Gilet gialli, una protesta che ci interpella: l’editoriale di Aggiornamenti Sociali

Mettersi in ascolto della protesta che da settimane scuote la Francia, afferma l'editoriale di Aggiornamenti Sociali, «ci consente di identificare alcuni fattori che possono portare all'inceppamento della democrazia»

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Dal 17 novembre scorso, ogni sabato in Francia si ripropone la protesta dei gilet gialli contro il Governo di Macron. Nell’editoriale del numero di febbraio di Aggiornamenti Sociali, rivista dei gesuiti italiani, il direttore Giacomo Costa SJ prova a mettersi in ascolto di questo complesso fenomeno cercando di capire qual è la carta d’identità dei manifestanti, come sta reagendo la classe politica francese e soprattutto che cosa questa esperienza può insegnare agli altri Paesi europei.

Dopo avere chiarito che «l’approccio alla protesta dei gilet gialli richiede di mettere da parte una serie di categorie, stereotipi e proiezioni interpretative, che lo iscriverebbero immediatamente in una traiettoria populista piuttosto che in una antagonista o rivoluzionaria», l’editoriale approfondisce alcune delle motivazioni principali che animano i manifestanti, come la convinzione di essere vessati da un carico fiscale iniquo e il desiderio di essere rispettati e riconosciuti in quanto cittadini. Un elemento interessante, secondo padre Costa, è anche il fatto che, «a differenza ad esempio degli indignados spagnoli, i gilet gialli non sono portatori di una critica ideologica al sistema, alle grandi imprese, alle banche o alla finanza. (…) Ciò che li unisce è una esperienza concreta di vita, non una collocazione ideologica o la coscienza di far parte di una classe sociale in conflitto con altre. Per questo sono anche poco sensibili ad altre questioni che agitano lo spazio politico, prima fra tutte quella dell’immigrazione».

«Non per questo – precisa però l’editoriale – sono da considerare apolitici: la loro “rivolta” ha chiaramente un segno e un’intenzione politica, pur insistendo nel rimarcare la distanza dalle élite politiche, di cui non si fidano, e anche dai partiti di opposizione».

Dopo avere analizzato un aspetto delicato quale il ricorso alla violenza da parte di alcuni manifestanti e avere ricordato le risposte del presidente Macron e del governo francese (in particolare il “Grande dibattito nazionale”, iniziativa sulla carta apprezzabile che appare però viziata da paternalismo e astrattezza), la parte finale dell’editoriale amplia lo sguardo: infatti, scrive Costa, «quanto sta accadendo oltralpe ci consente di identificare alcuni fattori che possono portare all’inceppamento della democrazia».

In particolare, un «tema che appare con forza è la necessità sempre più concreta di conciliare la questione della sostenibilità ecologica, che ha una prospettiva intergenerazionale, con quella della sostenibilità sociale, che riguarda l’inclusione e l’equa ripartizione degli oneri per la generazione presente. Il rischio, drammatico, è quello di non riuscire a offrire a tutti i cittadini un quadro convincente in cui inserire le scelte politiche perseguite, finendo per generare la convinzione che gli obiettivi sul versante ecologico siano una minaccia per l’equità sociale e viceversa. (…) In radice, la crisi dei gilet gialli ci dice che davvero stiamo toccando con mano che lo stile di vita occidentale non è più sostenibile per tutti, senza scaricare sul futuro i costi del presente».

Ancora più in profondità, «le tensioni che stanno dietro il fenomeno dei gilet gialli sono probabilmente solo l’antipasto di quello che il futuro riserva a un’Europa sempre meno capace di generare crescita e di guardare al futuro». Non esistono, naturalmente, facili scorciatoie, ma l’editoriale prova a individuare alcune vie di uscita. «Da conflitti sociali di questo genere non si esce se non attraverso il dialogo sociale. Perché questo sia efficace, però, è necessario che la società disponga di un know-how e di istituzioni o forme organizzate di mediazione, che evitino la polarizzazione del confronto tra pretese individuali (o al massimo di gruppi molto omogenei) irriducibili tra loro. È la funzione che tradizionalmente si riconosce ai “corpi intermedi”».

«È proprio sulla capacità di aprire spazi di mediazione all’interno della società – conclude padre Costa – che si gioca il senso di una leadership politica che non voglia ridursi a tecnica di gestione del consenso a vantaggio degli interessi di alcuni: è questa la sfida che hanno di fronte Macron in Francia e tutti i suoi colleghi negli altri Paesi».