Etica e partecipazione del cristiano in politica

La responsabilità politica del cristiano

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La politica va considerata non come un male necessario per il bene dell’umanità, ma non è nemmeno una realtà negativa da aborrire, bensì una realtà che serve a consentire all’uomo una vita libera. Il valore della politica chiama in causa “l’ordine delle cose” che può essere funzionale rispondendo ad uno scopo specifico delle cose medesime e parlare dell’uomo significa preliminarmente parlare della natura dell’uomo. Quando Iddio stabili “L’uomo non è bene che sia solo”(Gen.2,18) creò il suo simile ordinandogli di crescere assieme e stabili la nascita della società e che la vita umana potesse essere concepita solo all’interno della società che è il mezzo naturale per la crescita, la sua condizione originale di esistenza.

Tuttavia ogni società ha un proprio ordine ed un fine determinato e quello delle società naturali non può essere stabilito convenzionalmente anche se per scopi eticamente legittimi, ma moralmente inaccettabili, perché non si perseguirebbe il fine oggettivo della comunità, bensì un fine soggettivamente scelto, sostituendo l’ordine naturale con quello convenzionale ed arbitrario, all’ordine della creazione inseguendo  l’utopia dell’uomo che, per limiti intrinseci, può conoscere le cose ma non crearle. La società politica, in quanto società naturale, viene contemporaneamente a quella civile e familiare che non sono da essa assorbite ma garantite per il raggiungimento del loro specifico fine; in quanto società naturale anche quella politica ha un fine in sé, che va ricercato e riconosciuto, con la conseguenza che le tesi del cosiddetto “pensiero debole” rendono tutto arbitrario e non esiste la verità, per cui un opinione non si può affermare su un’altra;comunque va anche respinta anche la tesi contrattualistica che non riesce ad individuare l’essenza della politica ontologicamente,quantunque abbia avuto nel tempo il merito di garantire la libertà di pensiero e la proprietà dei frutti dell’onesto lavoro.

Soltanto se si riconosce la politica come società naturale si è in grado di distinguere il potere come mera violenza dall’autorità effettiva deputata a rappresentarlo, che fa crescere l’uomo  in quanto persona, secondo il fine intrinseco ad ogni soggetto. L’essere “società naturale” implica poi che la comunità politica abbia un fine in sé che è il bene comune, che non è il bene pubblico, il bene della “persona civitatis”,nato a seguito del contratto sociale, ma il bene di ciascun uomo in quanto tale che la comunità politica deve perseguire.

Il problema del valore etico della politica va perciò inquadrato nelle conseguenze di un fenomeno storico di vasta portata che comunemente definiamo “modernità”.  Il binomio etica-politica è una formula che esprime la strutturale problematicità dell’uomo nelle relazioni col suo simile e nello stato postmoderno tale vincolo è caratterizzato da presupposti normativi che esso stesso non è in grado di mantenere e nel quale i legami sociali tra gli uomini si ritirano sempre più in una dimensione privata.

Tuttavia la modernità ha avuto comunque il merito di aver dato concretezza politica alla grande conquista del cristianesimo, ovvero la scoperta e proclamazione che ogni uomo, senza discriminazione alcuna, è da considerarsi libero, proprio per la sua appartenenza ad una stessa natura creata da Dio, pur in presenza di un forte secolarismo che consiste nel processo di emancipazione di taluni aspetti della vita dell’uomo che si sono gradualmente liberati dall’influenza della religione cristiana, che oggi non risulta sovente essere il collante della convivenza civile. Per questo occorre che il cristiano dimostri una sua maturità proprio nel momento più delicato ma aperto a nuove prospettive che stiamo vivendo, perché l’ontologia democratica non è costituita da leggi o da diritto ma da spessore etico :riconoscere la libertà politica come salvaguardia della stessa democrazia e tutelare le libertà essenziali come rifugio della coscienza.

La democrazia è “evangelica” perche si fonda sul riconoscimento dell’altro come “persona” ed è la virtù della pazienza che rende agile il regime di democrazia attraverso confronto, dialogo ed integrazione. Per rinnovare la democrazia e renderla partecipativa autenticamente occorre superare il binomio nato con lo stato – nazione a seguito della pace di Westfalia nel lontano 1648,tra un umanesimo borghese e la legittimazione della fecondità del denaro.

Il cristiano che  affronta la vita politica deve ricercare la perfezione, valorizzare la profondità ontologica dell’essere persona e raffinare gli istinti in impulsi, realizzando una fraternità che non è sistemazione ascetica della debolezza ma cultura della partecipazione e incontro con le differenze di fronte all’omologazione antiontologica del capitalismo postglobalizzato: occorre possedere le “virtù sociali”. Combattere il divario tra progresso e sviluppo affrontando le ricchezze delle identità, questo significa, come ammoniva S. Giovanni Paolo II “fare un governo dei popoli e non delle nazioni!”

Ogni vera conoscenza dei valori non è mai un operazione astratta , non avrebbe senso sviluppare una retorica della persona umana e del bene comune se poi non si fosse in grado di perseguire la loro attuazione nei contesti concreti. Ogni vera conoscenza dei valori implica la loro pratica  e praticare i valori vuol dire saperli riconoscere nelle situazioni in cui essi sono veramente in gioco, sapere valutare le situazioni alla loro luce, essere in grado di applicarli nelle vicende concrete.  Per questo appartiene all’agire “in quanto” cristiani e quindi  alla vita interna di una comunità ecclesiale, sviluppare una piena presa di coscienza della problematica socio politica del tempo presente  e del territorio in cui la comunità stessa risulta inserita; non si può difendere il valore della persona se non si prende coscienza dei modi e delle forme in cui la dignità dell’uomo risulta violata nel contesto in cui si agisce.

