DOVE VA GIORGIA MELONI? LA TREGUA CON BERLUSCONI NON RENDE MENO ARDUA LA SFIDA DEL GOVERNO.  

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Anche dopo l’incontro di ieri i rapporti fra Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi rimangono tesi. Al di là delle inevitabili differenze di personalità, e soprattutto generazionali, di storie individuali, e di genere (che nel modo di concepire la vita da parte del Cavaliere hanno senz’altro il loro peso) le considerazioni che vengono svolte al riguardo dai commentatori oscillano fra due opposti: chi ritiene che, certo, Meloni è davvero tosta, e complimenti, ma sta sfasciando il suo campo elettorale e quindi ne pagherà le conseguenze neppure troppo in là nel tempo. E chi all’opposto reputa che la determinazione con la quale la leader di Fratelli d’Italia si è mossa nelle scorse giornate ne certifichi la capacità di rischiare e di guidare i processi politici, e questo in prospettiva è un dato che i suoi avversari (sia fra gli alleati, sia nel centro e nella sinistra) dovranno necessariamente considerare.

 

In genere in casi come questi si dice che la verità sta probabilmente nel mezzo. E forse sarà anche così. Eppure qualcosa lascia intendere che non solo Meloni la partita voglia giocarsela sino in fondo alle sue condizioni (come del resto il combinato disposto di risultato delle urne e legge elettorale in vigore le consentono di fare) ma pure che dietro questa sua tenacia vi sia, oltre che carattere, un preciso disegno politico.

 

Il punto è capire quale sia questo disegno. E qui io azzardo due possibili ipotesi, aggiungendo che sono propenso a ritenere fondata più la seconda che la prima, essendo peraltro quest’ultima la più semplice a immaginarsi e quella che l’opposizione preferirebbe senz’ombra di dubbio.

 

Consapevole d’esser figlia di un dio minore, erede sia pure non diretta di una tradizione politica emarginata da oltre 70 anni a causa dei tragici misfatti compiuti, ora che – grazie soprattutto a lei (“io sono Giorgia”) – quel piccolo partito nazionalista e sovranista orgogliosamente “di destra” da lei fondato è divenuto maggioranza elettorale nel Paese è giunto il tempo di togliersi qualche soddisfazione. Facendo capire con le buone e con le cattive a Berlusconi che il suo tempo è concluso (elezione di La Russa alla Presidenza del Senato) e a Salvini che vi sono spazi per un’alleanza politica più stretta in nome del sovranismo e di taluni valori identitari (elezione di Fontana alla Presidenza della Camera) ma in posizione subordinata, in quanto la leader – così hanno voluto gli italiani – dell’alleanza medesima è lei (definizione dei ministri più importanti: no allo stesso Salvini agli Interni, probabile promozione del suo principale avversario nella Lega, Giorgetti, all’Economia).

 

Una partita dura, ad alto rischio ma di sicuro rafforzamento di una leadership (per di più, per la prima volta, femminile) che non esclude nemmeno (nel caso la faccenda si mettesse male) il ricorso a clamorose elezioni anticipate (nessun governo tecnico sarebbe oggi possibile, per tanti motivi, a giudizio di Meloni: e qui forse si sbaglia).

 

Questo scenario, da un certo punto di vista persino inquietante, potrebbe però lasciare lo spazio ad una seconda ipotesi. Molto più insidiosa per il centro e la sinistra, o per il centro-sinistra nel caso decidesse di risorgere, un giorno. Muovendo dal suo ruolo apicale presso i Conservatori europei, Meloni può cercare di costruire nel tempo (il tempo di un governo medio italiano, un anno e mezzo) un movimento inserito a pieno titolo nelle dinamiche comunitarie – e quindi non direttamente ostile alla UE – il cui fine sarebbe di conquistare un ampio consenso alle elezioni per il Parlamento Europeo del giugno 2024 e da lì cercare di cambiare (senza stravolgerla, ma comunque cambiandola significativamente) la linea politica dell’Unione provando a costruire un’alleanza conservatrice con i Popolari (un partito che dopo il ritiro di Angela Merkel si trova in crisi e per questo più orientato a destra rispetto al passato, recente e meno). Il partito-traino di questa operazione sarebbe Fratelli d’Italia, in virtù di un risultato elettorale molto importante (questa, la scommessa) in uno dei Paesi (anzi, come dice lei, delle Nazioni) principali d’Europa.

 

Se questo fosse lo schema di gioco, la semi-rottura con Berlusconi e il semi-accordo con Salvini hanno lo stesso obiettivo: piegare una parte dei loro partiti al suo disegno politico e portarla con sé. Un rischio enorme per i due leader usciti ammaccati il 25 settembre.

 

E un grosso problema per le opposizioni. Che dovrebbero, a quel punto, decidere come e cosa fare per contrastare una possibile nuova forza politica conservatrice libera dai cascami del Novecento e guidata da una donna, giovane e talentuosa, che si muove senza problemi come un vero leader politico. La quale però, e qui sta il punto, nei prossimi mesi avrà un enorme problema da affrontare: le crisi multiple (economica, energetica, sociale…) che rischiano di abbattersi sull’Italia se la guerra di Putin non finirà. Queste crisi, esse sì, potrebbero rompere il suo ambizioso progetto, se davvero fosse questo.