Francesco Adenti, dall’Azione cattolica al Parlamento, oggi medita sul futuro dei cattolici in politica. Non basta la pura testimonianza.

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Abbiamo alle nostre spalle figure come La Pira alle quali oggi guardiamo con ritrovato interesse. I cattolici democratici possono riprendere il filo di una iniziativa politica. Cosa significa riorganizzare il “centro”, fuori dalle semplificazioni giornalistiche. Questo è il problema. Un progetto di “centro” che aspirasse a viaggiare in solitudine rischierebbe di svolgere un ruolo di pura testimonianza (esempi passati e presenti ve ne sono). Non  che un’azione di pura testimonianza, culturalmente ricca e costruttiva, vada disprezzata, anzi, ma certamente non potrebbe incidere, come invece si vorrebbe, nelle scelte di governo del Paese. Intervista con il fondatore del Centro Studi Giorgio La Pira di Pavia.

Onorevole Adenti, vuole riassumere per i lettori de “Il Domani d’Italia” la storia della fondazione del Centro Giorgio La Pira di Pavia? Quali motivazioni vi spinsero a dar seguito ad un cenacolo politico, laboratorio di idee e di presenza attiva nella realtà pavese e lombarda e  perché fu scelto il nome e la figura di La Pira per intitolarlo? Quale lezione ideale e quali riferimenti valoriali del Padre Costituente, dell’autorevole sindaco di Firenze, accademico, uomo di grande fede e di cultura vi orientarono in questa direzione?

Tutto nacque, come spesso accade, da un’amicizia maturata nelle aule universitarie, nello specifico tra il sottoscritto e Mauro Danesino che si consolidò sul campo in una militanza all’interno dell’Azione Cattolica e soprattutto all’interno della Fuci pavese in cui entrambi fummo dirigenti. Negli anni Novanta si sentiva a Pavia la mancanza di un’associazione cattolica che potesse essere luogo di discussione culturale ma anche di confronto su temi socio-politici a livello cittadino e nazionale. In tale contesto, fu, oserei dire, facile scegliere Giorgio La Pira, come figura ispiratrice, che  ci conquistò subito per il modo concreto ed innovativo in cui ricoprì la carica di Sindaco, per l’impegno straordinariamente profetico a favore della pace nel mondo e per la sua testimonianza dei valori cristiani nelle diverse sedi istituzionali in cui operò, dal Parlamento al Governo. Una fecondità di pensiero che è la nostra stella polare, ora come allora, di un’azione che dopo oltre trent’anni, continua con lo stesso entusiasmo e con lo stesso coraggio, proprio come quello che animò il  Sindaco “Santo” di Firenze, di contribuire in modo tangibile al miglioramento della società in cui viviamo.

Quali sono le principali attività di studio, riflessione, confronto che alimentano la presenza del Centro La Pira nella vita politica non solo a livello cittadino o provinciale? La storia del Centro Studi racconta di un punto di riferimento per i cattolici impegnati in politica, di una scuola di formazione specie per i giovani, di iniziative editoriali (a cominciare dal Vs. magazine “Proposte” ), di convegni, eventi, di una presenza nelle istituzioni politiche, di un rapporto con i Popolari a livello nazionale,  fino alla Sua elezione al Parlamento nelle elezioni del 2006. È un progetto che prosegue e va portato avanti, mutatis mutandis, in una realtà culturale in continua evoluzione? Certamente siete diventati interlocutori imprescindibili nel confronto tra i partiti e all’interno delle istituzioni della Vs. realtà territoriale. È orgoglioso di aver dato visibilità e azione ad una politica vicina alle esigenze della gente che attende risposte dalla politica?

