George H.W. Bush: un affidabile servitore dello Stato

Quando, ebbe inizio la campagna elettorale per la conquista della Casa Bianca, i suoi consiglieri lo presentarono agli elettori come il naturale necessario successore di Reagan

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La recente scomparsa di Bush mi ha riportato alla mente la sua storia da me conosciuta in una America degli anni ’80, quando la politica liberista di Ronald Reagan aveva risollevato il Paese dopo la rovinosa presidenza di Jimmy Carter.

All’uomo si riconosceva un curriculum pubblico straordinario: due mandati al Congresso, Ambasciatore alle Nazioni Unite e poi a Pechino, Capo della Cia, due volte Vice Presidente degli Stati Uniti al fianco di Ronald Reagan ed, infine, Presidente lui stesso (1988-92). Per completare la sua già notevole immagine, si ricordavano gli atti di eroismo compiuti come giovanissimo pilota, durante la seconda guerra mondiale, valsi una decorazione al merito, nonché i successi riportati nel campo degli affari quando, prima di intraprendere la carriera politica, era stato a capo di una importante società petrolifera texana, consolidando la posizione finanziaria famigliare.

Ricordo che i vari alti incarichi gli venivano affidati in modo tanto naturale e puntuale da sembrare quasi dovuti, come se cioè non esistessero altri candidati all’altezza. Eppure, a parte “le phisique du role”, Bush Sr. non sembrava all’apparenza possedere doti particolari, se non quella di impersonare l’uomo politico onesto, educato, di buon senso, moderato e fortemente attaccato alle sacre tradizioni nazionali. Insomma, il vicino di casa che ogni americano per bene avrebbe desiderato avere, ma politicamente privo della necessaria determinazione e “sana” spregiudicatezza.

Quando, ebbe inizio la campagna elettorale per la conquista della Casa Bianca, i suoi consiglieri lo presentarono agli elettori come il naturale necessario successore di Reagan (non più eleggibile dopo due mandati) ossia lo scrupoloso e fedele esecutore che, dopo decenni di “apprendistato” ad alto livello nell’amministrazione pubblica, era ormai maturo per trasformare se stesso in “decision’s maker”, artefice primo questa volta degli auspicati successi nazionali.
Ed il messaggio puntualmente arrivò a destinazione.

In quel periodo, una calda estate del 1988, ricordo una sua prolungata presenza per un evento mondano nei saloni di “Florence House”, residenza dell’Ambasciatore d’Italia. Si muoveva con eleganza tra i numerosi invitati – fra cui diplomatici di vari paesi – tutti desiderosi di parlargli per ottenere un pensiero, un’opinione, una previsione o semplicemente per scattare con lui una foto-ricordo. Impeccabile in un vestito scuro di ottima fattura, camicia bianca immacolata e cravatta grigio perla, sorrideva di continuo e scambiava qualche parola con tutti, interpretando alla perfezione il ruolo di candidato alla presidenza nella forma che gli avevano ritagliato. Misuratamente galante con le signore e cattivante con gli uomini, seguito dallo sguardo vigile ed amorevole della onnipresente consorte Barbara, egli faceva trasparire grande sicurezza circa l’esito della ormai prossima consultazione elettorale, da lui considerata quasi una semplice formalità prima di ricevere l’ennesima investitura.

Mi parlò dell’Italia – che aveva più volte ed a vario titolo visitato e dove manteneva solide ed importanti amicizie – in termini entusiastici, definendola un “partner” storico, affidabile e naturale grazie anche “all’importante ruolo che i nostri connazionali immigrati continuavano a svolgere nel Paese”.

Una volta ottenuta, senza eccessivi sforzi, anche la più alta carica dello Stato, si trovò improvvisamente a gestire eventi internazionali di prima grandezza come la caduta del muro di Berlino, il collasso politico (e non soltanto) dell’Unione Sovietica e la crisi del Golfo, intervenuta dopo l’invasione irachena del Kuwait, mostrando inaspettate capacità decisionali, guidate sempre da sano pragmatismo responsabile. Infatti, il saggio prudente atteggiamento nei confronti di Mosca (in una congiuntura storica estremamente delicata e potenzialmente esplosiva) e la ferma, ma altrettanto saggia, condotta nella guerra (“Desert Storm”) contro Saddam Hussein (sconfitto sul campo, dopo aver sapientemente costruito un’ampia collaborazione internazionale, ma lasciato poi al suo posto per non destabilizzare la regione) furono la prova migliore che il precedente lunghissimo tirocinio politico stava dando i suoi frutti.

I successi riportati avrebbero dovuto essere stati ampiamente sufficienti per assicurargli la rielezione nel 1992. Invece, non lo furono. Il corso sfrenatamente liberista avviato da Reagan necessitava, al termine del ciclo, di opportuni correttivi, pena il progressivo deterioramento dell’economia. Le misure varate da Bush si rivelarono efficaci, ma, come spesso avviene in economia, gli effetti positivi si produssero soltanto quando Bill Clinton lo aveva già da tempo battuto, grazie anche alla dispersione di voti repubblicani provocata dalla discesa in campo del miliardario Ross Perot.

In pratica, potrebbe dirsi che in quella occasione a Bush venne negata una investitura che, per la prima (e forse unica) volta, aveva brillantemente meritato sul campo.
Paradossalmente, dodici anni dopo, suo figlio George Jr. otteneva la rielezione proprio con l’eliminazione fisica dello stesso Saddam Hussein ed il conseguente avvio del perdurante pericoloso squilibrio regionale (che il padre aveva, invece, voluto accuratamente e saggiamente evitare).

Era il segno del cambiamento. Ad una classe politica nel cui seno le opinioni divergenti si confrontavano per trovare un minimo comune denominatore per il bene supremo del Paese, ne stava gradatamente subentrando un’altra impegnata a tutelare prima di tutto gli interessi personali e delle “lobby” che le sostengono.

Tutto ciò mi porta a pensare che anche i più convinti critici di Bush, sia in campo democratico che repubblicano, rendano oggi onore con autentica sincerità alla sua figura, coltivando nell’animo una buona dose di rimpianto per uno stile di fare politica che sembra non essere più patrimonio comune della classe dirigente americana.