DOPO IL PD: QUALE SARÀ IL MESSAGGIO?

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Ciò che risulterà determinante, quale che sia la forma organizzativa che i Popolari in prevalenza riterranno di adottare come risposta al declino del Pd, è il messaggio. La proposta di un centro plurale, sociale, popolare e interclassista può divenire interessante e competitiva se è capace di misurarsi con le questioni irrisolte sia dalla narrazione del Pd sia da quella della destra.

 

Del fallimento, o quantomeno della mutazione sostanziale del progetto del Partito Democratico in un partito radicale di massa è già stato detto tutto o quasi. È bene che una realistica presa d’atto della situazione ponga ormai fine al rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato. Osservo solo che in questi anni ciò che più mi ha colpito non è stato tanto l’opportunismo diffuso di quanti comunque aspiravano a qualcosa nel Pd ma la incrollabile fiducia – quasi mai venata da dubbi, domande, richieste di chiarimento – nel progetto iniziale fra quanti, dopo aver condotto i Popolari a partecipare alla fondazione del Pd, godevano di una posizione che consentiva loro di esprimersi con oggettivo disinteresse rispetto alle vicende di quel partito. Un atteggiamento che se rientra perfettamente nelle caratteristiche del dirigente tipo di formazione Pci, abituato ad un centralismo democratico eterodiretto, dal Cremlino o da Wall Street poco importa purché ci sia un capo, un “padrone” da servire, appare invece dissonante rispetto a una cultura politica fondata sull’ascolto e sulla rappresentanza sul piano politico dei corpi intermedi, dei territori e delle autonomie locali.

E credo che è proprio da qui, dagli errori compiuti dal e nel Pd, che bisogna ripartire per non correre il rischio di replicarli in un pur auspicabile, e direi necessario, nuovo centro. In questi anni abbiamo rinunciato a concorrere da protagonisti alla definizione del discorso pubblico, accontentandoci di quello che ci veniva offerto dall’alto e permettendo che attorno ad esso si ergesse un recinto di conformismo mediatico che lo ha di fatto reso non più discutibile. Il Pd è stato il partito che meglio ha saputo adattare i problemi alle necessità del discorso pubblico politicamente corretto, eludendo tutti quei fatti che pongono delle domande, che non rientrano negli schemi desiderati. Un processo che, come ha osservato Giuseppe Fioroni al recente convegno “Il futuro dei Popolari?” ha guidato le riforme elettorali seguite all’abbandono del proporzionale, conducendo all’attuale “desertificazione della democrazia”, sancita anche dall’astensionismo record verificatosi lo scorso 25 settembre. Ecco che prima della ricerca di pur indispensabili nuove forme organizzative, bisogna ripartire dalle parole-chiave della politica, come suggerisce il bel libro fresco di stampa di Giorgio Merlo e Giuseppe Novero “Le parole che contano”.

Abbiamo visto, per fare un esempio, dal caso dell’Ucraina come sia arduo imporre in autonomia una accezione alle parole che rifletta l’obiettivo politico voluto. Si è visto quanto non sia stato semplice per la Chiesa, e per la stampa cattolica, distinguersi dalla narrazione bellicista dominante per ribadire una ovvietà, che nulla toglie alla valutazione delle differenti responsabilità, che col “nemico” bisognerà pur trattare, se si cerca una soluzione diplomatica.

Ciò che, a mio avviso, risulterà determinante, quale che sia la forma organizzativa che i Popolari in prevalenza riterranno di adottare come risposta al declino del Pd, è il messaggio. La proposta di un centro plurale, sociale, popolare e interclassista può divenire interessante e competitiva se è capace di misurarsi con le questioni irrisolte sia dalla narrazione del Pd sia da quella della destra.

La democrazia è certo insidiata da meccanismi elettorali che penalizzano la partecipazione ma lo è in misura forse maggiore dalle possibilità dischiuse dalle nuove tecnologie e dai possibili risultati delle loro interazioni nel caso in cui non siano utilizzate per il bene comune e, come per le armi nucleari, non si erga un limite invalicabile tra ciò che questi strumenti permettono di fare (se applicate alla moneta, alla pubblica amministrazione, al mondo del lavoro, alla vita sociale in genere) e ciò che invece serve per il bene dell’umanità.

In particolare sulla questione energetica, sulla transizione ambientale e su quella digitale si deve definire un approccio che parta dalle reali esigenze dei cittadini e dei territori e non limitarsi a declinare una visione chiusa ricevuta dall’alto e considerata inemendabile, talvolta spalmata sul nostro futuro con piani pluridecennali, a mo’ di revival dell’Unione Sovietica, che non conoscono l’irrompere dell’imprevedibile e della novità nella Storia.

Ai ceti che, a seconda del loro orientamento tendono a trovare un rifugio nelle illusioni della destra o nel partito a formato delle Ztl quale è divenuto il Pd, occorre una forza moderata che sappia mostrare loro che la risposta alle radicali trasformazioni tecnologiche in corso non sta nell’arroccamento nel blocco della medio-alta borghesia, perché strada facendo questo percorso farà a meno anche della gran parte di quei ceti che si credono ancora garantiti, ma la si trova proponendo una declinazione popolare e un nuovo umanesimo per le trasformazioni in atto. Una declinazione capace di vedere nella libertà della persona non un problema da risolvere con un algoritmo di controllo bensì la signoria dell’uomo sulla macchina. Capace di vedere nel dato demografico degli stati non un qualcosa che turba gli equilibri del nostro pianeta ma una benedizione per il futuro dell’umanità. Capace di opporre all’enfasi (montata dallo 0,01 sul resto dell’umanità) sulla scarsità e sulla decrescita la fiducia nella ricerca di soluzioni in grado di cambiare i paradigmi.

Una forza che difenda con fermezza il diritto della classe media a partecipare alla costruzione della società del futuro come alternativa ad una sparizione pianificata. Il messaggio sarà il fattore decisivo nelle scelte dei cattolici democratici per il post Pd.