Estrema destra. Neofascismo: la fine delle illusioni. Il punto su “Il Mulino”.

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Le tensioni che ci eravamo illusi di aver definitivamente consegnato al passato riemergono con forza. In un contesto in cui la nuova-vecchia destra, che non ha mai sciolto del tutto il suo ambiguo legame col fascismo, trova un ambiente fertile e prospera.

Mario Ricciardi

Seguire il dibattito pubblico in Italia può essere un’esperienza penosa. Un po’ come accade quando si assiste ai tentativi di non cadere di una persona che ha messo un piede in fallo: sbanda, cerca qualcosa cui aggrapparsi, ma il punto di appoggio si rivela a sua volta instabile, fino a quando viene inesorabilmente trascinato a terra rendendo il tonfo finale ancora più fragoroso. A qualche giorno dall’attacco alla sede storica della Cgil a Roma la sensazione è la medesima, solo che la caduta avviene in slow motion, un fotogramma alla volta. Non entro nel merito della questione dello scioglimento di Forza Nuova sotto il profilo giuridico. Diversi autorevoli costituzionalisti hanno spiegato in modo chiaro che gli strumenti ci sono. Non voglio neppure contestare il carattere neofascista di un movimento che da anni inquina la vita politica del nostro Paese, propagandando una visione della società incompatibile con i principi democratici e con la legge fondamentale del nostro ordinamento. Quello che vorrei fare è un ragionamento politico. Cominciando dalla storia.

La XII disposizione transitoria della Costituzione repubblicana rispondeva a un’elementare esigenza di difesa del nuovo regime che stava nascendo dalle macerie di una guerra voluta dal fascismo, che nella sua parte finale era diventata anche una sanguinosa guerra civile, che aveva ulteriormente diviso il Paese, lasciando una scia di violenze impunite e di risentimenti che non avevano trovato composizione nel dopoguerra. Dotarsi di uno strumento repressivo dei tentativi revanscisti era una cautela indispensabile per l’agibilità della democrazia, e come tale la XII disposizione fu adottata.

Sul piano sociale, tuttavia, la situazione era meno netta di quel che la sola lettura del testo costituzionale farebbe pensare. Nonostante i crimini di cui si era macchiato, il fascismo aveva avuto fino alla fine una base di consenso che era fatta non solo di fanatici, ma anche di una «zona grigia» difficile da quantificare, fatta di persone che erano disposte a riconoscere qualche merito sia al regime sia alla classe dirigente che lo aveva guidato per un ventennio. Distinguo, tentativi di minimizzare e di scusare, anche se confutati dalla ricerca storiografica, emergono sin dai primi anni di vita della Repubblica, in parte alimentati anche dal nuovo clima della Guerra fredda. Esemplare, sotto questo profilo, l’atteggiamento di giornalisti e intellettuali che avevano un grande seguito come Leo Longanesi, Indro Montanelli e persino Ennio Flaiano. La Repubblica insomma nasce dall’antifascismo, ma sin dall’inizio tollera un anti-antifascismo che è tutt’altro che marginale nella cultura italiana, anche se è in qualche misura tenuto sotto controllo dalle forze politiche principali. In un contesto del genere, non è sorprendente che la disposizione XII sia convissuta, non sempre senza tensioni, con la presenza di forze politiche che si richiamavano in qualche modo all’eredità del fascismo. La più numerosa delle quali, il Movimento sociale italiano, aveva una significativa presenza in Parlamento.

Questa situazione crea inevitabilmente un’ambiguità sul piano della prassi, che si alimenta di dissimulazioni più o meno oneste. Fa una certa impressione ascoltare oggi gli esponenti politici democratici che chiedono a Giorgia Meloni di prendere una posizione chiara sul fascismo, ignorando – o dimenticando – che la leader di Fratelli d’Italia si è formata politicamente in un mondo che aveva fatto degli ammiccamenti, delle allusioni, del «qui lo dico e qui lo nego», una strategia di sopravvivenza di un certo successo. La consapevolezza di questa intrinseca debolezza dell’antifascismo come cultura repubblicana era ben presente alla classe dirigente della Prima repubblica. Anche perché essa aveva assistito a diverse crisi che in qualche modo si riallacciavano a questo nodo non sciolto, dai fatti di Genova alle diverse trame eversive, o agli episodi di violenza, che in vario modo vedevano coinvolte persone vicine, anche se non sempre direttamente riconducibili, al Movimento sociale. La pietosa finzione giuridica dell’arco costituzionale fu elaborata proprio per dare una qualche composizione simbolica a un dissidio che nella società rimaneva aperto.

