Discutiamo sulla tassa di successione, ma soprattutto discutiamo sulla maniera di spendere bene.

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Non si deve manifestare un pregiudizio ideologico sulla proposta di Letta, benché vi sia un elemento di improvvisazione, in molti discorsi, nel modo di collegare tassazione e incentivi (realmente) produttivi.

 

Raffaele Bonanni

 

La proposta di Enrico Letta di destinare il ricavato dall’eventuale aumento della tassa di successione dall’attuale 4% al 20% per offrire a giovanissimi una “dote”, in questi giorni ha attirato l’attenzione di molti media, ed ancora se ne parla.

 

Devo confessare che a prima vista ha destato in me un moto di fastidio. Subito ho pensato: “Siamo alle solite! Non si chiede al sistema pubblico di usare meglio i soldi dei contribuenti risparmiandoli, ma si assomma tassa su tassa per distribuire i proventi in bonus, ora qui ora lì”. Certamente la tassa sulle successioni risulta più bassa che in altri paesi europei, ma è un caso unico nel sistema fiscale italiano, datosi che con la generalità delle tassazioni nazionali, regionali e comunali, siamo arrivati a livelli stratosferici, non per finanziare con certezza investimenti e servizi pubblici, bensì per alimentare un sistema che disperde ingenti risorse non sempre per finalità di interesse generale.

 

Ho poi approfondito il merito della proposta Letta di affidare 10 mila euro ai giovani in base al reddito delle loro famiglie, per eventualmente impiegarli nelle attività di formazione, istruzione, lavoro e piccola imprenditoria, casa ed alloggio. È condivisibile preoccuparsi di sostenere i meno abbienti, soprattutto nelle attività relative ai corsi universitari, visto che il numero dei giovani laureati italiani sono mediamente inferiori a quelli della media dei laureati dei paesi OCSE nostri concorrenti. Conosciamo sin troppo bene il fenomeno ormai molto vistoso del divario tra professionalità richieste dalla domanda del mercato e quelle della offerta.

 

L’esigenza di aumentare sensibilmente i giovani laureati, segnatamente nelle specializzazioni tecniche per attrezzarci adeguatamente ai ritmi imposti dalla rivoluzione digitale è per noi un obbiettivo primario. Infatti se dovessimo accumulare ulteriori ritardi nel colmare questo nostro handicap, le conseguenze sarebbero rovinose per la nostra capacità competitiva nel mercato mondiale. Peraltro  l’impoverimento  ulteriore  delle famiglie provocato dalla pandemia,  rende ancora più precario il sostegno ai loro figli riguardo agli studi universitari.

 

Negli Stati Uniti Joe Biden ha posto al centro della discussione il tema del costo insostenibile della partecipazione ai corsi universitari dei più poveri ed intende per questo intervenire facendosi carico di questa incombenza con risorse pubbliche federali e addirittura programmando anche interventi per sgravare gli studenti indebitati con mutui specifici per le rette universitarie, che non riescono a sostenere, benché siano entrati nel mercato del lavoro. Dunque un tema di grande attualità ed interesse per coloro che in questa epoca di cambiamento pensano alla leva della istruzione e preparazione professionale come la prima leva dello sviluppo. Ed allora la finalità principale della proposta del segretario del Pd coglie nel segno la nostra esigenza e va raccolta e sostenuta proprio in queste circostanze di uscita sostanziale dalla emergenza pandemica.

 

Riguardo invece alle tasse di successione, pur avendo ragione sulla esiguità dell’aliquota del 4%, è meglio che l’adeguamento rientri in una logica di revisione dell’intero sistema fiscale, che per esigenza della nazione dovrà considerare la diminuzione drastica dei pesi del fisco, da finanziare con i risparmi della spesa pubblica improduttiva, oltre che dalla celebratissima lotta alla evasione e elusione. Gli aiuti vanno fatti senza la logica dei bonus, con sostegni qualificati in ragione di un impegno meritorio. Nel recente passato i bonus a giovani e categorie varie di cittadini, nonché altre importanti provvidenze, sono stati erogati anche se sprovvisti di precise finalità, motivati solo genericamente pur di venir incontro alle persone che si volevano beneficiare.

 

C’è da sperare che ci sia davvero cambiamento nel modo di concepire la spesa pubblica, da orientarsi esclusivamente in chiave produttivistica. L’Italia cambierà davvero quando i soldi dei contribuenti verranno impiegati per finanziare un interesse settoriale sì, ma che riveste importanza strategica per la generalità dei cittadini. Appunto come è l’esigenza di avere giovani istruiti e professionalizzati per fecondare con il loro genio l’intera economia della Nazione.