Geopolitica della fraternità. Intervento del Card. Parolin

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Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

La mattina di martedì 14 maggio, presso l’Università del Sacro Cuore a Milano, il cardinale segretario di Stato ha aperto i lavori del convegno internazionale «1919-2019. Speranze di pace tra Oriente e Occidente». Pubblichiamo quasi integralmente il testo del suo intervento.

Pochi giorni fa Papa Francesco ha lanciato un appello alle Nazioni, affinché si associno e lavorino insieme perché «il bene comune è diventato mondiale». Il Santo Padre ha poi sottolineato che laddove «uno Stato suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone, verrebbe meno alla propria missione. Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni; penso all’Europa del secolo scorso».

Queste parole applicano all’attuale situazione di progressiva globalizzazione una linea di pensiero che il magistero della Chiesa ha sviluppato in modo costante negli ultimi cent’anni, attingendo anche all’antica saggezza dei padri della Chiesa. Infatti, proprio mentre ha conosciuto la possibilità di diventare più unita, l’umanità ha cominciato a sperimentare anche le divisioni più laceranti. A questi problemi nuovi, la Chiesa risponde esortando all’unità come espressione di un’esigenza intrinseca, che porta a sviluppare un legame autentico tra popoli diversi.

Gradualmente si è venuto rafforzando il senso dell’osmotica correlazione tra la natura sovranazionale della Chiesa cattolica e l’unità della famiglia umana. Infatti, il concilio Vaticano II nella Lumen gentium definisce la Chiesa «quasi un sacramento, ossia segno e strumento di intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano».

Allontanandosi progressivamente da un contesto di egemonia europea e da un approccio eurocentrico, il richiamo all’unità fra i popoli ha anche accompagnato un crescente interesse ecclesiale per i mondi non europei, in particolare africano, asiatico e latino-americano, sottolineando una prospettiva sempre più “globale”. La Chiesa si è espressa nel tempo su molti temi legati all’unità della famiglia umana: contro la guerra e l’uso della violenza, da una parte, e per la pace e il negoziato nelle controversie internazionali, dall’altra; per lo sviluppo della cooperazione internazionale e per la promozione delle organizzazioni sovranazionali. In sintesi, a problemi globali occorre dare soluzioni altrettanto globali. In questa sede, intendo limitarmi ad illustrare alcune linee del magistero pontificio degli ultimi cent’anni e a fare alcuni esempi.

In questa prospettiva, il 1919 costituisce un importante tornante della storia per quanto riguarda la tematica dell’unità della famiglia umana. Nel clima delle attese suscitate dalla fine della Prima guerra mondiale, Benedetto XV avviò un nuovo approccio della Santa Sede e della Chiesa cattolica al contesto internazionale, in continuità con l’opera di pace svolta durante la guerra.

È particolarmente conosciuta la di lui Nota del 1° agosto 1917, che definiva la guerra “inutile strage”. Tale denuncia del Papa metteva in luce, indirettamente, anche la crescente incapacità degli Stati europei a garantire l’equilibrio del sistema internazionale. In quel contesto, la voce di Papa Dalla Chiesa apparve quasi inascoltata, anche all’interno dello stesso mondo cattolico. Ma Benedetto XV vedeva lontano: nel seguito del Novecento, la pace e la guerra non si sarebbero più dovute fare riferendosi neppur lontanamente a giustificazioni “cristiane”. Questo Papa inaugurò un nuovo percorso del magistero pontificio sempre più critico verso la guerra quale strumento di soluzione delle controversie internazionali, atteggiamento poi condiviso e rilanciato dai suoi Successori.

Nell’Enciclica Pacem Dei munus, Benedetto XV invitò popoli e nazioni a riconciliarsi, prendendo posizione anche a favore della Società delle Nazioni da poco fondata. La prospettiva del Papa aveva qualche affinità con il progetto sociale del Presidente statunitense Woodrow Wilson. Le due figure, del Papa e del presidente, si stagliavano sullo sfondo del progressivo declino del ruolo egemonico dell’Europa. Ma le loro prospettive non erano le stesse: Wilson ha aperto la strada a nuovi equilibri atlantici tra Europa e Stati Uniti, mentre Benedetto XV ha guardato con attenzione anche a ciò che accadeva oltre l’Occidente. Al riguardo, la sua importante lettera apostolica Maximum illud segnò una discontinuità proprio nella storia delle missioni cattoliche nel mondo. Infatti, si tratta del primo documento missionario promulgato personalmente dal Papa, mentre quelli precedenti emanavano piuttosto dal Dicastero della Santa Sede competente per le missioni. È come se Benedetto XV avesse voluto autorevolmente dare nuovo inizio e nuovo slancio all’intera azione missionaria della Chiesa cattolica. Per Benedetto XV, la Chiesa doveva riprendere a guardare con maggiore attenzione ad Oriente, e in modo del tutto particolare alla Cina.

