Franco Marini, a un anno dalla scomparsa. La sua lezione resta attuale.

775

Il magistero di un uomo del sindacato e del partito, ma anche delle istituzioni: un dirigente politico con il senso dello Stato. Il suo esempio resta attuale, specialmente per tutti coloro che continuano a credere che il cattolicesimo sociale e popolare non tramonta come una semplice moda.

 

Giorgio Merlo

 

 

 

 

 

 

Un anno fa ci lasciava Franco Marini. Un grande sindacalista, un leader politico, un uomo delle istituzioni. Una vita intera caratterizzata dall’impegno pubblico nelle sue varie articolazioni ma sempre ispirata ad una cultura politica, ad un preciso fiocine ideale e, soprattutto, ad uno “stile” che l’ha sempre contraddistinto. Uno stile, cioè, sobrio e trasparente, ma sempre coerente e coraggioso. E questo filone ideale si chiama semplicemente cattolicesimo sociale.

 

Ecco, Franco Marini – come prima di lui Carlo Donat-Cattin, il “suo maestro politico” – è stato, sin dai primi passi nella Cisl, un interprete autorevole e significativo di questa cultura che non tramonta con la scomparsa dei suoi leader ma continua a fermentare e a lievitare l’intera politica italiana.

 

E il magistero politico, sociale, culturale ed istituzionale di Marini è destinato a lasciare il segno nella concreta dialettica politica, in particolare nell’area cattolica italiana. Anche se variegata e composita. Perchè i due caposaldi di fondo attorno ai quali si è concentrata l’azione di Marini nella sua lunga esperienza pubblica sono sempre stati quelli di porre la “questione sociale” al centro dell’iniziativa politica da un lato e la difesa, la promozione e la tutela dei ceti popolari dall’altro. E quindi, una forte attenzione alle ragioni, alle istanze, ai problemi che attraversano i ceti popolari nel nostro paese. Non in chiave classista ma con l’obiettivo, parallelo, di favorire la crescita, lo sviluppo e il progresso del nostro paese senza dimenticare però chi è più difficoltà, chi vive ai margini e soprattutto chi rischia di uscire sconfitto o emarginato dal divenire della storia. Il tutto senza cedere nulla alla retorica, alla propaganda o al solo richiamo burocratico e protocollare della propria cultura. No, Franco Marini è sempre stato esplicito su questo versante, ai limiti della ruvidezza.

 

Non amava la sola testimonianza, anche se la rispettava. La riteneva impotente e sterile. Perché la sua formazione è sempre stata ispirata ad un criterio ben definito. E cioè, la cultura politica, un filone ideale – nel caso specifico il cattolicesimo sociale e popolare – hanno un senso se sono accompagnati dall’azione. Dall’impegno sindacale a quello politico in un partito, dalla presenza nelle sedi istituzionali al ruolo nei vari organi di governo. Insomma, per Marini la difesa e la promozione dei ceti popolari richiede la conoscenza e la condivisione di quelle domande e di quelle istanze e la capacità, al contempo, di saper dare delle risposte concrete. E questo richiede alcuni elementi costitutivi del modo d’essere in politica: radicamento territoriale, rappresentanza sociale, militanza popolare, disponibilità all’ascolto e, infine, elaborazione politica e traduzione legislativa. Elementi che portano ad una conclusione: la politica “popolare” è l’esatta alternativa della deriva populista, demagogica, antiparlamentare e qualunquista.

 

Marini, come ovvio, non assecondava le mode che sono sempre fluide, passeggere ed insignificanti. Perchè Marini è sempre stato l’interprete per eccellenza di una tradizione che affondava la sua credibilità nella rete popolare della nostra società. Una concezione che non è destinata a tramontare se non si vuol ridurre la politica alla sola personalizzazione e spettacolarizzazione. Cioè, ad una dimensione che prescinde radicalmente da ogni sorta di orizzonte ideale e da ogni radicamento sociale e popolare.

 

Ecco perchè il magistero di Franco Marini resta attuale e contemporaneo. Innanzitutto per tutti coloro che continuano a credere che il cattolicesimo sociale e popolare non tramonta come una semplice moda. E, in secondo luogo, perchè la credibilità e la nobiltà della politica ritornano solo se alcune categorie non vengono emarginate o derise. E la lezione di Marini, come di altri leader e statisti che sono stati interpreti eccellenti di quella tradizione, continua ad essere un faro che illumina l’azione concreta di molti di noi che, con molta modestia e riconosciuta umiltà, cercano di non far cadere quella fiaccola nei meandri dell’antipolitica e del qualunquismo anti istituzionale.