Francesco e Kirill di fronte alla guerra: due diverse declinazioni della fede. Possibile un loro incontro a Gerusalemme?

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Il giorno della Domenica delle Palme, Papa Francesco esortava da Piazza San Pietro alla pace e alla concordia tra i popoli della terra. Invece, a più riprese, il Patriarca di Mosca ha abbracciato la missione “denazificatrice” e l’aggressione armata in terra ucraina, lanciando anatemi contro gli eretici che vorrebbero colpire la Russia, il suo Capo, il suo popolo e le tradizioni culturali e religiose del Paese. Sembra comunque che Francesco, stando a una indiscrezione della Reuters, potrebbe incontrare il Patriarca Kirill a Gerusalemme il prossimo giugno. Anche nell’orizzonte di questa nota di speranza, il commento che segue fornisce ampi spunti per capire le relazioni, tornate oggi sotto tensione, tra il Papato e il Patriarcato di Mosca.

Quanto sia arduo il dialogo interreligioso lo si evince in senso diacronico dalla Storia e – commisurato al presente – dalle vicende del nostro tempo. Mentre Papa Francesco il giorno della Domenica delle Palme esortava da Piazza San Pietro alla pace e alla concordia tra i popoli della terra, a partire da un accorato appello a deporre le armi nel conflitto tra Russia ed Ucraina che ha già mietuto migliaia di vittime militari e civili, a fermare questa orrenda barbarie che semina morte, dolore, atrocità disumane, a Mosca il Patriarca della Chiesa Ortodossa e di tutte le Russie, Kirill (al secolo Vladimir Michajlovič Gundjaev) si rivolgeva ai fedeli con questa esortazione: “Possa il Signore aiutare tutti noi in questo periodo difficile per la nostra madrepatria per unirci tutti, anche attorno alle autorità, e le autorità a sentire la responsabilità per il popolo, l’umiltà e ad essere pronti a servirlo. Allora ci sarà nel nostro popolo una vera solidarietà e la capacità di respingere i nemici, sia interni che esterni”.

Parole pronunciate nel corso di una cerimonia religiosa nella chiesa dell’Intercessione della Theotòkos, a Mosca, come riportato dall’agenzia di stampa Tass.

Notoriamente vicino al Presidente Putin, Kirill non aveva esitato al momento dell’invasione dell’Ucraina ad appoggiare “la missione militare” avviata dallo Zar: certamente consapevole delle conseguenze devastanti che ne sarebbero derivate ma implorando la benedizione di Dio per una iniziativa mirata a colpire i nemici della Patria a cominciare dai gay, per moralizzare il mondo ed estirpare la malapianta della miscredenza, della secolarizzazione e del relativismo etico.

A più riprese e in diverse occasioni il Patriarca di Mosca ha abbracciato la missione “denazificatrice” e l’aggressione armata in terra ucraina, lanciando anatemi contro gli eretici che vorrebbero colpire la Russia, il suo Capo, il suo popolo e le tradizioni culturali e religiose del Paese. Fino a ricevere e benedire il comandante Azatbek Omurbekov – passato agli onori della cronaca recente come il ‘macellaio di Bucha’ – prima che partisse per la sua crociata salvifica.

Persino la Chiesa in Russia è dunque talmente asservita al regime da assecondare una campagna bellica che sta radendo al suolo l’Ucraina, usando ogni tipo di violenza per annientarne la popolazione, infliggere ferite mortali alle città, bombardare i civili e muovere un numero impressionante di carri armati per rastrellare ogni angolo del Paese. Questo affiancamento al potere politico la dice lunga sulla concezione religiosa del Patriarca: la fede non è un atto di trascendenza ma un adeguamento alle strategie militari.

Ovunque nel mondo si direbbe “guerra” ma a Mosca è vietato, pena l’arresto e la carcerazione: se il capo spirituale della grande comunità russa ci aggiunge la benedizione della Chiesa ortodossa abbiamo un tutt’uno che rende coesa la politica di Stato con la religione praticata. Infatti secondo Kirill “il potere è un’istituzione inalienabile, creata da Dio, che ha accompagnato l’umanità nella sua storia. Capita spesso che una persona che ha raggiunto il potere si dimentichi di tutto il resto e che usi questo potere per ampliarlo ulteriormente, o solo per vivere in modo più agiato”.

Una descrizione, questa, che Putin indossa attualmente come la sua camicia, ma che evidentemente è rivolta invece all’ambizioso Zelensky, il cui primo obiettivo è la difesa dell’autodeterminazione de popoli. Ben diverso il tenore dell’appello di Papa Francesco che nello stesso giorno rinnovava la sua risoluta  condanna alla “follia della guerra dove si torna a crocifiggere Cristo”. Parole eloquenti alle quali il Capo della Chiesa cattolica ha unito un appello affinché “si ripongano le armi” e “si inizi una tregua pasquale” che abbia per obiettivo “la pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente”.

Inevitabile per chiunque comparare questi due distinti modi di intendere l’aggressione militare e lo sfacelo umano ed ambientale che ne deriva, in questo momento per questo evento ma esprimendo concetti estensibili ad ogni circostanza in cui non la pace, non la concordia, non il dialogo, non il perseguimento del bene comune e la serenità spirituale ed esistenziale, ma la violenza crudele e spietata, compiuta con calcolata efferatezza prende il sopravvento e ci interroga nel profondo di quella coscienza morale che dovrebbe essere il comune denominatore necessario per dare risposte a chi voglia descrivere in che cosa consista la dignità umana.