Il Centro culturale Giorgio La Pira fino dall’inizio ha operato in sintonia con il “progetto culturale” della CEI cercando, da un lato, di essere un laboratorio di idee e di formazione nella vasta area della prepolitica e, dall’altro, di essere un vero e proprio soggetto organizzatore di eventi, manifestazioni, iniziative di carattere culturale, artistico ed educativo con finalità esclusivamente solidaristiche. Pertanto un’associazione apartitica all’interno della quale, nel corso degli anni, si sono formati diversi amici che, successivamente, hanno operato al servizio dell’amministrazione della cosa pubblica con umiltà, competenza e spirito di servizio. Risulta difficile per ragioni di spazio, sia enumerare le innumerevoli manifestazioni pubbliche organizzate nel corso degli anni, sia elencare gli amici che hanno assunto incarichi politico-amministrativi a livello nazionale e locale. Certamente vi è l’orgoglio di aver centrato l’obiettivo originario e cioè quello di essere riusciti ad avvicinare i cittadini, soprattutto i giovani, alla “buona” politica e di avere in modo concreto sostenuto con spirito solidaristico diverse azioni sul territorio cittadino a favore di soggetti svantaggiati (anziani, diversamente abili, minori ospiti delle case di accoglienza). E l’azione è tuttora in corso…

 Riporto una frase del libro “La nostra vocazione sociale” di Giorgio La Pira  «Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa ‘brutta’! No: l’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità.» Questa difesa dell’impegno politico e della militanza civile e sociale, riassume in sé l’ispirazione fondativa del pensiero di Giorgio La Pira e la sostanzia di una visione “cristianamente ispirata” della società. Come può essere attualizzata nella politica di oggi, che vive più di accomodamenti e riposizionamenti tattici che di forti e nobili ispirazioni ideali?

Una frase bellissima, quella da Lei citata che, unitamente a quella di Paolo VI “la politica è la più alta forma di carità” (ricordo un Papa “fucino” già assistente nazionale della FUCI), ci incoraggiano a non rinchiudersi in se stessi, a preferire la proposta alla protesta ma soprattutto a riconoscere  il primato degli ideali e del pensiero (spirito di servizio politico, slancio per una società migliore, chiare idee ispirative, rispetto per la cultura, proposte precise, comportamenti coerenti). E questo incoraggiamento è di grande attualità ed è diretto soprattutto ai cattolici che per troppo tempo hanno abdicato all’impegno pubblico preferendo comodamente “stare alla finestra” e lasciando spazio a una classe politica, per lo più, improvvisata ed impreparata, più attenta alla ricerca di consensi che all’ascolto e alla risoluzione dei problemi dei cittadini. Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto di fronte all’attuale degrado della politica ma al contrario farci promotori, ciascuno nel proprio ambito di impegno, perché emerga il dovere di partecipare alla vita civica per realizzare il bene comune, riconoscendo la “nobiltà” della politica come importante componente dell’etica. In tale contesto mai come oggi risulta profetica una citazione dello statista democratico-cristiano Aldo Moro: “Questo Paese non si salverà, la grande stagione dei diritti risulterà effimera, se non  nascerà in Italia un nuovo senso del dovere”.

 “Pavia città per l’uomo” è stata la declinazione aggregativa agli appuntamenti elettorali del Centro Giorgio La Pira. C’entra anche in questo la caratura politica del grande Sindaco di Firenze che nel 1967 venne eletto presidente della Federazione Mondiale delle Città Unite? Possiamo rendere attuale il suo slogan di allora –  “Unire le città per unire le nazioni”?

