Divagazioni sulla dialettica amico/nemico.

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C’è chi osserva la competizione democratica come una incessante e logorante lotta fra posizioni, idee e valori diversi senza nessuna possibilità di accordi e di accomodamenti. Non può essere questa la sostanza della democrazia. Moro ci ha lasciato in eredità qualcosa – la cultura del confronto e della mediazione – che nell’ottica del mondialismo e della “Fratelli Tutti”, acquista una incredibile attualità, oltre a rivestirsi di alto significato morale e politico. 

Circa cinquecento anni prima della venuta di Cristo, un intelligente commediografo dell’antica Atene di nome Aristofane si è concesso il lusso di avvertirci sugli esiti  positivi e sui nuovi saperi provocati dagli incontri fra diversi. E persino dallo stare insieme con i nostri nemici : “L’uomo saggio impara molte cose dai suoi nemici”. 

La contrapposizione, ritenuta insanabile fra amico e nemico, lasciamola allora ai filosofi della politica, anche se studiosi bravi e capaci. Lasciamola alle guerre ricomparse e che avevamo dimenticato. E abbandoniamola nella mente degli innamorati della polis come ininterrotto spettacolo di continue invettive tra opposti (e supposti) rivali. Di chi cioè osserva la competizione democratica come una incessante e logorante lotta fra posizioni, idee e valori diversi senza nessuna possibilità di accordi e di accomodamenti. 

Senza nessuna voglia di mediazioni. E senza nessuna possibilità di limature e avvicinamento di programmi e vedute, persino di quelli alternativi. Eliminando in questo modo la parola più odiosa del XX secolo inventata da chi però aveva fiducia negli accordi tra lontani, purché orientati alla ricerca del bene comune: il compromesso.

Mi domando allora, ormai da tempo, se non è proprio questa cattiva parola compromesso, che nella mente dei più viene spesso tradotta con trasformismo, a intaccare la nostra reputazione. E mi interrogo se nella prospettiva realistica dei cambiamenti già iniziati da tempo – radicali ed “epocali” come li chiama Bergoglio – può dare una qualche risposta a ciò che attende i nostri figli e nipoti, e che anche noi sperimentiamo ormai da tempo senza farci molto caso. 

Mi riferisco a quel futuro già alle spalle; alle rivoluzioni climatiche; allo sviluppo impensabile dell’informatica e alle sue ripercussioni a scuola, e sin sul lavoro e sul posto di lavoro; alle nuove povertà, ai progressivi e incessanti flussi di emigranti; alle diseguaglianze crescenti; all’enorme potere preso dall’ecomomia finanziaria nelle mani di quell’élite globale e di quell’1% di supericchi del mondo. Alla convivenza col Covid che, come afferma un virologo di fama mondiale, “…sarà lunga …cambierà le nostre abitudini e…ci farà vivere in un mondo nuovo”. 

E non per ultimo, come dicevo, alla ricomparsa della guerra che pensavamo consegnata definitivamente  al Novecento, e che – ahimé – fa riemergere pericolosamente e con una  ubriacatura neo-imperialista il nemico, l’odio e la distruzione.  Con sullo sfondo questi fatti – e non  opinioni – ormai condivisi dalla stragrande maggioranza di cittadini del mondo, e con i quali ci dobbiamo confrontare trovando soluzioni, mi chiedo allora dove stia scritto che se si fa un percorso insieme a qualcuno che non la pensa come noi, o che ci è addirittura ostile per opportunità elettorali o per l’insana voglia di leaders narcisisti, e se si cammina insieme inventando qualche accordo, il risultato del percorso e del dialogo alla fine della strada debba necessariamente essere negativo. Anche se la conclusione sarà sicuramente positiva per il bene di tutti. “…Imparare…anche dai nemici” non è allora un vogliamoci bene ideologico senza paraocchi, e non è un monito cristiano, ma una spinta a tenere nella debita considerazione anche chi la pensa diversamente da noi. 