Col passare del tempo, e in modo più marcato dopo la fine della Guerra fredda, le tensioni che avevano accompagnato questa ambiguità di fondo della democrazia italiana si attenuano, anche per via dell’uscita di scena delle generazioni che del fascismo, della guerra e della ricostruzione avevano memoria diretta. Di questa nuova situazione approfitta Silvio Berlusconi, nel crepuscolo della prima repubblica, per tendere la mano al leader del Msi Gianfranco Fini, nel momento della sua candidatura a sindaco di Roma. Ciò avviene, come era nello stile del personaggio, non attraverso un discorso articolato di chiusura del lungo dopoguerra, ma attraverso gesti e parole di studiata ambiguità, e che proprio per questo ciascuno può leggere come preferisce. Questo in fondo non stupisce, anche in considerazione della vicinanza di Berlusconi a quella parte del ceto medio di questo Paese che, dopo il 1945, si era riconosciuto nell’anti-antifascismo di Montanelli (di cui l’imprenditore milanese era diventato l’editore). 

L’unico che sembra prendere sul serio la questione di principio della chiusura del lungo dopoguerra è proprio Gianfranco Fini (anche per comprensibili ambizioni personali), che intraprende un percorso di revisione del passato e di abiura del fascismo del tutto inedito per il suo ambiente di provenienza, che gli procura non pochi problemi coi suoi. La parabola politica di Fini si conclude però quando egli si illude di poter diventare il punto di riferimento di una nuova destra, conservatrice ma non più post-fascista, contro gli interessi privati di Berlusconi. In men che non si dica lo sventurato che aveva risposto alle esigenze di una nuova stagione politica viene messo alla porta, e di fatto esce dalla vita politica. Nel vuoto lasciato dal leader «licenziato» da Berlusconi si fa avanti una nuova generazione, di cui Giorgia Meloni risulta essere l’esponente di punta, accompagnata però da pezzi della vecchia classe dirigente missina, che rappresentano la continuità con il passato e con l’ambiguità che lo aveva caratterizzato. Dopo la caduta di Fini la questione del fascismo non scompare del tutto, ma nessuno chiede più alla destra di scioglierla in modo definitivo. Al contrario, anche una parte della sinistra, o sedicente tale, fa a gara a blandire la giovane leader e alcuni esponenti del suo partito. Gli elogi si sprecano: «bravi», «competenti», «affidabili». Tutti hanno una gran voglia di novità, e chi esprime qualche dubbio, o semplicemente chiede di sciogliere le ambiguità viene trattato come un molestatore.

Così arriviamo a oggi. Più di dieci anni di crisi ci consegnano un Paese diviso, scontento, in cui tensioni e conflitti sociali che ci eravamo illusi di aver definitivamente consegnato al passato riemergono con forza sempre più preoccupante. In questo contesto la nuova-vecchia destra, che non ha mai sciolto del tutto il suo ambiguo legame col passato, trova un ambiente fertile, e prospera. Questioni identitarie, paura per il futuro, richiesta di protezione trovano espressione nel linguaggio del nazionalismo (che era stato culturalmente uno dei formanti del fascismo). Gli estremisti, che si sono organizzati in formazioni come Forza Nuova o Casa Pound – senza trovare resistenza efficace da parte delle istituzioni politiche e delle forze dell’ordine, quando ciò sarebbe stato opportuno e legalmente possibile – diventano sempre più arroganti. Si compiacciono di una nuova popolarità e della benevola tolleranza di chi non vuol sentir parlare del passato, e cercano visibilità.

 

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