 “Pavia città per l’Uomo”, ispirandosi al pensiero del Venerabile Giuseppe Lazzati, già Rettore della Università Cattolica e parlamentare della DC, nacque nel 1993 in occasione delle elezioni del Consiglio di Quartiere “Centro” di  Pavia con l’intento di offrire un ambito civico per coloro che non volendo essere ingabbiati nei recinti dei partiti tradizionali erano alla ricerca di un percorso per partecipare alla vita amministrativa della città. Tale cammino sta continuando ai giorni nostri sotto forma di movimento civico al quale, accanto a diversi amici formatosi nelle fila del Centro culturale Giorgio la Pira, si sono avvicinati tantissimi cittadini appartenenti a diverse estrazioni sociali e professionali, spesso senza esperienza politica, ma tutte desiderose di impegnarsi per il bene della propria città traendo la linfa vitale del proprio agire dall’ispirazione cristiana. Nel corso di questi anni è stata dimostrata la validità del “civismo” come valore fondamentale, da un lato, per accrescere la partecipazione dei cittadini alla vita politico-amministrativa e, dall’altro, per cementare il legame delle persone con il proprio territorio, il proprio quartiere, il proprio rione, dove si vive, dove si cresce, dove si soffre, dove si lavora. A tal proposito di grande ispirazione fu il discorso di insediamento di Giorgio la Pira in Consiglio Comunale nel 1951 dove affermò: “Gli obiettivi della Giunta sono fondamentalmente tre: il primo si fonda sulla pagina più bella e umana del Vangelo e cioè risolvere i bisogni  più urgenti degli umili (“avevo fame e mi avete dato da mangiare”); il secondo potenziare le attività cittadine nell’industria, nel commercio e nella finanza; terzo dare allo spirito dell’uomo quiete, poesia, bellezza”. Quindi la concretezza come buongoverno lasciando da parte le appartenenze partitiche e gli steccati ideologici: purtroppo oggi non sempre è così anche a livello locale.

Il sostanziale fallimento del sistema maggioritario e  del bipolarismo (favorito anche dal trasformismo parlamentare e dall’ingresso del Movimento 5 Stelle) ripropone l’ipotesi del sistema elettorale proporzionale, per garantire una presenza di tutte la componenti politiche, pur con una soglia di sbarramento. Che cosa pensa di questo ritorno al passato che potrebbe restituire agli elettori il diritto di esprimere un voto di preferenza?  La convince la riduzione del numero dei parlamentari o corriamo il rischio di concentrare nelle mani dei leader di partito la scelta dei candidati, la linea politica del partito in un’epoca in cui sembrano banditi dall’agenda politica i vecchi, accesi ma utili dibattiti congressuali?

Non vi è dubbio come la politica italiana si trovi in notevoli difficoltà perché è immobilizzata dalla contrapposizione di tre poli  che non  hanno i numeri per governare da soli, situazione che ha causato la nascita di governi disomogenei. Alla natura mista dell’attuale sistema elettorale c.d. “Rosatellum” (in parte maggioritario e in parte proporzionale) viene attribuita da molti la responsabilità di aver eletto un Parlamento frammentato e in cui è difficile formare una maggioranza coesa e omogenea. Anch’io sono d’accordo con tale opinione ritenendo urgente intervenire con una nuova legge elettorale che, in primis, abbandoni definitivamente alcune anomalie della partitocrazia che i cittadini non hanno apprezzato (candidati presentati in liste graduate dai partiti, nessun uso di preferenze); in particolare la scelta preferenziale è un potere che va assolutamente restituito all’elettorato. Va rilevato che la partitocrazia, fatte le dovute e lodevoli eccezioni, ha determinato un notevole peggioramento di classe dirigente. È vero e riconosciuto, infatti, che il Paese è più avanti della sua classe dirigente. In tale contesto, la mia personale preferenza va ad un sistema rigorosamente proporzionale senza premio di maggioranza (che reintrodurrebbero polarismi innaturali) con consistente quorum del diritto di rappresentanza (5%),  liste di candidati in ordine alfabetico, con uso di più preferenze (due o tre) e con il divieto di candidature presenti in più di un collegio elettorale. A ciò dovrebbe aggiungersi la c.d. “sfiducia costruttiva” cioè un governo dovrebbe restare in carica con pieni poteri fino a quando le Camere non dessero fiducia ad altro governo sostenuto da uguale o diversa maggioranza. Si eviterebbero in tale modo lunghi e inattive crisi di governo. Mi rendo conto che il sistema proporzionale possa dare luogo ad eccessive pretese di piccoli partiti che risultassero determinanti per formare una maggioranza parlamentare. Ma questo è il male minore al confronto con l’attuale “tripolarismo” ingessante nel quale sono pur sempre presenti le pretese di piccolissimi partiti e/o gruppi parlamentari che nascono come funghi in ogni legislatura.  Infine un cenno sull’avvenuta riduzione dei parlamentari che meriterebbe maggior approfondimento e che costituisce, in sé, un fatto positivo ma che rischia di risultare limitativo se non accompagnato almeno dal superamento del bicameralismo perfetto: penso infatti che sia stata una riforma monca.

