“Giorgio La Pira, il sindaco della pace”

Quando si ha a che fare con una figura complessa come quella di Giorgio La Pira, c’è spesso la difficoltà di separare il politico dalla persona spirituale

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Di Giorgio La Pira, non è facile tracciarne un ritratto. Sfogliando un album ideale incontriamo il giovane La Pira, dopo la crisi religiosa della prima giovinezza, mentre scrive a padre Agostino Gemelli delle sue certezze nella fede. Si sovrappongono presto le immagini del giovane professore pronto a palesare la sua distanza da ogni totalitarismo e da ogni pratica di discriminazioni, quella del “professorino” all’Assemblea Costituente e del Deputato alla Camera (legato particolarmente a Lazzati, Dossetti, Fanfani), del sindaco nel capoluogo toscano. Strano protagonista della politica, considerata un impegno di umanità e santità. Strano democristiano che confidava di avere solo una tessera, “quella del battesimo”.

Da sindaco di Firenze, di fronte ai licenziamenti alla fabbrica Pignone, disse candidamente: “cambiate la legge, perché io non posso cambiare il Vangelo”. La Pira è anche l’uomo vissuto da povero pensando ai poveri e che ai più bisognosi volle dare sempre dignità. La Pira è il profeta di pace e il pioniere dell’incontro dei popoli: a partire dai «Colloqui» organizzati a Firenze tra i principali sindaci del mondo, a favore del dialogo interculturale e dei negoziati per superare i conflitti. Figura di un mondo e di un tempo che non c’è più, uomo dalla fama di visionario utopista, che agli occhi di molti sembrò scambiare spesso la realtà del presente con il futuro desiderato.

Non mancano i rapporti tra La Pira e i Papi del suo tempo (Pio XII, Giovanni XXIII, soprattutto Paolo VI), destinatari di molte lettere; e con tanti leader incontrati per individuare nuovi modelli di società e di sviluppo, ai quali chiese di condividere il suo sguardo sull’Europa, o su quel Mediterraneo oggi cimitero di migranti invece che – come nel suo sogno – il “grande lago di Tiberiade” punto di attrazione delle nazioni che si affacciano sul Mare nostrum. A questo proposito non devono essere dimenticate le speranze (purtroppo irrealizzate) sulla necessità di una soluzione federale per la pace nel Medio Oriente.

Quando si ha a che fare con una figura complessa come quella di Giorgio La Pira, c’è spesso la difficoltà di separare il politico dalla persona spirituale, di scomporne visione storica e teologica, di accomunare la “civiltà cristiana” con la “comune figliolanza abramitica”. La Pira è l’uomo capace di parlare con Krusciov al Cremlino, di abbracciare Ho Chi Minh ad Hanoi e John Kennedy a Washington. «La geografia della grazia condiziona la storia dei popoli», scrisse al teologo francese Jean Daniélou il 5 aprile 1960. Alla storia del mondo La Pira ha sempre guardato con lucidità. Viaggiando ripetutamente, mediando, tessendo relazioni senza confini, sempre pronto a condividere rapporti umani e pezzi di strada. Il cammino di un grande profeta del Novecento. A ben guardare sta qui quell’umanesimo cristiano di La Pira, tra profezia e storia, e quel suo ottimismo che lo portava a sostenere con certezza – come sintetizzava il poeta Mario Luzi – «Dio c’è, la Provvidenza esiste, noi abbiamo la fortuna di essere vivi e di essere qui».