Festival dell’economia civile di Firenze: Approvazioni e un pensierino critico

Il professor Jeffrey Sachs bolla le posizioni sovraniste e populiste di Trump come opposte al dialogo ed alla collaborazione propugnate dall’economia civile.

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Buone le intenzioni del recente Festival della nuova economia civile, svoltosi a Firenze. Riassumerle qui tutte sarebbe lunghissimo e inutile, perché la gran parte delle persone dotate di buon senso e buona volontà le condividono da tempo: profitto condiviso e non esclusivo; partecipazione; avanti col pil, ma riconoscendone i limiti oggettivi; il bene comune; l’impresa responsabile; eccetera.

Meno inutile, forse, cercare di aggiungere qualcosa anche in senso critico perché il valore della diversità è stato acclamato, giustamente, durante lo stesso Festival.

Prima di tutto, sul clima, anche qui, la solita impostazione: che fare per fermare i cambiamenti climatici. Ma non c’è evidenza empirica o scientifica per dimostrare che essi si possano fermare salvo additare nell’azione dell’uomo la responsabilità del surriscaldamento. Senza diventare “negazionisti” perché i cambiamenti ci sono eccome e risultano già particolarmente gravi: come si spiega che essi si siano verificati innumerevoli volte durante la lunghissima geostoria? Come si spiega che l’unica componente dei gas serra su cui l’uomo abbia impatto (attorno al 50% della nuova formazione di anidride carbonica) costituisca il 2% del totale? Non sarebbe meglio, invece, domandarsi come affrontare i cambiamenti? Ovvero come far leva sulle straordinarie capacità tecnologiche di cui l’umanità ha disponibilità oggi, diversamente dal passato quando, peraltro: 1) l’antropizzazione era molto più limitata; 2) le caratteristiche del vivere civile consentivano di ricominciare dopo le catastrofi con rapide ricostruzioni o, al limite, emigrazioni.

Il professor Jeffrey Sachs bolla le posizioni sovraniste e populiste di Trump come opposte al dialogo ed alla collaborazione propugnate dall’economia civile. Ma non affronta il tema dei modelli macroeconomici: quello attuale – contestato, seppure in modo confuso, dallo stesso Trump e sbandierato dall’Unione Europea – prevede che ciascuno debba puntare alle esportazioni fino al punto di svalutare salari e occupazione, ridurre la domanda interna e, in definitiva, la stessa crescita. Ne sono usciti vincenti la stessa Cina (e qui è confortante che Sachs lodi gli accordi voluti dall’attuale governo) e, in genere, i Paesi emergenti perché essi hanno potuto sbaragliare la concorrenza dei Paesi di più antica industrializzazione (PAI) pur facendo crescere i loro salari e la domanda interna. Mentre i PAI hanno voluto spingersi nella trappola dei salari che decrescevano e, con essi, domanda interna e, quindi, l’occupazione in una spirale infinita che sta impoverendo le classi medie e favorendo le alternative promesse dei cosiddetti sovranisti e populisti. E, adesso, Cinesi ed emergenti stanno passando al modello win win (vinci tu che vinco anch’io) il quale non può non prevedere la crescita della domanda interna, dell’occupazione e dei salari “first”: anche sostituendo le importazioni e non dando più peso prevalente all’export. Insomma, quello che Trump ha predicato, seppure con maggiore chiarezza durante la campagna elettorale: d’altra parte gli USA esportano servizi ad alto valore aggiunto e, come l’Italia che è forte nelle esportazioni di qualità, non temono le politiche di sostituzione delle importazioni.

Però, il nuovo modello economico, alternativo a quello vigente liberista (mors tua vita mea) non è autarchico populista, ma consentendo a tutti di importare nei limiti delle proprie esportazioni, è sostenibile. Invece, l’attuale modello, ancora fortemente voluto dall’Unione Europea, non è sostenibile perché non tutti – ma solo i più forti – possono incrementare le proprie esportazioni a scapito degli altrui livelli occupazionali.

Pur condividendo valori generali e intenzioni del Festival, sembra sia mancata la chiarezza sui due fenomeni principali del nostro mondo del lavoro. Il primo: nei comparti dell’economia non finanziaria ad alto valore aggiunto, cala la domanda di lavoro. Sempre meno addetti appronteranno tutta l’energia, i beni materiali ed i servizi ad alto valore aggiunto domandati dall’economia. Se la crescita dei profitti (che sono una delle componenti del pil) è, in valore assoluto, minore della decrescita di salari e occupazione, l’effetto sul pil stesso dei nuovi investimenti industriali non porta alla crescita, ma alla diminuzione del pil. L’antidoto sarebbe la riduzione di orario a parità di salario, ma i percettori di profitto non sono d’accordo.

Secondo fenomeno: nei comparti a minor valore aggiunto (servizi di cura delle persone e dell’ambiente dove si potrebbero creare milioni di posizioni occupazionali aggiuntive), il fatturato non è sufficiente a remunerare adeguatamente il costo del lavoro. Qui l’antidoto richiede di abbandonare il paradigma capitalistico e, allora – ci si chiede – la “nuova economia civile” del Festival come recepisce tale circostanza? Ovvero, una profonda riforma del sistema bancario che riporti le banche sul territorio a fare esclusivamente credito per le attività produttive: se ne è parlato nel Festival, ma non fino a copiare le piccole banche tedesche e le sparkasse che sono state esentate dalle mire di accorpamento della BCE e dall’applicazione dei parametri  Basilea. Ovvero la introduzione di una moneta parallela all’euro, solo nazionale, emessa dallo Stato, non convertibile. Il Trattato di Lisbona, infatti, parla di “banconote aventi corso legale in tutta l’Unione” non di statonote o biglietti di Stato aventi corso legale solo sul territorio dove lo Stato stesso esercita la sua sovranità. Tale moneta, a differenza dell’euro, sarebbe non a debito, quindi avrebbe lo stesso segno algebrico delle tasse, si sommerebbe ad esse per raggiungere il pareggio di bilancio una volta che lo Stato decida di spendere per i cittadini di più di quello che toglie loro.

Si dovrà parlare di questi due aspetti – e di tanti altri correlati ad essi come la gestione del debito pubblico e un’agenzia di rating indipendente – anche allargando il ragionamento a forme similari di innovazione tipo i “mini bot” di Claudio Borghi o i “certificati di credito fiscale” di Marco Cattaneo ed altri.