DIO BENEDISSE IL FUTURO

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I grandi passaggi storici non sono percepiti dai contemporanei. L’Occidente si è salvato, epoca dopo epoca, in forza della produzione di nuove sintesi da parte del cristianesimo. Vale oggi un pensiero illuminante di Joseph Ratzinger, guardando al futuro: «Nonostante la cultura oggi dominante sia una cultura dell’assenza di trascendenza, la Chiesa non mancherà di forza creatrice, come avvenne ai tempi di San Benedetto».

 

Quando finisce un mondo, difficilmente i contemporanei se ne accorgono. Sono gli storici, secoli dopo, che individuano tagli netti, cesure tra un prima e un dopo. A scuola si data la fine del mondo antico al 476 dopo Cristo, l’anno in cui fu deposto l’ultimo imperatore romano d’Occidente, il dodicenne Romolo Augustolo. Ma nessuno ebbe la sensazione chiara che si aprisse una nuova epoca. Del resto, un altro imperatore continuava a regnare sulle sponde del Bosforo. Siamo noi ad aver dato al suo regno il nome di “impero bizantino”, con quel tanto di decadente che l’aggettivo ha assunto nel tempo. Lui si continuava a firmare e si firmò per secoli come basileus ton Romaion: re dei Romani. Ed era vero.

Ma era pur vero che un mondo si stava inabissando a poco a poco e nessuno vedeva chiaro nel groviglio di popoli e nazioni che procedevano da Oriente a complicare, o ad arricchire il mosaico di popoli che era già allora l’Europa. E comunque, quasi mai in pace.

L’impero — o ciò che ne restava — era ufficialmente cristiano. Costantino aveva aperto la strada nel 313, Teodosio aveva ratificato 80 anni dopo la sua scelta comandando col braccio secolare ai pagani di tacere per sempre. Costantino aveva fatto un sogno e seguito un’intuizione, Teodosio aveva voluto imporre per legge ciò che per legge non può essere imposto.

Dopo di lui, l’eredità del mondo classico era ormai smisuratamente a rischio e sembrò volervi porre una pietra tombale, un secolo dopo, il suo successore Giustiniano.

Nel 529, dopo aver promulgato il Corpus iuris civilis, Giustiniano credette di aver assolto al suo compito principale. Assicurare all’impero l’eredità del diritto. Sul resto, manifestò altre intenzioni e compì l’atto simbolico più importante del suo lungo regno: la chiusura definitiva delle scuole filosofiche di Atene, in particolare di quell’Accademia che Platone in persona aveva aperto nel 387 a.C. Tramontava così, per decreto, l’ultimo baluardo di un mondo che si voleva dissolto per sempre.

Ma in quello stesso anno, nelle campagne laziali, un giovane cristiano di nobili natali decise di porre la prima pietra di un luogo di preghiera e scrisse di suo pugno una Regola in cui, fra le altre cose, imponeva ai suoi monaci di imparare a leggere e a scrivere. E affidò loro il compito di conservare quello che il mondo antico aveva trasmesso fino a quel momento. Non solo testi cristiani, ma tutto ciò che l’umano aveva creato di grande e che Cristo rendeva più vero dandogli compimento.

Così commentava qualche anno fa questo momento cruciale della storia Joseph Ratzinger: «Nonostante la cultura oggi dominante sia una cultura dell’assenza di trascendenza, la Chiesa non mancherà di forza creatrice, come avvenne ai tempi di San Benedetto. Egli non richiamava particolare attenzione a livello dell’opinione pubblica, ma ha fatto qualcosa che indicava il futuro. Sembrava ai margini della realtà, fece qualcosa di strano. Tuttavia, in seguito, questa stranezza si è dimostrata come l’arca di sopravvivenza dell’Occidente».

In questo modo, nonostante i potenti del tempo che credono di interpretare i segni dei tempi, «Dio — come si legge del libro di Giobbe (Gb 42, 12) — benedisse il futuro».