Eterno Bergman

Al Teatro Mercadante di Napoli

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Articolo già apparso sulle pagine di http://www.succedeoggi.it a firma di Mario di Calo 

Ha debuttato a Napoli nella stessa cornice del Teatro Mercadante, dopo la preview estiva del 3 e 4 luglio al Napoli Teatro Festival – all’interno del focus su Ingmar Bergman nella Sezione Internazionale – Scene da un Matrimonio dell’autore svedese con la regia del Maestro russo Andrej Konchalovsky. È la seconda volta del regista al Teatro Stabile di Napoli (l’ente che produce lo spettacolo): dopo una Bisbetica domata del 2013, ora si cimenta con un adattamento teatrale del capolavoro, quasi icona, successo internazionale dapprima televisivo e poi cinematografico. Parliamo difatti del declino e infine ascesa di quel sacro vincolo che va sotto il nome di negozio giuridico, ovvero l’unione matrimoniale fra due persone, interpretati in origine da Liv Ulman e Erland Josephson e qui riconsegnati da Federico Vanni e Julia Vysotskaya.

Questi «analfabeti dei sentimenti», come giustamente si autodefiniscono, provano a sopravvivere alla routine del loro ménage coniugale, con laceranti, sofferte stazioni vitali che raccontano, fotografandoli a dieci anni di distanza dalla loro unione, in una situazione di stasi catatonica, che molte coppie vivono dopo la passione dei primi momenti, delle prime gioie, dei primi sussulti; dei primi progetti che naufragano clamorosamente. Un figlio in arrivo potrebbe risollevare le sorti della coppia ma dopo un tragico quanto goffo gioco di rimbalzo di responsabilità e sensi di colpa verrà rispedito al mittente: il risultato solo di un falso proposito. Michele stanco – forse – di quel rapporto stantio conosce una giovane donna e scappa con lei. Da lì in poi, la separazione e gli incontri clandestini, poiché entrambi risposati, sono solo l’inevitabile trascinarsi di un amore difficile da sradicare.

Il regista russo trasporta tutta l’azione in Italia, in una Roma pariolina impersonale, neutra, negli Anni Settanta: la scena sbilenca è di Marta Crisolini Malatesta, una scatola iperrealista senza prese d’aria, solo una finestra da cui faticosamente entra un soffio d’aria (nella seconda parte dello spettacolo anche quella verrà occlusa). L’azione sembra quasi sconfinare dai perimetri della scatola teatrale come a infrangere quello schermo cinematografico proponendo in prima linea i due personaggi pressoché in braccio al pubblico, per cullarli nella loro inesperienza. I pochi a parte di ammicco sono ridotti all’osso, quasi di servizio, l’azione si concentra sul verismo che i due interpreti portano in scena e fra una sosta e l’altra, quello schermo velato riappare come lo spaccato di un’epoca ancora fresca e palpitante con delle proiezioni sulle pareti della scenografia, e il femminismo rivendicato da Malinka trova una sua corrispondenza nella cronaca della prima romana di Casa di bambola con la regia di Giorgio Strelher.

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