Quello che allora ci ha lasciato in eredità questo pensatore innamorato del teatro dell’antica Grecia di nome Aristofane  – un paese il suo, dove peraltro è nata la democrazia politica – è un avvertimento fattosi ai nostri giorni incredibilmente attuale, specie se osservato, come dicevo, con gli occhi dei cambiamenti “epocali” sopraggiunti. Mi spingo a dire, sino a riflettersi persino sulle superate  categorie politiche otto/novecentesche che continuiamo ad adoperare con una disinvolta facilità dando per scontato il loro significato attuale: quelle di  Destra, Centro e Sinistra.

Categorie politiche che ai nostri giorni bisogna avere l’accortezza di pesare bene prima di lanciarle nei dibattiti e agoni politici, sui media e sulla propaganda partitica, come categorie indicative delle differenze tra diversi, tra amici e nemici. Come caratteristiche identitarie incrollabili.  Categorie, che sebbene ci invitano a tenere la barra sempre fissa verso l’eguaglianza e la giustizia sociale, come ci ha raccomandato Norberto Bobbio, hanno trasformato radicalmente il loro significato storico. 

Ecco, arrivati a questo punto e per inserirmi  in conclusione su un poco di attualità, devo banalizzare e semplificare il mio discorso, ricordando la voglia incomprensibile di alcuni amici di cercare – nell’anno del Signore 2022 – identità rocciose e immutabili nei partiti politici, accompagnata dall’ossessione verso l’alleanza tra Pd e M5S, per esempio. O tra FI e Lega, tra Salvini e Draghi. Tra Berlusconi e Meloni, ecc. E la loro  precipitosa confusione tra popolo, popolarismo e populismo; tra Stato e statalismo; mercato e mercatismo; giustizia e giustizialismo; locale e localismo…e via discorrendo.

Ma anche fra trasformazioni – di inevitabile natura storica, culturale e sociale – e trasformismo, inteso anche nelle linee e nei programmi dei partiti politici, e nelle loro classi dirigenti. Declinazioni ideologiche e “ismi” derivati da parole che invece hanno nella democrazia e nel vivere sociale e civile grande rilevanza, una volta presa coscienza che ci troviamo tutti “…sulla stessa barca” – per dirla ancora con Bergoglio. Secondo molti osservatori non ci sono ragioni culturali comuni per nuove alleanze e dialogo tra politicamente diversi. E non ci sono dunque buoni motivi per camminare insieme.

Allora, arrivati a questo punto, vorrei ricordare l’ultimo discorso di Aldo Moro a Benevento. In un periodo storico in cui le differenze tra partiti erano rilevanti, Moro ci ha lasciato in eredità qualcosa che nell’ottica del mondialismo e della “Fratelli Tutti”, acquista una incredibile attualità, oltre a rivestirsi di alto significato morale e politico.  Rivolgendosi ai suoi naturali “nemici” del tempo – i comunisti – e una volta palesati i suoi convincimenti sulle sintonie valoriali che univano Dc e Pci, specie sulla questione sociale, ha fatto presente senza reticenze, che un’alleanza sarebbe addirittura stata utile ad entrambi i partiti per farli crescere: “…quale che sia la posizione nella quale ci si confronta, qualche cosa rimane di noi negli altri, e degli altri in noi”, aggiungendo – sempre rivolto ai comunisti – “..quello che voi siete noi abbiamo contribuito a farvi essere”.

Si sarà capito che ho esportato l’utopia dell’enciclica di Bergoglio, che ci vede tutti amici e fratelli imbarcati sulla stessa barca, da una dimensione religiosa e prettamente cristiana, ad una dimensione specificamente politica. In attesa di una più larga Europa sempre più unita politicamente, arrivata, ahimé, solo sotto l’insegna della Nato e non sotto l’insegna del rispetto tra i popoli e della democrazia costituzionale, capisco perfettamente che la “Fratelli Tutti” rimane nella sua traduzione politica e partitica una utopia. Ma il futuro è già iniziato. Ed io resto nello stesso tempo persuaso che è con questa utopia che dobbiamo misurarci.