Dovere

Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti si rivelerà effimera se in Italia non rinascerà il senso del dovere

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Dopo l’Abruzzo anche in Sardegna, nonostante sia migliorata la partecipazione al voto, si segnala l’astensione come primo partito; dovrebbe preoccupare di più dei voti di protesta. Non è pigrizia, ma una scelta di elettori che non sanno nè come nè perché scegliere. Mi sembra che tutte le forze politiche da tempo si concentrino sul loro ombelico anziché sul Paese, se non per parlare alla sua ‘pancia’ con risultati effimeri di successo. L’elettorato è volubile; è finita la stagione delle appartenenze e delle fidelizzazioni. I clic non sostituiscono le persone. Il popolo è un sostantivo generico. E’ vero che gli Italiani sono 60 milioni e che le Istituzioni nazionali sono rappresentative di tutti; tuttavia non vale quando si pretende di attribuire a tutti i 60 milioni i programmi dei propri partiti, addirittura i punti del ‘contratto’ di Governo. Il voto è un diritto ma anche un impegnativo e responsabilizzante dovere. Evidentemente da qualche anno gli Italiani non sono persuasi da promesse che si capiscono inattuabili.

Si sentono ripetere che il Governo si interessa di quello che serve a L’Aquila o a Cagliari, non di quello che dice Bruxelles. Purtroppo gli Italiani, col loro Paese, sono inseriti nell’ampio mondo delle relazioni internazionali, del mercato globale e non meritano di “essere tagliati fuori “per il neonazionalismo che chiamano sovranismo, come fosse una grande opportunità. La politica estera puntella la politica interna, perché gli scambi commerciali, e non solo, sono saldamente ancorati alle alleanze come accade con la Francia, con la quale gli scambi valgono 10 miliardi; non è il caso di offendere i ‘cugini’ di Oltralpe. La politica estera, buona, si sostanzia anche con accorgimenti di galateo istituzionale come è accaduto per l’intervista rilasciata dal Presidente Macron ad una rete TV italiana, un appello a tutti i popoli dei 28 Paesi in vista delle elezioni europee, come i messaggi sempre pacati ma precisi del Presidente Mattarella quando parla anche ai giovani studenti e non solo nelle sedi più formali.

Il Paese ha bisogno di serenità ma le difficoltà economiche che anche i dati statistici, purtroppo, confermano, non inducono i vice presidenti del Consiglio – “fratelli coltelli” – ad evitare trionfalismi e, anzi, continuano a cercare diversivi per non entrare nel merito delle situazioni urgenti da risolvere. Le infrastrutture – e non solo la TAV – sono fonte di modernizzazione del Paese e di lavoro. Ci soni i fondi accantonati, ma occorre capacità decisionale lungimirante che, oltre a modificare il codice degli appalti, attivi modalità procedurali per cui i lavori non durino decenni.

Si comprende poi la critica di chi può affermare che molte opere si completano quando oramai sono superate. Mi piace ricordare un ritornello che mi sta a cuore: l’autostrada del Sole, Milano Napoli, fu ultimata in 6 anni, 1958-1964! Magnifici cavalcavia e gallerie, che non sono crollati. Imparate! Forse erano onesti, incorruttibili e coraggiosi i decisori, i tecnici e le imprese di allora. Non si spiega perché oggi non può essere così e si rinuncia alle Olimpiadi. La lungimiranza dei politici riguarda anche come dare significato alla frase corretta, quando non è pronunciata con sufficienza, “aiutarli nei loro Paesi”. Ciò comporta una ampia azione di politica estera, conoscenza delle situazioni geopolitiche e assunzioni di gravi responsabilità. Potremmo citare solo due esempi, Nigeria e Congo. Due colossi africani ricchi di ogni materia prima, eppure sono all’origine di migrazioni vergognose. La maggior parte dell’opinione pubblica forse non conosce il Coltan ma è il materiale prezioso che dal Congo fornisce tutte le grandi imprese produttrici di strumenti informatici. Aiutarli là, significa non rapinare i loro beni ma insegnare a lavorarli là e a costruire fabbriche là!

C’è questa consapevolezza e, soprattutto, un grande lavorio internazionale per ottenere questi risultati? Una grande Europa – gli Stati Uniti d’Europa – sarebbe una grande potenza mondiale economica, ma anche di diritti di libertà e di democrazia, e potrebbe attivare Piani strategici per migliorare i rapporti del nord del mondo con l’Africa e valorizzare i Paesi a sud del Mediterraneo, annullando le migrazioni economiche e impedendo una neocolonizzazione cinese di quel continente, che è stato la culla dell’umanità. Una politica di vedute alte e lunghe appartiene anche all’elaborazione delle forze di opposizione all’attuale maggioranza di governo. Gli oltre 1.700.000 cittadini italiani che si sono presentati alle primarie, si sono sentiti chiamati a dare un segnale al Partito Democratico, impegnando, con un grande consenso, il nuovo segretario, Nicola Zingaretti, a far vivere una attiva opposizione in Parlamento e nel Paese, per offrire ai cittadini proposte alternative e il gusto della partecipazione civile. Quando si offre una vera occasione di partecipazione, la reazione arriva. A Milano il 2 marzo centinaia di migliaia di cittadini si sono espressi a favore di una visione di società solidale, coesa e fiduciosa nelle proprie capacità.

