FIGLI CONTESI GENITORI CONFLITTUALI Sentimenti ed emozioni sono l’ultima frontiera delle LIBERTÀ personali

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Quando finisce una relazione sentimentale, insorgono solitamente conflitti che penalizzano il soggetto o i soggetti con maggiore fragilità. È di evidenza solare che quando prevale la ricerca di una soluzione ragionevole ed equa e si usa la buona volontà per venirsi reciprocamente incontro si smussano le occasioni di attrito e si mette davvero il figlio al centro delle attenzioni e dell’impegno di entrambi

 

Quando i figli si trovano collocati al centro dei conflitti di coppia si materializzano situazioni emotivamente complesse, non di rado apertamente dolorose e insostenibili per tutti: per i due genitori a causa delle relazioni quasi sempre reciprocamente ostili e per i figli stessi che finiscono per essere inglobati e coinvolti nella contesa e condividono loro malgrado condizioni di malessere e sofferenza.

I dissidi originano prevalentemente dalla crisi del rapporto sentimentale tra marito e moglie, compagno e compagna ma sono molte le ragioni per cui una storia d’amore può finire e subentrano sentimenti nuovi: indifferenza, intolleranza, incomprensione a volte persino odio e rancore.

Sono stati scritti libri, romanzi, trattati, poesie, preghiere sul sentimento dell’amore e sui suoi opposti e contrari: non è nelle mie intenzioni aggiungere o togliere una parola, non è questo il senso di questo scritto.

Ogni storia è una storia a sé e io aggiungerei: “per fortuna è così”. Sentimenti ed emozioni sono l’ultima frontiera delle libertà personali, non c’è un inizio e una fine, un alto e un basso, un meglio e un peggio, forse nemmeno un ‘giusto’ e uno ‘sbagliato’, almeno in senso relativo. Appartengono ad ogni esistenza e insieme ad essa sono unici e irripetibili, fanno parte integrante del mestiere e della fatica di vivere: ognuno risponde ad una sua coscienza, qualche volta a capo chino e col cappello in mano. Molta parte di ciò che ci riguarda va per la sua strada e non è sempre quella che avremmo scelto noi.

Subentrano poi delle regole e delle convenzioni culturali e sociali che fanno sì che ogni vita e ogni storia possano inserirsi nel grande contenitore della narrazione universale, quella che racconta dell’umanità intera e ci permette di riconoscere e distinguere una vicenda a lieto fine da una andata male, il rispetto dalla prevaricazione, l’armonia dalla violenza, la generosità dall’egoismo. Sono quei valori condivisi che ci rendono reciprocamente civili. Se i vissuti affettivi riguardano solo i diretti interessati la soluzione del conflitto è una questione a due ma se ci sono uno o più figli la vicenda si fa subito più complessa perché questo tertium genus,

questo terzo polo crea una triangolazione di diritti e doveri, di bisogni e di ruoli che merita una più attenta considerazione.

Il soggetto più debole è sempre il minore e ogni ipotesi di accordo deve tener conto di questa priorità. Quando i genitori non ce la fanno da soli ad uscire dal pantano della crisi di coppia, specialmente  perché la presenza dei figli richiede un patto “super partes”, occorre un intervento esterno che esplichi la necessaria funzione di aiuto, sostegno, integrazione e verifica. Se bisogna ristabilire una ‘sostenibile situazione di non belligeranza’, il ruolo esercitato dai vari soggetti che possono contribuire a questo scopo consiste innanzitutto nel favorire con delicatezza il ripristino di un clima colloquiale nelle relazioni di coppia.

Ascolto e dialogo sono i due canali privilegiati per conseguire questo scopo, ricerca e pratica della umana comprensione. Prima di definire ogni successiva ipotesi di regolamentazione deve essere chiaro ad entrambi i genitori che la più importante azione di tutela va esercitata verso i loro figli, bambini o adolescenti. Spesso infatti i differenti punti di vista dei padri e delle madri sono viziati da un peccato d’origine: quello di ricostruire le vicende e di immaginare le soluzioni a partire dalle rispettive spiegazioni e verità, che finiscono così per essere proposte come misura di ogni valutazione ritenuta oggettiva.

Come in un duello, quasi mai cavalleresco, i due contendenti partono lancia in resta, armati e bardati di tutto punto per vincere la posta in palio: la gestione affettiva e organizzativa della vita di quello che un tempo era soprattutto il frutto del loro amore e il motivo della loro unione. Ciascuno dei due genitori rivive soggettivamente la storia di coppia e cerca di attingere in questa rivisitazione autobiografica la prevalenza e l’attualità delle proprie ragioni: si tratta degli argomenti che ciascuno dei due butta sul piatto di quella bilancia che regolerà la gestione della vita del figlio conteso, affinché penda dalla propria parte e soddisfi le esigenze e le aspettative ritenute più legittime, cercando il suo preminente interesse.

Peccato che a volte i buoni propositi non coincidano con le effettive realizzazioni né preludano spesso ad azioni ad essi coerenti: un conto sono infatti le motivazioni addotte per dimostrare la congruità del proprio ruolo genitoriale un conto le rivalse contro l’ex partner generalmente tese a dimostrare la sua inidoneità di padre o di madre. Il senso della sottolineatura è che in genere prevalgono le ragioni della diaspora e del contendere su quelle della ricomposizione, solitamente infatti i genitori cercano di accaparrarsi a tutti i costi una  eloquente vittoria piuttosto che accontentarsi di un onorevole pareggio.

E poi c’è pure da aggiungere che molti vivono con enfasi partecipativa un’eventuale successiva battaglia legale per dimostrare la legittimità e la congruità delle proprie richieste e confutare le argomentazioni “di controparte”: piace il colpo di teatro, la battuta ad effetto, il gioco delle parti, lo scambio delle accuse, la libera e liberatoria interpretazione retrospettiva. In genere non si disdegna, almeno a partire dalle schermaglie iniziali, di metabolizzare intensamente il momento del confronto-scontro, di norma infatti ciascuno dei due genitori ha interiorizzato una propria tesi che potrebbe rivelarsi vincente. Succede infatti che la fase di transizione del confronto e della mediazione in vista dell’accordo, di per sé preliminare ad una regolamentazione stabilizzante, venga invece vissuta come una estesa parentesi dove sostare e quasi indugiare a lungo, per chiarire fino in fondo e magari imporre i propri punti di vista rimestando il coltello nella piaga della sofferenza e del rancore.

Questa è una tendenza generalizzata che presenta le ovvie eccezioni rispetto a situazioni dove il padre e la madre si accordano in modo pacifico, nella reciprocità dei ruoli (chi ha il bambino con sé e chi invece lo vuole vedere e frequentare) su come, dove e quando il figlio può incontrarsi insieme o separatamente con loro. È di evidenza solare che quando prevale la ricerca di una soluzione ragionevole ed equa e si usa la buona volontà per venirsi reciprocamente incontro si smussano le occasioni di attrito e si mette davvero il figlio al centro delle attenzioni e dell’impegno di entrambi. La soluzione migliore per tutti è certamente quella che ricorre nei casi di accordo pacifico tra il padre e la madre: “normalmente sta con me ma lui/lei potrà vederlo e incontrarlo liberamente previe opportune intese di volta in volta”.

Non sempre, purtroppo, ricorrono i presupposti oggettivi per una soluzione così libera dai lacci e laccioli dei veti e dei vincoli, infatti il contenzioso si attiva nel momento in cui un genitore mette in discussione le competenze e l’affidabilità dell’altro.