ESTERNO NOTTE, LA FICTION CHE NON PERSUADE NELLA DESCRIZIONE DI UN MORO SENZA AMORE PER LA DC.

15800

Nell’opera di Bellocchio emerge un partito democristiano palesemente inadeguato. Chi lo condanna, dalla prigione del popolo, è proprio il suo Presidente. Eppure, dovremmo sempre riconoscere nelle parole di Moro un coerente e continuativo incitamento a proseguire nell’impegno del partito per il consolidamento e la crescita della democrazia in Italia.

 

La libertà artistica non è in discussione. Ancor meno a fronte di una superlativa prova di recitazione quale è stata quella di alcuni attori, a cominciare dallo straordinario Fabrizio Gifuni. Ciò premesso, mi permetto di proporre una osservazione critica al lavoro del regista Marco Bellocchio. Lo faccio solo perché proprio in questi mesi ho lavorato ad un libro, che verrà pubblicato all’inizio del prossimo anno (sarà il quarantacinquennale dell’omicidio del Presidente DC), nel quale analizzo e commento gli ultimi due discorsi pubblici di Moro, tenuti nel 1977 di fronte alle platee democristiane di Mantova e Benevento.

Nell’opera di Bellocchio emerge un partito democristiano palesemente inadeguato, guidato da un segretario debole e inetto, da un Ministro dell’Interno psicopatico, da un Presidente del Consiglio – secondo un cliché ormai consolidato – glaciale e cinico. E, nell’insieme, un quadro che ci offre l’idea, come giustamente ha qui scritto Lucio D’Ubaldo, di “un potere in stato confusionale”.

È a questo profilo tanto negativo che inevitabilmente Moro si rivolge dal carcere, con le sue lettere. Così ci indica il regista, che esplicita ulteriormente la sua idea nell’ultimo colloquio del Presidente con un sacerdote, nel quale accusa i suoi compagni di partito e soprattutto, con parole molto dure, Andreotti. Ora, io non mi permetto di valutare nemmeno un secondo dei drammatici 55 giorni vissuti in prigionia da un uomo privato della sua libertà. Tutto può essere accaduto durante quella disumana costrizione.

Io rimango a quanto il Presidente del partito disse nei suoi ultimi discorsi ai democristiani, in quel terribile 1977, durante il quale le Br organizzarono il suo rapimento. A quanto, cioè, Aldo Moro disse nel suo accorato intervento alla Camera dei Deputati in difesa del compagno di partito Luigi Gui e per traslazione di tutta la Democrazia cristiana. Parole, tutte, di sostegno e vicinanza alla Dc e ai suoi dirigenti, e ancor più ai suoi militanti. Nemmeno vagamente un accenno critico e tanto meno ostile o incattivito nei confronti di chicchessia. Al contrario, un coerente e continuativo incitamento a proseguire nell’impegno del partito per il consolidamento e la crescita della democrazia in Italia.

“Quello che mi interessa è di richiamare, in questo momento di lotta politica e civile, il volto della Democrazia cristiana…Che cosa mi conforta nella nostra fatica quotidiana cari amici? È l’avere dietro di noi 14 milioni di voti, 14 milioni di popolo…Se ho motivi, tanti, di preoccupazione, questo almeno mi conforta: che siamo ancora insieme, in tanti, a volere la libertà per il nostro Paese!”.

Parole, queste ultime, pronunciate in chiusura del discorso a Benevento. Quattro mesi prima del rapimento.