Don Primo Mazzolari: “Il primo Maggio è di tutti”

Chi non paga la fatica, miei cari fratelli, fa un sacrilegio: è come il sacerdote indegno che butta via l'ostia del Signore

400

E poi c’è un’altra rivendicazione del mondo del lavoro: la fatica deve essere pagata onestamente, deve essere giustamente retribuita. Non si può domandare la fatica dell’uomo e non darle quello che giustamente merita per vivere, non per vivere appena, ma per vivere da uomini e da cristiani, per avere una casa, per avere una tranquillità, per avere nell’ora della sofferenza non il vuoto del bisogno intorno e nessuna mano che s’allunga.

E, allora, miei cari fratelli, non vi ricordate che è stata appunto questa Chiesa che ha parlato di un peccato, un peccato contro lo Spirito, cioè il più grande, che non si perdonerà né in questa, né nell’altra vita: il defraudare la mercede all’operaio, qualche cosa di sacro, come un sacramento. E chi non paga la fatica, miei cari fratelli, fa un sacrilegio, è come il sacerdote indegno che butta via l’ostia del Signore.

Da “Il primo Maggio è di tutti” di Don Primo Mazzolari (Bozzolo, 1 Maggio 1957)

 

Vita di Don Primo Mazzolari

Primo Mazzolari nacque agli inizi del 1890 a Santa Maria del Boschetto, frazione rurale di Cremona, città in cui nel 1902 entrò in seminario. Come riportano le pagine del suo Diario, elaborò fin dall’adolescenza alcune idee sulla Chiesa e sulla società che avrebbe mantenuto negli anni della maturità: la fiducia accordata alla modernità (in antitesi alla visione che di essa aveva dato il mondo cattolico intransigente), il suo patriottismo di ispirazione risorgimentale e democratica («l’avvenire è della democrazia: […] dobbiamo essere noi cristiani, che abbiamo la vera democrazia di Cristo» scrisse nel 1906), l’affermazione della propria libertà di coscienza (scrisse nel 1907: «Io amo la Chiesa e il Pontefice, ma la mia devozione e il mio amore non distruggono la mia coscienza di cristiano»).

L’approfondimento di questi pensieri, durante gli anni del seminario, lo unì in amicizia al compagno di studi Annibale Carletti, accomunato dalla medesima ottica modernistica e riformatrice. Fra i due seminaristi si sviluppò una solida intesa di ideali e un affetto profondo che perdurò tutta la vita.

Il 24 agosto 1912 venne ordinato presbitero a Verolanuova dal vescovo Giacinto Gaggia; il 1º settembre dello stesso anno venne nominato curato a Spinadesco e il 22 maggio 1913 a Santa Maria del Boschetto.

Favorevole all’interventismo democratico, nel 1915 si arruolò come volontario nella prima guerra mondiale e divenne cappellano militare nel 1918.

Rientrato in Italia nel 1919, venne nominato Cavaliere della Corona d’Italia e inviato in Alta Slesia, prima di essere definitivamente congedato nel 1920.

Il 31 dicembre 1921 venne nominato parroco a Cicognara. Il 10 luglio 1932 venne trasferito, infine, nella parrocchia di Bozzolo, dove visse per il resto della sua vita.

Nel 1925 fu denunciato dai fascisti per essersi rifiutato di cantare il Te Deum dopo il fallito attentato a Mussolini ad opera di Tito Zaniboni.
La notte del 1º agosto 1931, chiamato alla finestra della canonica, gli spararono tre colpi di rivoltella che tuttavia non lo colpirono.

Dopo l’8 settembre 1943, partecipò attivamente alla lotta di liberazione, incoraggiando i giovani a partecipare, e venne arrestato e rilasciato. Fu costretto a vivere in clandestinità fino al 25 aprile 1945, per timore dei fascisti.

Dopo la guerra, l’Anpi di Cremona gli riconobbe la qualifica di partigiano.

Nel 1949 fondò il quindicinale Adesso del quale fu direttore. I suoi scritti attirarono le sanzioni dell’autorità ecclesiastica che ordinò la chiusura del giornale nel 1951. A luglio dello stesso anno, venne imposto al prete il divieto di predicare fuori diocesi senza autorizzazione e il divieto di pubblicare articoli senza una preventiva revisione dell’autorità ecclesiastica.

Il quindicinale poté riprendere le pubblicazioni a novembre, ma don Primo dovette lasciare l’incarico di direttore; egli continuò tuttavia a scrivere alcuni articoli sotto pseudonimi. Proprio alcuni di questi scritti sul tema della pace attirarono nuove sanzioni; nel 1954, infatti, fu imposto a don Primo il divieto assoluto di predicare fuori dalla propria parrocchia e il divieto di pubblicare articoli riguardanti materie sociali.

Dagli inizi degli anni cinquanta don Primo sviluppa un pensiero sociale vicino alle classi deboli (Nessuno è fuori della carità) e ai valori del pacifismo che attireranno le critiche e le sanzioni delle autorità ecclesiastiche fino a portarlo all’isolamento nella sua parrocchia di Bozzolo.

Con la pubblicazione anonima di Tu non uccidere, nel 1955, Mazzolari attaccava a fondo la dottrina della guerra giusta e l’ideologia della vittoria, il tutto in nome di un’opzione preferenziale per la “nonviolenza”, da sostenere con un forte «movimento di resistenza cristiana contro la guerra» e per la giustizia, vista come l’altra faccia della pace. Al fondo c’era la nuova consapevolezza del significato dirompente della bomba atomica, che aveva cambiato il campo razionale entro il quale il realismo aveva potuto muoversi per giustificare l’extrema ratio della guerra.

È solo nella seconda metà degli anni cinquanta che don Primo Mazzolari cominciò a ricevere le prime attestazioni di stima da parte delle alte gerarchie ecclesiastiche. Nel novembre del 1957 l’arcivescovo di Milano Montini, futuro Papa Paolo VI, lo chiama a predicare presso la propria diocesi, molte idee sui poveri e sulla missione della Chiesa accomunano Montini e Mazzolari[6]; nel febbraio del 1959 Papa Giovanni XXIII lo riceve in udienza privata e lo saluta pubblicamente “Tromba dello Spirito Santo in terra mantovana”.

Il 20 giugno 2017 papa Francesco si è recato in visita a Bozzolo per ricordare la figura di don Primo Mazzolari .

Qui potete leggere l’omelia del Papa.