Differire da se stessi ed esporsi all’«altro della vita»: il travaglio del ri-posizionamento, non le fanfare delle ripartenze.

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Questa riflessione stimolante prende a prestito e sviluppa, in larga parte, un pensiero di De Rita: È la realtà in essere che è costituente, non i pensieri, le tradizioni, gli interessi, le identità di cui molti di noi fanno ritenzione securizzante. Ecco perché limitarsi a citare Sturzo De Gasperi e Moro non restituisce per incanto la necessaria vitalità alla cosiddetta politica cattolica.

Diverse uscite di ex-politici di area Dc, o, come si dice, di tradizione cattolica, fanno venire in mente impietose sintesi che solo gli americani sanno fare: “Se sono così eccezionale, come mai sono ancora single?” (da un libro di Frassinelli).

Fra le note in comune a molte di queste uscite ci sono sviolinate su come era bello e saggio e profetico il paradiso democristiano, un’Italia sempre e su tutto nelle mani migliori che si potessero desiderare (una volta perso il potere, certo mondo cattolico si è ritirato in un’autocompiaciuta riserva che fa sfoggio di quell'”approccio culturalista” contrastato da Ardigò, con cui – sosteneva il sociologo bolognese – non si sarebbe mai recuperato e reso possibile per le persone il sensoprofondo del vivere il proprio quotidiano.

Appunto: se oggi torme di disillusi e ingrati – e non perspicaci come questi reduci di Avalon e Artù – guardano a quella popolana della Meloni, un motivo ci sarà, giusto? Va bene, su alcune cose dei ‘reduci’ si può essere d’accordo ma per il resto molte illusioni, ed anche per alcuni aspetti letture storiche distorte, sia del passato sia del futuro prossimo.

Si insiste nel tratteggiare un tempo della Dc e della cosiddetta Prima Repubblica che non c’è mai stato, almeno nella generalizzazione con cui viene descritto. È evidente l’idealizzazione di tutto, la memoria che, come per il caro estinto, ripulisce il passato da qualsiasi nequizia. Il fatto che poi non si sappia far altro che attaccarsi a Moro, De Gasperi, Sturzo e qualchedun altro, in maniera compulsiva e ricorsiva, conferma assai bene che su molti, moltissimi altri personaggi e molte altre situazioni si sorvola come quasi inevitabili e marginalissimi effetti collaterali. È come quando ci si sente dire da un marxista: lascia perdere Lenin, Stalin, Brežnev, nomenklature, ecc., ma il comunismo non è mica quello…

La Dc ha gestito il potere e l’ha gestito come meglio storicamente le è riuscito, e come è ormai documentato. E ha garantito non poco ad un Paese ballerino come l’Italia. Se poi in alcuni anche l’idealità cristiana brillasse in modo inusuale siamo i primi a rallegrarcene (e sono quelli che le hanno sempre salvato l’anima), ma non si può dire che questo valeva anche per Salvo Lima o Umberto Federico D’Amato, per Borghese, per le tante persone perbene della Propaganda 2 ed una marea di altri factotum e squallidi notarucoli locali che passavano la vita a fare gli amici degli amici, per cui alla fine l’apparato delle rendite ha surclassato quello degli investimenti. Anche questo è stato populismo, no? La gente capiva e si ‘adeguava’ volentieri, il sacco era senza fondo.

Circa le ideologie (come abbiamo letto): scagliarsi trombonisticamente, addirittura per definizione e non per loro attuazione storica novecentesca, contro di esse ed equipararle all’individualismo (forse si mischia Trockij con Milton Friedman), e come se anche l’antropologia cristiana non fosse un ‘sistema’ o come se la Dottrina Sociale della Chiesa non fosse una dottrina, un complesso organico di principi e cognizioni, rivela una insufficienza di intellettualità e di visione politica non da poco. Stiano tranquilli i citatori continui di De Gasperi, Schuman e Adenauer: a forza di sparare su ogni sistema di studiare e comprendere il mondo (tutta colpa delle ideologie ecc.) assegnano la collocazione del crocifisso non al pensiero professante dei Padri Fondatori, ma ai ricorsi alla magistratura per centimetri e collocazione in parete.

I peana poi sugli italiani che si sarebbero stancati del populismo sono proiezioni di chi domanda alla sentinella a che punto è la notte. Come ricordò tempo fa Mauro Magatti, Nietzsche disse che ci avrebbero aspettato duecento anni di nichilismo, e quindi siamo poco oltre metà. Non ci saranno declini facili né a breve del populismo, né un Pil che viaggiasse a trecento all’ora si trascinerebbe dietro in automatico una eguale crescita ‘culturale’ (semmai è vero il contrario). Come disse Defoe a proposito della peste londinese del XVII Secolo (Diario dell’anno della peste), se fosse durata un po’ di più avrebbe risolto gli inglesi a prendere pienamente in considerazione le questioni vere.

Quanto alla zolfa della ripartenza, delle ripartenze: bisogna fare tutt’altro che ripartire. È cambiato e va cambiato il viaggio. Bisogna ri-posizionarsi e incominciare da tutt’altra parte. Bisogna passare, come i Magi dopo l’incontro con il bambino, per un’altra strada. Credo che De Rita l’abbia scritto bene come pochi altri nell’occasione di un altro trauma mondiale, le dimissioni di Papa Benedetto XVI: “Del resto senza vigore nessun soggetto (pontefice, curia, conferenze episcopali, partiti, leader politici, istituzioni, ecc.) può pensare di affrontare il travaglio del «riposizionamento», unica strategia per sopravvivere e riprendere a crescere. Per riposizionarsi serve anzitutto intelligente conoscenza e accettazione della realtà, anche quando essa a prima vista non piace; e serve soprattutto cambiare, differire da se stessi, «esporsi all’altro della vita» come dice Derrida. È la realtà in essere che è costituente, non i pensieri, le tradizioni, gli interessi, le identità di cui molti di noi fanno ritenzione securizzante. (Corriere della Sera, 4 Marzo 2013).

Infine il futuro, i ragazzi. Risultano, anche se in quantità esigua, messi al mondo da noi. Non è vero che i ragazzi non si fanno delle domande, se le fanno eccome. E dobbiamo prima farcele anche noi perché abbiamo il compito di dedicarci ad una loro vera pienezza di vita. E allora: a quanti quindicenni, o anche diciottenni, interessano le considerazioni se quel giorno Moro fu capito o non capito o solo un po’ capito, e io c’ero e tu no, e allora… e sicché A nessuno. Certo, qui si entra nella festa dei luoghi comuni: non sanno chi è Garibaldi, io ai loro tempi, ecc ecc ecc. Non che allora i nostri ragazzi abbiano ipso facto ragione, ma il nostro è un Paese di cariatidi, di monumenti, di immobilismi, di retoriche, un Paese in cui la trasmissione che va permanentemente in onda sono ‘i migliori anni’, che guarda caso sono tutti quelli dei grandi, dei vecchi (qui l’ammonimento di Moro a non affrettarsi a giudicare la ‘contestazione giovanile’ e il Sessantotto, a non cedere alla tentazione di contrapporvi un esperienzialismo rifiutato in partenza dai giovani, rivela bene perché non si possa spalmare Moro su tutto il tempo del potere democristiano).

E di queste retoriche il cosiddetto ‘mondocattolico’ senza cattolici ne è gravemente afflitto.

P.S. Se bisogna comunque prender posizione io sto con i Måneskin…