Dietro la crisi del mestiere di Sindaco

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A forza di mettere l’accento sull’investitura popolare dei Primi cittadini si è arrivati a deprimere la democrazia locale

 

L’osservazione di Stefano De Martis (v. “La Repubblica di tutti. Ridare rispetto e valore al mestiere di sindaco” – Avvenire, 23 maggio 2021) sul logoramento della figura del sindaco a elezione diretta punta il dito sull’effetto distorsivo dell’analoga elezione, disciplinata legislativamente dopo qualche anno, dei Presidenti di Regione.

 

La tesi ha un suo fondamento perché individua nel regionalismo, specie dopo l’onda lunga della cosiddetta devolution, una tendenza di antica radice a invadere e comprimere l’autonomia dei Comuni.

 

C’è tuttavia da riconoscere che la prassi, dal 1993 ad oggi, ha consolidato nei Comuni la spinta a trasformare l’investitura popolare in mandato senza contrappesi, conferendo ai Primi cittadini l’aureola di nuovi Podestà.

 

Anche se la legge prevede che i Consigli comunali conservino importanti competenze, il loro indebolimento è sotto gli occhi della pubblica opinione.

 

La democrazia locale ha perso in fretta il suo carattere di labotatorio dell’innovazione. Invece di rilanciare la partecipazione, il sistema elettorale incentrato sul ruolo del Sindaco l’ha depressa.

 

È difficile trovare persone, specie se professionalmente qualificate, che sentano lo stimolo di candidarsi a far parte delle assemblee elettive. Piuttosto che misurarsi con l’elettorato per entrare in Consiglio comunale, in tanti preferiscono attendere la vittoria del “proprio” Sindaco  per essere cooptati in Giunta.

 

In questo modo la politica di deteriora nel gioco di specchi di un confronto che appare più che mai rivolto alla nuda verifica dei rapporti di forza. Dopodiché il vincitore si sente autorizzato a brandire l’arma del consenso ricevuto, sicché finisce che il rapporto con le opposizioni si disarticoli nella episodica logica delle convenienze.

 

Da ciò deriva, in ultima istanza, il senso di immiserimento della vita democratica locale. Ora, quanto più si personalizza la lotta politica, passando per l’esaltazione del potere monocratico, tanto più si rende povera la comprensione del valore insostituibile del pluralismo, come dovrebbe pienamente esprimersi nelle Aule consiliari.

 

Se il mestiere di Sindaco non è più così attrattivo è anche perché qualcosa si è rotto nell’ingranaggio di un sistema che dovrebbe anzitutto “dare voce” alle diverse parti in gioco, sempre possibilmente con la premura di orientare il conflitto in direzione di un comune sentire per il bene della comunità locale.