Si assiste, anche in conseguenza del fatto di non disporre di maggioranze stabili, con un chiaro programma di governo del Paese e di modello di società da proporre ai cittadini, ad un ritorno verso il “centro”, come luogo di una visione moderata della politica e risposta alle domande di stabilità da parte dell’elettorato. C’è molto fermento al centro, sia a livello parlamentare sia nelle espressioni dell’associazionismo locale: per ricostruirlo non basta una volontà sommativa, una aggregazione di addendi dei partiti esistenti ma occorre una visione qualitativamente diversa della politica come servizio e un radicale ricambio della classe dirigente. Concorda con questi postulati e ritiene possibile una ricostituzione del centro che parta dal “basso”, dalle periferie, dai cenacoli locali?

Grazie per questa domanda che mi consente in via preliminare di chiarire, dal mio punto di vista cosa sia e perché è importante la “centralità” della proposta politica.  La “centralità non deve essere intesa come banale posizionamento cioè come luogo da occupare nello schieramento delle forze in campo (schieramento che ora non è più lineare tra sinistra-centro-destra e le forze politiche non sono più espressione di blocchi sociali. La “centralità”  è  soprattutto un modo di essere in politica, è una mentalità, un metodo costante d’approccio ai problemi. È una posizione culturale, ferma sui principi ed aperta al pluralismo, capace pertanto di opportune mediazioni purchè non rappresentino cedimenti di valori e servano al raggiungimento del bene comune. Questa doverosa premessa serve per affermare, in modo netto, che senza il possesso di questo approccio al “modo di fare politica”  da parte dei partiti candidati a far parte del costituendo “centro” mi pare arduo che possa nascere una formazione politica attraente per l’elettorato moderato in grado di rappresentare, con autorevolezza, i valori della centralità della persona e solidarietà, riformismo e sussidiarietà, difesa dei diritti dei lavoratori e della democrazia parlamentare. Non bastano quindi le alchimie dei partiti per il decollo della proposta, serve invece un progetto politico di lungo e forte respiro programmatico che coinvolga la ricca tradizione dei movimenti cattolici, che cambi una politica asservita alla carriera e che perde di vista l’orizzonte morale ed avendo come riferimento i valori e gli ideali del popolarismo e gli apporti della cultura liberaldemocratica. Una proposta che abbia anche l’ambizione di recuperare all’impegno politico una generazione di intelligenze, anche giovani che sono rimaste alla finestra circoscrivendo la presenza pubblica all’impegno nei gruppi di volontariato, delle associazioni sociali ed ecclesiali, di tutto ciò che è prepolitico e culturale. Occorre però essere chiari: un progetto di “centro” come ipotizzato che aspirasse a viaggiare in solitudine rischierebbe di svolgere un ruolo di pura testimonianza (esempi passati e presenti ve ne sono) se prima non si attuasse una riforma elettorale in senso proporzionale. Non  che un’azione di pura testimonianza,  culturalmente ricca e costruttiva, vada disprezzata, anzi,  ma certamente non potrebbe incidere, come invece si vorrebbe,  nelle scelte di governo del Paese.

