DIBATTERE LE QUESTIONI CRUCIALI DEL NOSTRO TEMPO. RISPOSTA A PAPINI SUL RUOLO DE “IL DOMANI D’ITALIA”.

26840

La demolizione dei partiti, avviata con Tangentopoli e proseguita con l’introduzione di sistemi elettorali maggioritari senza più partiti di massa e incapaci di democrazia interna e di legami con territorio, ci ha consegnato un preoccupante quadro di inadeguatezza del sistema dei partiti. In un tale contesto di democrazia leggera o residuale, appare prezioso il contributo al dibattito che offre “Il Domani d’Italia” e non solo, come hanno evidenziato gli amici Armando Dicone e Giorgio Merlo, in funzione della costruzione di una nuova area di centro.

 

Il dibattito aperto da Massimo Papini sul ruolo che la testata Il Domani d’Italia può esercitare per il futuro del Paese a partire dalle proprie radici, collocate nella seconda metà degli anni settanta, appare quanto mai opportuno. 

A cominciare dal suo riferimento agli anni della solidarietà nazionale (e alla strategia di Aldo Moro), che ci può aiutare a focalizzare le nette differenze tra il contesto di quell’epoca storica e quello presente. In quel tempo remoto già si potevano cogliere i primi sintomi di sfaldamento del compromesso fra capitalismo e democrazia, compromesso impostosi di fatto nel dopoguerra più in funzione del contenimento dell’espansione del blocco comunista nel mondo che per un comune accordo fra poteri e fra classi. E, da una prospettiva solidarista e progressista, ci si poteva permettere ancora di pensare in grande, nonostante i piani in atto di destabilizzazione del Paese ricordassero, talvolta con la crudezza dei fatti, quali fossero i limiti invalicabili per l’Italia sia in campo sociale che in quello internazionale. 

 

Ma esistevano i partiti, soprattutto i due grandi partiti di massa, la Dc e il Pci, strutturati capillarmente nella società non solo come poderose macchine organizzative ma anche come agenzie educative e formative, popolari e interclassiste, alla politica e alla democrazia. Il pluralismo, politico e informativo, era esercizio comune e quotidiano; nei gruppi dirigenti del Partito Comunista era ancora viva la coscienza della critica gramsciana alla stampa borghese. Il grado di manipolazione dell’opinione pubblica in favore degli interessi dei più forti, che già aveva conosciuto un relativo periodo d’oro all’epoca dei grandi totalitarismo del Novecento, non era paragonabile, anche per la limitatezza tecnologica, a quello attuale. Esisteva, infine ma non per ultimo, la sinistra, una sinistra prevalentemente legata al popolo, al lavoro, alla giustizia e ai diritti sociali, con la quale una larga parte del mondo cattolico, anche per effetto del vento conciliare e della stagione di riforme intrapresa dai precedenti governi di centrosinistra, era determinata ad interloquire.

 

Ai nostri giorni quell’orizzonte è scomparso. Sul piano interno, la demolizione dei partiti, avviata con Tangentopoli e proseguita con l’introduzione di sistemi elettorali maggioritari senza più partiti di massa e incapaci di democrazia interna e di legami con territorio, ci ha consegnato un preoccupante quadro di inadeguatezza del sistema dei partiti che ormai selezionano la loro classe dirigente in base alla assoluta fedeltà al capo, con capi a loro volta più o meno direttamente cooptati da poteri superiori.

 

Sul piano internazionale sono andati avanti processi difficili da fermare o quantomeno da ricondurre in breve tempo in una logica di pace, di democrazia e di equità sociale. Nel nostro Occidente il potere economico-finanziario pare aver soppiantato quello politico, annullando ogni reale disputa democratica, ogni confronto aperto fra prospettive diverse, cose che avvengono ormai solo più, lontano da occhi indiscreti, al livello delle élites le quali nei fatti, anche se quasi mai di diritto, esercitano la sovranità.

 

In un tale contesto di democrazia leggera o residuale, appare prezioso il contributo al dibattito che offre “Il Domani d’Italia” e non solo, come hanno evidenziato gli amici Armando Dicone e Giorgio Merlo, in funzione della costruzione di una nuova area di centro. Credo che sarebbe stato altrettanto utile come strumento, se avessimo avuto un Partito Democratico degno di questo nome, ovvero un partito a vocazione maggioritaria vera, dove i candidati li decidono i territori, dove l’uninominale maggioritario non conosce paracadute o escamotage di alcun genere. In ogni caso il nodo di un’area di riferimento per la Testata nella politica attiva appare una questione non secondaria proprio per dare incisività al lavoro culturale.

 

Tre su tutte mi paiono le questioni da affrontare nella nostra epoca per cercare di incidere sul futuro del Paese anche attraverso lo strumento di questa rivista politica. La prima è quella relativa al modo di intendere il ruolo dell’Occidente nel mondo. Credo sia estremamente rischioso per il nostro futuro lasciare la diatriba fra fautori dell’unilateralismo e quelli del multipolarismo interamente in mano alle élites. Se crediamo che il miliardo d’oro, il 15% dell’umanità, debba continuare a dettare le regole della politica mondiale, dobbiamo preparare il popolo a una lunga stagione di guerre, carestia, arretramento delle condizioni di vita. Perché l’altro 85% non è più disposto ad accettarlo e dispone dei mezzi per affermare il proprio punto di vista. In caso contrario si devono trattare e spiegare le ragioni del multipolarismo e del suo profondo intreccio con la pace e il diritto.

 

La seconda questione cruciale è quella dell’energia e della transizione ambientale. La ricerca di un approccio più equilibrato, integrale all’ecologia, come auspicato dalla Laudato Si’, deve poterci aiutare a correggere gli errori sin qui compiuti, a contrastare i fondamentalismi, a rivedere, verificare e quando è il caso, rimettere in discussione acquisizioni fatte passare per scientifiche ma che in realtà sono servite solo a avvantaggiare pochissimi e a peggiorare le condizioni di vita della classe media.

 

Infine, il terzo grande tema è costituito dal rapporto tra tecnica, scienza e politica. Il ritmo delle innovazioni tecnologiche è tale da offuscare la definizione di un nuovo umanesimo della modernità, in cui non si perda mai di vista che il fine rimane l’uomo e che tutto ciò che è possibile fare attraverso le nuove possibilità dischiuse dal progresso scientifico e tecnologico non è detto che sia conveniente o saggio farlo, pur attribuendo un valore molto positivo all’innovazione.

 

In conclusione, credo che il miglior servizio che potrà fare al Paese Il Domani d’Italia sia quello di recuperare uno spirito di autentica discussione, capace di considerare e soppesare i vari aspetti che inevitabilmente comportano le decisioni politiche anche quelle che sembrano votate alle più nobili cause, rompendo finalmente quell’asfissiante clima di unanimismo, di visione a senso unico, che sta purtroppo caratterizzando il discorso pubblico in Occidente sulle questioni che veramente contano.