Fratelli, figli dello stesso Padre misericordioso

il Santo Padre ha firmato il Documento sulla Fratellanza Umana che si apre con questa affermazione: «La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare»

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Riportiamo l’editoriale del Direttore Andre Monda già pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

Abu Dhabi oggi, 4 febbraio 2019, un’altra data storica del pontificato di Papa Francesco, “uomo di pace” come lo definivano a Panama i manifesti stampati dalle locali comunità islamiche: insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb — con i musulmani d’Oriente e d’Occidente — il Santo Padre ha firmato il Documento sulla Fratellanza Umana che si apre con questa affermazione: «La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare». Lo stesso punto di partenza evangelico del discorso del Papa (un discorso grande, che meriterà ulteriori approfondimenti) basato sul «riconoscere che Dio è all’origine dell’unica famiglia umana». Da quest’affermazione scaturiscono tutte le conseguenze che vengono sviluppate sia nel Documento («il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere») sia nel discorso del Papa che prosegue citando Benedetto XVI quando parla della fratellanza quale «vocazione contenuta nel disegno creatore di Dio» e condizione che «ci dice che tutti abbiamo uguale dignità e che nessuno può essere padrone o schiavo degli altri».

La congiunta volontà dei musulmani e dei cattolici d’Oriente e d’Occidente è finalizzata ad «adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio». Queste intenzioni servono in positivo a rispondere alla condizione attuale contrassegnata dal «deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità. Tutto ciò contribuisce a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione, conducendo molti a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco, portando così altre persone ad arrendersi a forme di dipendenza e di autodistruzione individuale e collettiva», tutti segnali di quella “terza guerra mondiale a pezzi” di cui Francesco parla sin dall’inizio del suo pontificato.

Una dichiarazione che è quindi un grido, lanciato nel nome della pace e della giustizia. Colpisce in tal senso il passaggio in cui si sottolinea con forza «l’ingiustizia e la mancanza di una distribuzione equa delle risorse naturali — delle quali beneficia solo una minoranza di ricchi, a discapito della maggioranza dei popoli della terra […] Nei confronti di tali crisi che portano a morire di fame milioni di bambini, già ridotti a scheletri umani — a motivo della povertà e della fame —, regna un silenzio internazionale inaccettabile».

Pace, giustizia, ma anche vita e libertà: la vita a 360 gradi, della persona, delle famiglie, dei popoli; la libertà, anch’essa a 360 gradi: «La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. […] Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano». Recisa la condanna ad ogni strumentalizzazione delle religioni o deviazione dagli insegnamenti religiosi che in quanto tali «non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue […] Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente».

Occidente e Oriente devono dialogare e così arricchirsi reciprocamente, ed è particolarmente significativo il riferimento alla condizione femminile per cui alle donne vanno riconosciuti i diritti all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei diritti politici, liberandole «dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità».

Ad Abu Dhabi oggi la pace diventa “operativa” e questo vuol dire contagiosa e impegnativa: il documento si chiude con l’esortazione affinché il suo testo «divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi», per cui, tutti quanti uomini di buona volontà, mettiamoci al lavoro!