Mino Martinazzoli aveva dato una risposta chiara al tema della moderazione che è strettamente correlato ad un possibile ritorno del “centro”: non assenza o rinuncia, non soccombenza ai poteri forti ma presenza attiva e ricca di progettualità politica. Proponendo una distinzione forse ancora valida : “Il moderatismo sta alla moderazione come l’impotenza sta alla castità”. Se la condivide, quale ritiene debba essere il ruolo dei moderati e quale lo spazio di agibilità del cattolicesimo liberale e di quello sociale, dopo il sostanziale fallimento di una politica fortemente polarizzata a destra o a sinistra?

Come rileviamo negli attuali dibattiti politici i “moderati” sono presenti o ritengono di essere presenti in tutti i partiti ed ancor oggi più che in passato questo termine viene utilizzato spesso in modo strumentale o per la mera ricerca del consenso o per dimostrare il possesso  delle attitudini necessarie per assumere determinati ruoli oincarichi. Per Mino Martinazzoli “moderato” tutto d’un pezzo e mente di grande lucidità politica significava “interpretazione temperata della politica, tendenziale riduzione della sua parzialità, capacità nel percepire nello scontro fra interessi e valori le scelte che meglio corrispondono a un’idea di interesse generale (bene comune)”.  Penso che oggi siano pochi i politici che, pur autodichiarandosi “moderati, posseggano questo approccio alla politica che nasce da una formazione e da un modo di pensare che purtroppo è in rapida estinzione. Riguardo alle espressioni “cattolicesimo liberale” come quello di “cattolicesimo democratico” ritengo che oramai siano espressioni che stentano ad identificarsi ancora in  una posizione politica di una qualche riconoscibilità nell’orizzonte della ridislocazione complessiva, tuttora in atto, dello scacchiere delle formazioni politiche nel nostro Paese. Ritengo invece che i cattolici  abbiano il dovere come più volte sollecitato dalla Chiesa”, a partecipare alla dinamica politica cercando di sposare esperienze originali affini  anche se provenienti da culture diverse. In tale contesto ritengo invece importante l’impegno culturale attraverso i quali i cattolici, pur prendendo atto del pluralismo politico-partitico, mettano in campo un’azione sinergica di recupero ideale e di formazione culturale per dare sempre più approfondita coscienza delle comuni premesse (la conoscenza e la messa in pratica del magistero sociale della Chiesa, la conoscenza per un ragionato rifiuto di quelle ideologie che contrastano con la concezione cristiana dell’uomo e della vita, la difesa della dignità della persona etc..). Già questo sarebbe un obiettivo importante, tenuto conto della perdurante dispersione delle numerose aggregazioni cattoliche, ricche di cultura ed esperienze, ma incapaci di dare visibilità ed incisività alle comuni sensibilità sui temi dell’agenda politica.

 

 

Chi è Francesco Adenti

Francesco Adenti nato a Bereguardo (PV) il 19 gennaio 1961. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Pavia (1985).  Ha conseguito presso l’università “Bocconi” il Master in “organizzazione & personale base”  e ha frequentato presso il medesimo Ateneo il Corso di perfezionamento in Giurista d’Impresa. Attualmente Dirigente presso un’azienda pubblica lombarda.  Si è formato nell’Azione Cattolica ed è stato dirigente della FUCI diocesana. E’ stato Consigliere del Comune di Pavia, in diversi periodi, tra il 1993 e il 2016. Presidente dell’Istituzione “Teatro Fraschini” di Pavia dal 1997 al 2000. E’ stato assessore del Comune di Pavia dal 2000 al 2005. E’ stato Deputato al Parlamento nella XV legislatura (2006-2008) e componente della Commissione Affari Costituzionali, Interni e Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dal 18 novembre 1996 è iscritto all’Albo professionale dei giornalisti, elenco pubblicisti della Lombardia. Già collaboratore dei settimanali delle Diocesi di Pavia e Vigevano. Autore di diverse pubblicazioni in ambito culturale e socio-politico. Tra i fondatori ed attualmente Presidente del Centro culturale “Giorgio La Pira” onlus di Pavia nonché Arbitro Benemerito dell’Associazione Italiana Arbitri della F.I.G.C.