I colori di Zeffirelli

È stato un maestro del colore, Franco Zeffirelli. La forma ha avuto il ruolo principale in tutta la sua enorme produzione di regìe teatrali, cinematografiche, operistiche, televisive.

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È stato un maestro del colore, Franco Zeffirelli. La forma ha avuto il ruolo principale in tutta la sua enorme produzione di regìe teatrali, cinematografiche, operistiche, televisive. È il colore che lo ha fatto ben presto riconoscere universalmente come Grande Artista. E, come moltissimi grandi artisti, Grande Artigiano. Lui, come i maestri del Rinascimento.

La sua estetica, la sua vita – viene prima l’una dell’altra negli artisti – venivano direttamente dalla sua città. Erano la sua città, Firenze. La sua dolcezza di Guelfo gli ha reso facile l’incontro con Gesù di Nazareth e con Francesco d’Assisisi. La sua fede lo ha guidato nella regìa televisiva dell’apertura della Porta Santa, la notte di Natale del 1974. Ultime immagini di un rito che dopo di allora non c’è più stato.

La forza con la quale ha messo in scena, in qualunque scena, le storie che aveva scelto di raccontare era tale che è impossibile dimenticare quel colpo al cuore. Il colore, dunque la passione, erano per lui sfacciatamente padroni del campo, non temendo le mode.  

Ho ancora negli occhi il terzo atto di “Un Ballo in maschera” alla Scala, nel 1972. Ancora sento i brividi e lo spasimo per quei bagliori, quei costumi, quelle figure. Era l’arte di Zeffirelli. Ricerca insaziabile della forma, poetica che non distingue tra classico e moderno, ma vuole trascenderli.

Una volta da lui, sull’Appia Antica, villa elegantissima nonché reggia per poveri, vidi dovunque giovani felici. Nessuno di loro si sentiva un ospite. “Bravi ragazzi, chi ha talento e chi no, chi ha studiato e chi fa il barbiere. Mi dà gioia farli star bene.”

Nel 1994 si candidò con Berlusconi e non a Firenze: in Toscana c’era ancora il senso unico a sinistra, ma a Catania dove la destra vinceva facile. Allora fu chiaro che il vecchio anticomunismo del cattolico Zeffirelli non era stato intaccato e messo in crisi dalle ragioni della storia e dalla caduta del muro di Berlino.

L’antico allievo di Giorgio la Pira era rimasto a San Marco, quel bianco e quel nero accecanti dei domenicani di là. Perché dunque, ci si chiese, scuoterlo dal suo sogno, lui che aveva incantato con i suoi colori milioni di donne e di uomini e chissà quanti vecchi comunisti?