Vale forse la pena di sottolineare che è un popolo più numeroso dei 52.000 clic per decidere sì o no ad un’opera importante per 60.000.000 di Italiani, e sono molte centinaia di migliaia di più delle decine che hanno incoronato i capi dei due partiti di governo. Tuttavia il PD non si illuda che gli elettori di domenica 3 marzo siano il lavacro del drammatico 4 marzo 2018. Chi si è pentito e chi non aveva votato, ora si aspetta molto. Innanzitutto l’unità del partito; basta divisioni interne. Gli iscritti non ne possono più e gli elettori si aspettano di essere loro ad avere diritto di essere i destinatari di una politica che offra una visione, un programma di governo, una classe dirigente idonea.

Perso un anno con dibattiti tutti interni, ora si attivi una struttura riconoscibile (ottimo sarebbe un governo ombra), e si recuperi rappresentanza vera e non virtuale della società: competenza, cultura (i danni dell’ignoranza sono sotto gli occhi di tutti ), intergenerazionalita’ (siamo un paese di anziani) per non confondere attenzione e speranza per i giovani con giovanilismo. Valorizzare la presenza femminile a tutti i livelli e non solo per motivi statutari, ma perché rappresentano il nuovo, sempre rinnovantesi della società (sono ‘care giver‘ per tutto). Nelle code di domenica sembravano essere la maggioranza. Non tradire quel popolo. Gli iscritti al PD sono 400.000, tutti gli altri erano elettori che hanno riposto fiducia in un partito che sperano sia all’altezza delle sfide che la comunità italiana affronta.

Priorità esplicite: riempire le culle, definire chiaramente gli aiuti contro la povertà (favorevoli al reddito e al salario minimo, ma razionali e non bandiere), welfare che consenta l’accesso ai servizi perché nessuno rinunci alle cure; ambiente e infrastrutture (grandi e manutenzioni) che siano regolate con procedure facili, trasparenti, veloci (esistono anche le penali pesanti). Si può lavorare anche di notte e giorni festivi: avviene in altri settori, perché no quando occorre servire. con minori disagi possibili, i cittadini? Soprattutto Europa! Ogni programma sia nel quadro di un’Europa che unisce i popoli e faciliti la posizione dell’Italia tra le potenze mondiali come protagonista e non subalterna. Il risultato di domenica non è un arrivo; è il primo passo per una scalata dell’Everest, per cui se non si sta in cordata si muore.

Aspirare ad essere esemplari. Urge una classe dirigente consapevole che servire il popolo significa avere più oneri e più doveri dei singoli cittadini. Chi fa politica smetta la civetteria di ‘essere prestati alla politica’. Chi si fa eleggere, fa politica! e ha il dovere di comportarsi di conseguenza: con linguaggio consono e in buon italiano (la lingua ci fa ‘uni di patria’), lingua ricchissima che non ha bisogno di inglesismi; atteggiamenti e
vestiti adeguati, non servono griffe, basta essere “ad onor del mondo“ (per tradurre una espressione milanese, dopo quella “scappati di casa”). “A me, me ne frega” è una volgare espressione e pure sintatticamente sbagliata.

Ai politici è chiesto di guardare avanti e il PD lo dimostri senza rivangare continuamente il passato. Registrati i successi e ‘imparati’ gli i successi per non cadere negli stessi errori, serve rammendare sia il Partito che il Paese. I ministri del Governo Gentiloni siano pure orgogliosi del passato ma ora si mettano al servizio del futuro. Rimpiangere o rinfacciare non costruisce niente ed anzi rafforza la cultura rancorosa che viene distribuita a piene mani dalla maggioranza: a lei bisogna contrapporre idee e atteggiamenti opposti, da opposizione! E’ dovere di governare da parte della maggioranza ma, con diversa modalità, anche delle opposizioni. Chi governa, chi parla in pubblico, faccia lo sforzo di ricordarsi che ci sarà chi imparerà e copierà esempi non esaltanti. Gli altri sono quelli che vanno all’estero! Un grande uomo, maestro di giovani, un politico esemplare e uno statista martire non poteva lasciarci un’esortazione più forte ed incisiva: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti si rivelerà effimera se in Italia non rinascerà il senso del dovere”.

(Aldo Moro, 28 febbraio 1978, ultimo discorso ai Gruppi Parlamentari della DC)