Elogio della gentilezza

La vita, in fondo, è un’alternanza di abitudini

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Questa lunga pandemia ci sta cambiando: siamo spaesati, disorientati, afflitti, senza riferimenti emotivamente rassicuranti. Viviamo in una condizione esistenziale di “sospensione”, dagli esiti ancora incerti, tendenzialmente soli e timorosi nelle relazioni interpersonali.

La disintermediazione sociale – di non recente deriva – ha sottratto spazi di interlocuzione e di dialogo, di confronto e di rappresentanza: c’è lo Stato, ci sono le istituzioni , sempre più lontani e inarrivabili e poi ci siamo noi cittadini, ogni giorno costretti a misurarci con una realtà incerta e orfana di approdi.

Poi c’è tutto quello che si è sedimentato nei nostri comportamenti individuali da qualche decennio a questa parte: la frantumazione del corpo sociale, la crisi economica, le solitudini e le fragilità.

Tutto questo sovente alimenta reazioni emotive di isolamento, diffidenza, rancore.

Da tempo le relazioni sociali ci affliggono. La vita di condominio ci logora. Il traffico, gli orari, i turni di lavoro, le intemperanze dei colleghi, le code nei negozi e agli sportelli ci esasperano e ci rendono sistematicamente stressati.

Le coordinate di spazio e di tempo si fanno sempre più soffocanti ed opprimenti.

Non possiamo coltivare il desiderio di uscirne affidando i destini del nostro stato d’animo alla speranza di una vacanza, al mito dell’oasi lontana. 

Non ci serve reagire invocando sempre la speranza della fuga.

Queste consuetudini di vita appartengono al nostro stesso modo di essere.

Essere genitori, figli, vicini, parenti, colleghi, compagni di viaggio anche nel senso più ampio e metaforico del termine, di un viaggio fatto di giorni e lungo una vita.

Vorremmo cambiare ma aspettiamo che siano gli altri a fare il primo passo verso di noi senza renderci conto che la reciprocità del vivere alla fin fine ci rende sempre perdenti.

Se ci preme essere più sereni, ben disposti, tolleranti dobbiamo recuperare il senso del buon gesto, dell’iniziativa: essere gentili senza dover attendere di ricambiare una cortesia.

La vita, in fondo, è un’alternanza di abitudini: dovremmo forse collettivamente abituarci alla gentilezza come metodo per affrontare le relazioni  e le piccole difficoltà di ogni giorno.

Ci servirebbe anche per capire che sovente e più di quanto noi stessi crediamo, molte delle cose che ci riguardano dipendono dall’atteggiamento con cui ci accingiamo ad affrontare la vita e la realtà.

Possiamo esercitare già in famiglia questa “bontà dell’animo” che non è fatta solo di gesti esteriori ma di una disponibilità convinta a metterci empaticamente nei panni degli altri.

La famiglia infatti non va intesa solo come luogo di ricomposizione di conflitti o di sentimenti latenti ma come contesto di vita dove gli affetti si esprimono anche con comportamenti di generosa disponibilità.

E gli insegnanti, che hanno a cuore le buone sorti delle giovani generazioni, ricordino che la scuola è sede di apprendimenti e di istruzione ma che l’educazione alla tolleranza, al rispetto, ai modi cortesi nel porci verso gli altri non è un nostalgico ricordo di buone prassi del passato ma un principio che vivifica ogni giorno l’autentica formazione di ogni persona. Dalla chiusura delle scuole abbiamo appreso che il rapporto umano non può essere sostituito dalla tecnologia che ci trasmette immagini a distanza ma non emozioni, che non stimola la motivazione, primo vero requisito per ricomporre conoscenza e socializzazione.

Tra le tante cose che la pandemia ci sta insegnando ci sono le lezioni dei comportamenti umani spontanei e gratuiti: l’accoglienza, un sorriso, una parola rassicurante, che ci giungono da chi si sta occupando di noi e della nostra salute. Questa bontà d’animo che cogliamo e spesso riceviamo con semplici gesti di umanità può essere moltiplicata all’infinito, fino a diventare forse l’unico modo per comprendere la vita degli altri, oltre la burocrazia opprimente che si frappone in modo spesso ostile e paralizzante.