DONATI, “SE SIAMO DEMOCRATICI E CRISTIANI, SUL SERIO POSSIAMO DIRE CHE SIAMO QUELLO CHE ERAVAMO E CHE SAREMO QUELLO CHE SIAMO”.

1225

Il 15 agosto del 1944, a poche settimane dalla liberazione di Roma, usciva sul “Popolo” (titolo: “Giuseppe Donati, ricordo del grande scomparso”) un ricordo del fondatore del quotidiano dei Popolari, strumento principe della battaglia degli antifascisti dopo l’omicidio Matteotti. 

 

Si spegneva tredici anni fa, il 16 agosto, in un quartiere popolare di Parigi. Nella casa d’un umile naturalmente. I suoi amici, difatti, erano operai e più particolarmente artigiani. Usava conversare, con essi, ore ed ore di seguito; e poiché parlavano lo stesso linguaggio, non solo li intendeva ma era inteso.

Due giorni prima che morisse andai a trovarlo; e poiché sapevo che la morte, che stava in agguato, lo avrebbe ghermito da un momento all’altro, gli portai un libro di preghiere.

– Non mi serve! – disse

– Perché?

– Perché la mia preghiera è quello dei poveri.

– Quale? 

– Il Rosario.

Restai dalle quattro del pomeriggio alle dieci di sera; e durante queste sei ore parlò sempre lui. Era fatto così. Parlò persino della monarchia. «Dopo aver tradito l’Italia – mi disse – tradirà anche Mussolini. Ma negli ultimi cinque minuti, troppo tardi, questa volta, per non tradire anche se stessa». 

Al funerale c’era un rappresentante di Maciá [Francisco, uomo politico Catalano, ndr], giunto apposta da Barcellona: e basta, secondo me, mettere questo particolare in rapporto con la ferita d’Oslavia e con le medaglie guadagnate sull’Isonzo per intuire quali sarebbero state le sue iniziative nella guerra civile che doveva, più tardi, dilaniare la Spagna.

A rappresentare il partito c’era Ferrari, venuto da Bruxelles. Doveva fare anche lui, poco dopo, la stessa fine. C’erano Turati, Treves, Buozzi, Rosselli e Salvemini: e mentre m’intrattenevo con qualcuno di loro mi veniva in mente quello che mi aveva detto qualche giorno prima.

Tra noi e loro, m’aveva detto, la differenza è questa: che pur possedendo in misura tanto larga carattere, umanità, intelligenza e cultura, per arrivare dove la storia ci trascina devono cambiare; mentre noi, se siamo democratici e cristiani, sul serio possiamo dire che siamo quello che eravamo e che saremo quello che siamo.

Egli soleva dire, difatti, che il nostro concetto di libertà ci consentiva di cogliere il buono dalle più diverse correnti, da Mazzini a Marx; e questo col rinvigorire e non col contraddire la nostra dottrina politica.

L’aveva anche scritto sull’«Azione», nel lontano 1911, ancora venticinquenne. 

«Senza smarrire la nostra fisionomia di democratici cristiani, della quale soprattutto dobbiamo essere gelosi, il nostro sistema democratico apparirà come una sintesi tratta da elementi opposti, quali il socialismo, il radicalismo, ed il liberalismo…L’importante è che noi sappiamo trasfondervi quel grande elemento feconfativo che è lo spirito religioso.  

In questo sta la nostra originalità…tanto più efficace se la nostra qualifica di cristiani non sarà un’etichetta ma l’indice di una fede creatrice».

Parole che precorrono, come si vede, più che il partito una nuova civiltà.

Del resto era il movimento in sé, nel suo spirito e nelle sue iniziative, che precorreva.

Basta pensare che nel 1908 Murri era riuscito a provocare oltre che l’opposizione di Turati le ire dei nostri conservatori, col porre il problema non solo dell’unità sindacale, ma quello della sua estensione £sul terreno politico locale. Ed è con lo sviluppare questa premessa, che nel 1921 Donati si fece assertore della necessità di un inscindibile blocco parlamentare tra noi e il partito socialista.

Schivo d’ambinzioni e più ancora di lustro non ebbe, nel partito, cariche adeguate alle sue capacità. Non fu neanche proposto, per esempio, a deputato, sebbene fosse, dopo Sturzo, una delle personalità più spiccate del partito popolare.

Si affermò, starei per dire, spontaneamente, nel momento del pericolo; appoggiato da Sturzo che lo comprendeva per intero, in quanto venivano dalla stessa tradizione ed avevano in comune un inestinguibile amore per l’idea congiunto ad un aperto disdegno del successo personale. Fece del «Popolo» il giornale del partito, senza bisogno di crismi ufficiali: la nomina venne dal consenso delle masse che lo riconoscevano come il più fedele interprete del loro sentimento di giustizia.

L’apporto del «Popolo» alla lotta antifascista ed in ispecie alla campagna Matteotti è troppo noto, perché sia il caso di tornarvi. Basterà accennare che Mussolini quando parlava di Donati diceva: «l’uomo che m’ha fatto commettere il delitto Matteotti». Non è questo il luogo per commemorare degnamente la sua vita e le sue opere: occorrerebbe ben altro di una colonna di giornale. Tuttavia mi è sembrato doveroso richiamare il ricordo agli amici che lottarono insieme per gli stessi ideali, e sovratutto ai giovani del partito, affinché traggano, dall’esempio dei nostri migliori, impulsi incessantemente rinnovantesi di vita cristiana e democratica.

Onde poter rinnovare la vita politica del paese non vi è posto per soluzioni diverse, come concludeva il giovane Donati nel Congresso di Bologna del 1913, la relazione sul Cattolicesimo e la Democrazia. 

«Il Cattolicesimo aspetta dagli italiani un più ampio sviluppo di vita: un arricchimento di energia, di fede, di azione e d’amore. Il congresso avrà ottenuto il suo scopo si avrà temprato la fede agli amici che interverranno e avrà mostrato al pubblico della gente non ignara e non congiurata contro la verità che il nostro contenuto democratico è capace di essere fuso in una sintesi vivente con la disciplinata tradizione secolare e con l’unità religiosa del Cattolicesimo. Tutto oggi, nel Cattolicesimo, ispira unita, amore, concordia. Ebbene in questo spirito di fiducia e d’amore, in cui circola un respiro di vita più ampio e più libero, e si riplasmano, con la linfa che ricorre risanatrice, tessuti vecchi e nuovi, i democratici cristiani sono fieri di temprare e fondere il loro anelito di fede e di verità, di fraternità e giustizia, di libertà ed unità, che della Democrazia e del Cattolicesimo fanno un solo ideale».