Il cristianesimo non doveva apparire «la religione di una data nazione, abbracciando la quale uno viene a mettersi alla dipendenza di uno stato estero, rinunciando in tal modo alla propria nazionalità». La Maximum illud è pervasa da questa ansia evangelizzatrice globale e raccomanda agli operatori missionari l’abbandono di atteggiamenti di superiorità verso il clero autoctono, di cui si auspica, al contrario, l’incremento e la promozione all’episcopato. Ne fu conseguenza, pochi anni dopo, la consacrazione nella basilica Vaticana dei primi sei vescovi cinesi. La lettera affermò chiaramente che le missioni non sono un’estensione della cristianità occidentale, bensì l’espressione di una Chiesa veramente universale che vuole mettersi a servizio di tutti i popoli.

In concreto, la critica all’atteggiamento nazionalistico di taluni missionari europei si inserì anche in una nuova prospettiva di attenzione alle buone ragioni dei patriottismi non europei, come quello che andava crescendo nella Cina di quegli anni. Si colloca in tale contesto il dialogo all’epoca avviato tra la Santa Sede e la Cina in vista di stabilire relazioni diplomatiche, per superare l’antico sistema dei protettorati e acquisire un rapporto istituzionale diretto: proprio per questo, ancora una volta, una potenza europea, in questo caso la Francia, si oppose all’iniziativa, fino a impedirne la realizzazione.

La preoccupazione per l’unità della famiglia umana fu viva anche in Pio XI, soprattutto negli ultimi anni del suo pontificato, quando una nuova guerra apparve sempre più vicina e mentre cominciava la persecuzione degli ebrei in Europa. È nota la decisione che lo spinse a far preparare il testo di un’enciclica dedicata all’unità del genere umano (Humani generis unitas) che non poté portare a compimento. Dai documenti d’archivio, sappiamo che avrebbe contenuto una decisa condanna del razzismo e dell’antisemitismo nazista, proprio in nome della fondamentale uguaglianza e unità del genere umano.

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il suo successore, Pio XII mise in guardia gli Stati affermando: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Proprio richiamandosi alla linea tracciata da Benedetto XV, Pio XII ebbe modo di esprimersi con accenti severamente critici nei confronti della guerra che scoppiò il 1° settembre 1939 con l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste.

Nella visione di Papa Pacelli, «le genti, evolvendosi e differenziandosi secondo condizioni diverse di vita e di cultura, non sono destinate a spezzare l’unità del genere umano», e nella sua visione universale la Chiesa non mira ad uniformare l’umanità.

Nella sua enciclica programmatica, la Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, Egli fece esplicito riferimento alla Cina parlando della chiusura della secolare «controversia dei riti», in continuità con il suo predecessore Pio XI, sancita definitivamente l’8 dicembre 1939. Tale questione aveva segnato dolorosamente la storia delle missioni cattoliche in Cina fin dall’epoca di Matteo Ricci e dei suoi compagni, i quali accoglievano favorevolmente le tradizionali forme cinesi di culto verso gli antenati, mentre altri missionari e scuole di pensiero le avversavano.

Nel 1946, Pio XII creò nuovi cardinali provenienti da tutti i continenti, tra cui il primo dalla Cina continentale, cioè l’allora vescovo di Pechino, monsignor Tommaso Tien Ken-sin. In tale occasione il Papa si rivolse ai porporati con le seguenti parole: «La comprensione universale della Chiesa non ha nulla a che vedere con la strettezza di una setta, né con la esclusività di un imperialismo prigioniero della sua tradizione». Erano parole forti e importanti, che indicavano un chiaro orientamento pastorale, alla vigilia di un processo di decolonizzazione che in pochi decenni avrebbe portato alla nascita di tanti nuovi Stati indipendenti.

