeva lui unico.  Era un diamante e la durezza del diamante non può essere scalfita.