Risulta indispensabile trovare nuove forme di raccordo  tra l’impegno politico della comunità ecclesiale e l’impegno politico  del laico cristiano; chiedersi cioè se abbia più senso  un vero e proprio progetto politico cristiano in senso globale, oppure se non occorra cercare di animare con singole azioni, cristianamente ispirate, il tessuto socio politico, pur riaffermandosi fortemente l’importanza che il cristianesimo manifesta  per la vita politica, per i valori politici e per le stesse regole politiche, i modi e le forme in cui oggi questo influsso possa e debba essere esercitato. Vi è certamente una crisi morale che attraversa soprattutto il primo corpo intermedio della società: la famiglia, che è alla base della società stessa; in questo il ruolo del cristiano risulta ancora fondamentale perché l’uomo non può diventare se stesso nella solitudine in cui sembra lo abbiano relegato i progressi staccati dagli sviluppi promozionali del suo essere nel mondo. Il bene comune realizza l’uomo pienamente come “essere politico” nello scambio amoroso.

Non nell’egoismo, nell’edonismo, ma nell’altruismo, cioè nell’amore autentico c’è posto per il bene comune, infatti nella “Gaudium et Spes” si ricorda che:”…L’uomo per sua intima natura è un essere sociale e senza il rapporto con gli altri non può né vivere, né esplicitare le sue doti”(n.12)..

L’autorità e la libertà sono due fondamentali valori che si integrano perché la libertà non è la facoltà di fare qualsiasi cosa, giacchè questo potrebbe portare molto lontano, ma di realizzare la propria natura, che non abbiamo scelto volontariamente ed è anche la facoltà di ubbidire alla propria legge che è iscritta in noi, ma libera da qualsiasi vincolo. Dunque la libertà non ha alcun rapporto con l’indipendenza con la quale si confonde troppo spesso: l’uomo libero non è colui che è indipendente, ma colui che  può amare ciò da cui dipende e svilupparsi in questa relazione, in questo collegamento.

Ne deriva che la libertà è ubbidienza a un ordine che è espressione di coerenza ,maturità ed armonia, ovvero un ordine che ci impartisce degli impulsi positivi e l’autorità si afferma in funzione del bene comune al servizio delle persone su cui esso si riversa, la coscienza umana esige che l’autorità sia  giusta.

Se non vi è giustizia,vi è solo potere,dominanza,non autorità vera e un potere che rompe con la coscienza morale tende sempre di più a porsi come forza di costrizione,come assoluto senza fondamento di diritto e senza limiti nel disprezzo della persona . Quindi alla base della politica anche per il cristiano vi è l’educazione della volontà:essa in una prima fase è ancora qualcosa di determinato,anche se l’oggetto è indeterminato,nello stesso modo in cui ogni essenza è qualcosa di determinato,come lo può essere una figura geometrica.

Affermare quindi che la volontà è libera non equivale a dire che è libera l’essenza della volontà,bensì riconoscere che altrimenti sarebbe un’altra cosa,perché l’essenza della volontà non sceglie se stessa. La libertà del volere consegue all’essenza della libertà,è una sua proprietà,ma non costituisce l’essenza della volontà,che non realizza ancora l’atto del libero volere il quale rappresenta,per sua natura,qualcosa di veramente concreto. Il primo momento del volere è quello astratto,orientato  al bene universale,ma esso non è il volere vero e proprio che ha sempre una declinazione esistenziale. In questo processo si esercita il libero arbitrio che consente di superare lo stato di necessità.

Non si può  quindi disprezzare l’indeterminatezza del bene concepito dalla ragione,perché vi si realizza il primo nucleo fondante della dignità   e delle dimensioni del nostro volere e,percio,della stessa esistenza della libertà. La ragione prepara,con la sua attività,l’esercizio della volontà e perciò della libertà e l’atto della libera volontà deriva sempre dalla ragione:ecco perché la ragione e la libertà sono una l’effetto dell’altra,giacchè “radix libertatis est in ratione costituita” e perciò i Vangeli ci ricordano l’ammonimento di Gesù “Veritas liberavit vos!”:Ecco quello che il cristiano può offrire alla comunità politica !

Viceversa David Hume nel suo “Trattato sulla natura umana”cerca di fondare l’identità personale,riprendendo le mosse dal padre del liberalismo moderno,John Locke,che nel “Saggio sull’intelligenza umana” si rifiuta di definire la persona attraverso l’idea di sostanza e propone l’idea dell’io come un fascio di sensazioni prodotte da una serie di esperienze successive,come la coscienza di sé derivi dalla più vivace e distinta delle rappresentazioni.

Il paradosso della visione contemporanea della libertà consiste nell’aver rivendicato come radice della responsabilità morale l’autonomia individuale e l’autodeterminazione personale,ma questa a sua volta non è capace di essere concepita come il risultato  di un processo immanente alla natura o alla storia,i cui condizionamenti l’uomo,pur dichiarato libero,c non è in grado di dominare o superare. Per essa ogni morale che non risulti dal processo dell’autodeterminazione umana conduce alla negazione della libertà sia da un punto di vista etico che politico. La libertà di perfezione non è tuttavia esclusiva dell’uomo perché la possiedono anche gli animali:è il libero arbitrio che caratterizza la dignità dell’uomo ed è il motivo per cui non possiamo parlare di ragione autentica senza unirla alla vera libertà,particolarmente difficile in un contesto di democrazia non ancora deliberativa come dovrebbero essere invece ormai le democrazie occidentali.