Di «unità della famiglia umana» ha parlato anche il concilio Vaticano II. La Gaudium et spes sottolinea il contributo della Chiesa a tale unità perché essa, grazie alla «sua universalità può costituire un legame strettissimo tra le diverse comunità umane e nazioni», favorendo il superamento del dissenso e il consolidamento delle istituzioni «che la umanità si è creata e continua a crearsi».

La convocazione del concilio scaturì anche dalle convinzioni maturate da Giovanni XXIII durante un lungo percorso che da Bergamo lo aveva portato a Roma, Sofia, Istanbul, Parigi e Venezia. Dopo la grave crisi di Cuba, momento di svolta nella guerra fredda, nell’aprile 1963 pubblicò la Pacem in terris, rivolta significativamente anche a «tutti gli uomini di buona volontà» e dedicata «ai problemi che più assillano l’umana famiglia, nel momento presente».

Nell’enciclica, maturata in un contesto di potenziale conflitto atomico, Papa Roncalli parlò di avvento di un’epoca nella quale i membri di ciascuna comunità politica erano chiamati «a collaborare tra loro e orienta[rsi] verso una convivenza unitaria a raggio mondiale». Rifiutando le chiusure etniche, occorreva perciò valorizzare gli organismi internazionali, definiti veri e propri «segni dei tempi».

L’affacciarsi di tanti nuovi Stati sulla scena internazionale sollecitava una nuova solidarietà tra Nord e Sud del mondo all’interno dell’unica “famiglia umana”. Questi Stati chiedevano di essere accolti nella comunità internazionale su un piano di parità, superando posizioni asimmetriche e subordinate. In tale mutato contesto, è convinzione di Papa Giovanni che spetti allo Stato farsi carico, da un lato, del riconoscimento di diritti propri di tutti i cittadini in quanto esseri umani, a partire dai più deboli e da coloro che si trovano in condizioni di minor tutela e, dall’altro, spetta agli Stati nel loro insieme promuovere una collaborazione sempre più intensa in vista di realizzare obiettivi di bene comune.

Con Paolo VI l’auspicio di un’unità della famiglia umana ha generato un impegno sempre più vasto e concreto della Chiesa. Questo Papa avvertì con forza il rapporto tra universalità della Chiesa e unità del genere umano, sottolineato dal concilio. Egli assunse fin dall’inizio l’umanità intera come un interlocutore cui rivolgersi costantemente e indirizzò la sua prima enciclica, la Ecclesiam suam del 6 agosto 1964, a tutto il mondo, impegnandosi personalmente per la «grande e universale questione della pace» quale programma del suo pontificato.

Mentre il Vaticano II era ancora in corso, Paolo VI prese la parola — primo Papa nella storia — all’Assemblea delle Nazioni Unite di New York, rappresentando una Chiesa che si mette al servizio della causa della pace, portando la propria esperienza di umanità per condividere le gioie e le speranze di tutti i popoli. In quella occasione, il Papa volle essere accompagnato da alcuni cardinali rappresentativi di tutti i continenti, simbolo di quell’unità della famiglia umana che trovava espressione visibile nell’universalità della Chiesa cattolica.

Com’è noto, Papa Paolo negli anni seguenti si adoperò instancabilmente per fermare la guerra in Vietnam. Il suo impegno per la pace, tuttavia, non significò soltanto intensa attività diplomatica ma anche un’azione molteplice su terreni diversi, come quelli del dialogo culturale, artistico, sociale e scientifico. Paolo VI, in particolare, aveva compreso chiaramente che la questione sociale era ormai diventata globale e nell’enciclica Populorum progressio sottolineò l’interconnessione tra la spinta all’unificazione dell’umanità e l’ideale cristiano di un’unica famiglia dei popoli, fraterna e solidale.

Ma gli eventi tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta sembrarono smentire questo nesso. Nell’enciclica Octagesima adveniens del 1971, Paolo VI denunciò l’insorgere di «un problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana» e che attraverso uno sfruttamento sconsiderato l’uomo rischia di distruggere la natura e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione.

