È cambiata una fase. Occorre attrezzarsi.

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È di tutta evidenza che di fronte a questo scenario la scomposizione e la ricomposizione del quadro politico è quasi scontato. Ed è proprio allinterno di questo quadro che non si può rinunciare alliniziativa politica.

 

Giorgio Merlo

 

La fase politica che si è aperta dopo la rielezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica – unica notizia positiva dopo la sceneggiata inguardabile andata in onda a Montecitorio e nei palazzi del potere romani – è destinata a cambiare profondamente la geografia politica italiana. I due schieramenti principali – quello di sinistra e quello di destra – sono, di fatto, saltati. L’uno, quello di sinistra, perchè l’alleanza che doveva essere “storica” e “strategica”, secondo il guru del Pd romano Bettini, con i populisti dei 5 stelle è sempre più enigmatico e misterioso e l’altro, quello di destra e per bocca dei suoi stessi protagonisti, si è esaurito a livello parlamentare ed è sempre più incerto e precario a livello politico.

 

Ora, è di tutta evidenza che di fronte a questo scenario la scomposizione e la ricomposizione del quadro politico è quasi scontato. Ed è proprio all’interno di questo quadro che non si può rinunciare all’iniziativa politica. Soprattutto da parte di coloro che non individuano nel populismo grillino, nel sovranismo di alcuni settori della destra e nel massimalismo della sinistra la risposta politica più adeguata ai problemi della società contemporanea. Si tratta, cioè, di quel “centro” politico che molti invocano e richiedono e che pochi, sino ad oggi, hanno avuto la capacità e il coraggio di inverarlo nella dialettica politica in questi ultimi anni dominati dal dio maggioritario e dal verbo del bipolarismo. Ma, com’è evidente a tutti, le mode finiscono in fretta e con il populismo che è arrivato, fortunatamente, al suo capolinea è chiaro che gli equilibri politici mutano. E con il tramonto del grillismo anche nel campo della destra e della sinistra le coordinate del passato si sono sbriciolate come neve al sole e la conferma, paradossalmente, è arrivata in diretta televisiva durante il lungo romanzo Quirinale descritto persin nei minimi particolari e a reti unificate.

 

Certo, come abbiamo già avuto modo di dire, si tratta di un “centro” nè statico, nè identitario e nè nostalgico. Quelle tre categorie appartengono al passato e non possono essere riproposte pena il fallimento politico ed elettorale in cui sono incappati tutti i tentativi praticati sino ad oggi. Ma, al contrario, un “centro” che sia espressione di una cultura politica, di un pensiero riformista, di una cultura di governo, portatore di una classe dirigente di qualità e, in ultimo, di un elemento di stabilità, di buon senso e di responsabilità nel frammentato e caotico contesto politico italiano.

 

Ma, com’è altrettanto ovvio, non può essere il “lodo” Bettini a determinare il comportamento del futuro “partito di centro” che dovrà declinare una altrettanto credibile “politica di centro” nel nostro paese. Un lodo, cioè, come ci ha spiegato di nuovo in questi giorni e per l’ennesima volta, che prevede un “centro” come un semplice satellite rispetto all’azionista di maggioranza. Che, dal suo punto di vista, è ovviamente la sinistra e il Pd. Ma, al di là di questa scontata considerazione, quel che continua a persistere è quel vecchio vizio della “egemonia” di origine gramsciana accompagnato da quella sempre più insopportabile concezione della “superiorità morale” che continua a distribuire pagelle e sentenze sulla maturità di questa o di quella forza politica e dei rispettivi leader. Addirittura fissando già l’asticella numerica che dovrebbe avere il soggetto politico di centro. Al massimo il “10%”.

 

Comunque sia, e al di là delle previsioni dei vari “guru”, quello che adesso però è importante è attivare una iniziativa politica – che peraltro è già partita – che sia in grado di unificare tutti gli spezzoni di un centro riformista e plurale, inclusivo e di governo e che, soprattutto, sia in grado di ridare slancio e vitalità alla politica facendola uscire dalle secche della ingessatura e dell’immobilismo imposti da un sistema elettorale ormai desueto e superato dagli eventi.