Per quanto riguarda l’insegnamento di Giovanni Paolo II, mi limiterò a ricordare due momenti particolarmente drammatici: il primo fu il ritorno della minaccia nucleare tra il 1985 e il 1986.  In quel difficile frangente, il 27 ottobre 1986 il Papa convocò i leader delle religioni mondiali ad Assisi, pregando perché «l’umanità, nella sua stessa diversità, [attingesse] dalle sue più profonde e vivificanti risorse, in cui si forma la propria coscienza e su cui si fonda l’azione di ogni popolo». Il secondo momento significativo fu alla vigilia della guerra in Iraq del 2003, che Egli cercò di scongiurare in ogni modo. Davanti al corpo diplomatico Giovanni Paolo II lanciò il grido: «No alla guerra: la guerra non è mai una fatalità; essa è sempre una sconfitta dell’umanità».

Con Giovanni Paolo II, l’unità della famiglia umana si intreccia progressivamente con il fenomeno della globalizzazione, ormai vincente sul piano economico, ma carico di ambiguità sul piano umano e umanitario. Nel 2001, Giovanni Paolo II sullo sfondo drammatico dei crescenti movimenti migratori, richiamò con forza il bene comune universale, che abbraccia l’intera famiglia dei popoli, «al di sopra di ogni egoismo nazionalista».

Il tema dell’unità della famiglia umana viene ripreso nuovamente anche nell’enciclica Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI, che indica il dovere di perseguire il bene comune senza limitarlo ai soli confini nazionali.

Con Papa Francesco siamo giunti agli ultimi passi — per ora — del lungo cammino iniziato da Benedetto XV nel 1919. Primo Papa non europeo da molti secoli, Francesco costituisce l’espressione evidente della profonda trasformazione della Chiesa cattolica, il cui baricentro si è progressivamente proiettato dall’Europa verso un orizzonte mondiale. È noto, in particolare, quanto questo Papa abbia proseguito il percorso iniziato con il Vaticano II, accentuando le caratteristiche di una Chiesa “in uscita” e protesa ad evangelizzare, secondo le linee da lui indicate nell’enciclica Evangelii gaudium.

In tale orizzonte si colloca anche l’approccio di Papa Francesco all’unità della famiglia umana, un tema da lui affrontato in un contesto diverso da quello dei suoi predecessori, perché la globalizzazione è ormai diventata un fenomeno avanzato, che mostra sempre più chiaramente anche gravi limiti, problemi e contraddizioni.

A lungo si è sperato che, da solo, lo sviluppo di maggiori rapporti economici potesse favorire la pace e che una maggiore interdipendenza tra gli esseri umani spingesse anche verso maggiore unità e fraternità. Ma l’evoluzione della globalizzazione ha mostrato che un mondo più piccolo e interconnesso non è necessariamente un mondo più unito e più giusto, abitato da uomini e donne che si incontrano, solidarizzano e collaborano. Per questo, è cruciale continuare a riflettere non solo sulla quantità ma anche sulla qualità dei contatti creati o intensificati dai processi di globalizzazione e, soprattutto, sulle nuove divisioni e disuguaglianze che ne scaturiscono.

L’unità della famiglia umana è un tema che emerge con forza anche nell’enciclica Laudato si’ che Papa Francesco ha dedicato alla custodia del creato, nella quale si rivolge non solo ai cristiani o agli uomini di buona volontà, ma inclusivamente «a ogni persona che abita questo pianeta». Egli scrive: «bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza». Il pianeta su cui viviamo è di tutti e viverlo come casa comune è una necessità sempre più impellente, per proteggerlo occorre ricercare insieme uno sviluppo sostenibile e integrale.

Per il Papa, le patologie di un mondo diviso non si affrontano inseguendo meramente l’illusorio obiettivo di una maggiore sicurezza per pochi e, di fatto, mantenendo dinamiche ingiuste che fanno soffrire molti, ma partendo dall’ascolto della voce dei poveri. A volte si tratta di interi popoli, spesso quelli più poveri della terra e, pur, «rispettando l’indipendenza e la cultura di ciascuna Nazione, bisogna ricordare sempre che il pianeta è di tutta l’umanità e per tutta l’umanità». In questa linea, Papa Francesco ha affermato di recente: «lo Stato nazionale non può essere considerato come un assoluto, come un’isola rispetto al contesto circostante».

Per costruire compiutamente l’unità della famiglia umana occorrono invece più solidarietà, più misericordia e più fraternità. Soffermandomi per brevità solo su quest’ultimo tema, ricordo che Francesco vi ha fatto riferimento in numerose occasioni, tra cui la sua visita all’Onu. Durante il suo recente viaggio negli Emirati Arabi Uniti ha detto che solo ispirandosi all’ideale della fraternità, è possibile che membri diversi della famiglia umana si custodiscano a vicenda, facendo «prevalere l’inclusione dell’altro sull’esclusione». Tutto ciò presuppone fedeltà alla propria identità ma anche il  «coraggio dell’alterità», che spinge a prendersi cura dell’altro e ci ricorda «che niente di ciò che è umano ci può rimanere estraneo».

In questa prospettiva Oriente-Occidente, si inseriscono anche gli sviluppi del rapporto con la Cina durante l’attuale pontificato, che hanno portato alla stipula di un Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Proprio perché ispirato da motivi pastorali, l’Accordo guarda in primo luogo alla vita della comunità cattolica in quel grande Paese e, di riflesso, incoraggia la Cina a un dialogo sempre più aperto e collaborativo in favore della pace come destino comune della famiglia umana.

In un’intervista ad «Asia Times» del febbraio 2016, Papa Francesco ha affermato: «È una grande sfida mantenere l’equilibrio della pace […]. Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza per farlo. […]. L’incontro si ottiene attraverso il dialogo. Il vero equilibrio della pace si realizza attraverso il dialogo. Dialogo non significa che si finisce con un compromesso, mezza torta a te e l’altra mezza a me. È quello che è accaduto a Yalta e abbiamo visto i risultati. No, dialogo significa: bene, siamo arrivati a questo punto, posso essere o non essere d’accordo, ma camminiamo insieme; è questo che significa costruire».

Sono parole ispirate a quella che si potrebbe definire una “geopolitica della fraternità”, incentrata sul rispetto delle identità e sul coraggio dell’alterità. Il Papa invita così ad evitare che nella comunità internazionale insorgano nuove forme di “guerra fredda” ed esorta tutti a considerare il mondo intero come un bene comune, da condividere e conservare, affrontando insieme i problemi.

Io stesso ho avuto modo di dire, nell’agosto 2016, che «molte sono oggi le speranze e le attese per nuovi sviluppi e una nuova stagione nei rapporti tra la Sede Apostolica e la Cina, a beneficio non solo dei cattolici nella terra di Confucio, ma dell’intero Paese, che vanta una delle più grandi civiltà del pianeta». E quando è stato firmato l’Accordo ho sottolineato che tale firma, oltre che importante per la vita della Chiesa cattolica in Cina, lo era anche per il dialogo tra la Santa Sede e le autorità civili di quel Paese e «per il consolidamento di un orizzonte internazionale di pace, in questo momento in cui stiamo sperimentando tante tensioni a livello mondiale».

Tutti conosciamo i profondi travagli che hanno segnato la vita della Chiesa cattolica in Cina nel corso dell’ultimo secolo. Da tali acute sofferenze, grazie a Dio, però non sono nate due Chiese, perché in tutti i cattolici cinesi, a qualsiasi comunità essi appartenessero, è rimasto vivo il sentimento della piena comunione con il vescovo di Roma, così come il desiderio di amare e servire la propria patria. Alla base di tante tensioni non vi sono state, infatti, differenze teologiche, quanto piuttosto due differenti modi di affrontare la complessità del contesto storico e politico.

Oggi, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il successore di Pietro e molti cattolici pongono gesti di riconciliazione che aiutano a ricomporre l’unità tra vescovi, sacerdoti e fedeli. Ciò che sta avvenendo ora nella Chiesa in Cina scaturisce infatti dalla forza di una comunione che è davvero cattolica, e cioè universale, e da cui viene anche una spinta alla fratellanza tra i popoli. La sempre più feconda integrazione dei cattolici cinesi nella Chiesa universale e il cammino di riconciliazione tra fratelli avviato negli ultimi anni costituiscono certamente una novità di portata storica, di cui nel tempo beneficeranno in molti, non solo in Cina. Infatti, l’auspicio del Santo Padre Francesco e dell’intera Chiesa cattolica è che tutto ciò possa contribuire, con l’aiuto di Dio, all’edificazione di un mondo più giusto e fraterno, ove l’armonia tra i popoli e le nazioni possa davvero contribuire alla causa della pace e all’unità della famiglia umana.