Giulio Giorello: “La tecnica e’ espressione di umanità”

Prof. GIULIO GIORELLO, filosofo, accademico ed epistemologo italiano. Professore emerito di Filosofia della Scienza presso l’ Università degli Studi di Milano è stato inoltre Presidente della SILFS (Società Italiana di Logica e Filosofia della Scienza). Dirige, presso l’editore Raffaello Cortina di Milano, la collana Scienza e idee e collabora, come elzevirista, alle pagine culturali del Corriere della sera. Ha vinto la IV edizione del Premio Nazionale Frascati Filosofia 2012.

6569

Professor Giorello, una delle caratteristiche più salienti del dibattito filosofico contemporaneo mi pare riguardi i rapporti tra scienza e pensiero.

All’atto pratico la produzione e l’applicazione scientifica – sempre più estensiva ed esponenzialmente crescente – ha modificato radicalmente stili di vita, abitudini, comportamenti, mezzi e fini dell’agire individuale e sociale.

Alcuni suoi colleghi hanno avanzato l’ipotesi che gli stessi elementi costitutivi del mondo globalizzato che si disputano il dominio sul futuro dell’umanità (il capitalismo, la democrazia, quel che resta delle ideologie, le stesse religioni, l’economia di mercato) siano destinati a soccombere al cospetto della tecnica, proprio nel momento in cui intendono utilizzarla per realizzare i propri scopi.

Come spiega il filosofo della scienza questo ribaltamento concettuale che fa sì che  lo strumento utilizzato per far prevalere una logica dominante diventi esso stesso padrone e artefice di un sovvertimento: non più tecnica-mezzo ma tecnica-scopo?

L’impresa scientifica e tecnica ha rappresentato una delle grandi componenti della emancipazione umana, perché scienza e tecnica unite insieme permettono di controllare i ‘rischi ambientali’e in qualche modo rispondono ad alcuni bisogni primari, dal cibo alla sicurezza. Non dobbiamo dimenticare – sotto questo profilo – che la scienza è ‘comprensione del mondo’ ma è anche ‘intervento sul mondo’, attraverso la tecnologia, in quanto tecnica pianificata alla luce delle migliori teorie scientifiche di cui noi disponiamo.

Ora, molti miei colleghi – filosofi soprattutto – temono che la tecnica abbia avuto una tale crescita, negli ultimi duecento anni, tale da non diventare più un mezzo per vivere meglio ma uno scopo a sé, al quale verrebbero sacrificate non soltanto le nostre emozioni, le nostre intenzioni della vita quotidiana.

Addirittura la tecnica ‘divorerebbe’ quegli stessi sistemi a cui in realtà dovrebbe servire: ad esempio le religioni, la politica, il capitalismo, l’economia.

In realtà la componente che io chiamo “tecnica”, è una componente molto antica: se io osservo il processo con cui è emerso Homo sapiens, mi viene spontaneo far mia una battuta del biologo Christian de Duve (Come evolve la vita – Raffaello Cortina Editore) che dice che “gli ingegneri hanno preceduto i filosofi”, nel senso che prima ancora che ci ponessimo le domande fondamentali su chi siamo noi stessi, già eravamo in grado di creare strumenti – persino di creare strumenti per formarne degli altri. In un libro che ho scritto con il mio collega biologo Edoardo Boncinelli, abbiamo appunto rintracciato l’emergenza dell’umanità, in questa componente di una tecnologia applicata alla tecnica  stessa, cioè di una tecnica di secondo livello. Questo mi pare un elemento di particolare rilevanza: durante il nostro dialogo, trasposto in un libro, abbiamo fatto nostra una battuta del grande poeta Raymond Queneau (grande poeta-matematico, amico tra l’altro anche di Piergiorgio Odifreddi) nel suo poemetto Piccola cosmogonia portatile ed. Einaudi- canto VI – versi 43/44, che dice “un martel martella, e vedi già la logica mostrare il suo uso”. Ha ragione allora De Duve quando dice che i tecnici precedono i filosofi, ma è pure vero che la logica è incarnata nello strumento, nella macchina.

Secondo me la tecnica è espressione di umanità: è difficile pensare ad una tecnica disumana in sé. In molti casi c’è abuso della tecnica ma io non credo che l’umanità ne diventerà schiava: io penso invece che sia un grande strumento che ci apre possibilità inedite – certo, anche possibilità distruttive.

E’ dunque la preponderanza della tecnica il vero discrimine della post-modernità? 

Ogni altra ipotesi interpretativa sui destini del mondo e sulle direttrici di marcia da assumere per guidarne il cammino sembra in effetti debole, parziale, incapace di dare risposte adeguate e convincenti.

Nella società magmatica e liquida descritta da Z. Bauman in molti avvertono il senso di disorientamento e spaesamento prodotto dal relativismo, da una progettualità dal fiato corto e senza meta, dall’inadeguatezza delle risposte convenzionali: la guida della politica, il benessere economico, l’ordine sociale.

Altrettanti invocano un timone senza indicare il timoniere…

Mi domando tuttavia come la tecnica possa costituire l’elemento risolutivo e salvifico, considerato che proprio il suo uso indiscriminato sta consumando il pianeta, restringendo gli spazi di libera determinazione nelle azioni umane oltre quelle volute da un pensiero eminentemente ‘calcolante’, sottraendoci la possibilità di scelte alternative oggettivamente sostenibili.

Non trova che questa via obbligata di comportamenti totalmente condizionati dall’apparato tecnico finisca per sottrarci definitivamente gli spazi della libertà, della gratuità, dell’autodeterminazione? Che il pensiero pensante soccomba al pensiero pensato, precostituito, esterno?

Dalla domanda si capisce che lei pensa ad una ipotesi di sviluppo della scienza tale da poter  diventare mostruoso, perché sfugge agli elementi di controllo umano che hanno caratterizzato il progetto moderno e che questa alienazione profonda scandirebbe il trapasso dal moderno al post-moderno. In effetti questo è un rischio e Zygmunt Bauman ha dedicato a questo tema delle pagine bellissime.

Però attenzione: che il pensiero-pensante soccomba di fronte al pensiero-pensato vale non solo per l’impresa tecnico-scientifica ma ovunque si produca un fenomeno che io chiamerei “l’abbandono dello spirito critico”. Tale fenomeno si rivela anche ad esempio anche nelle religioni, quando gli elementi dogmatici prevalgono sull’uso della ragione, quando si dimentica che un uso maturo del proprio cervello, come diceva Kant, è il contrassegno dell’essere umano libero, quando si preferisce pensare non con la propria testa ma con quella di qualcun altro: cosa molto comoda ma anche molto pericolosa. Si tratta di forme di involuzione – in quello che lei chiama l’omaggio al pensiero-pensato che si impone su quello pensante – che purtroppo investono molti settori, compresa la stessa politica.

Ciò che caratterizza invece le fasi migliori della modernità è l’uso della ragione critica nello smantellare forme ingombranti di “pensiero-pensato” e questo si chiama illuminismo.

Su questo bisogna essere estremamente chiari: alcuni ritengono che l’illuminismo sia finito, che sia un’anticaglia, che abbia prodotto un dogmatismo della ragione. Io invece ritengo che lo spirito illuminista sia oggi più vivo che mai perché, a differenza di quello settecentesco, può calarsi proprio nelle conquiste migliori dell’impresa tecnico-scientifica. Sotto questo profilo la partita è tutt’altro che chiusa: basta dare un’occhiata alle grandi conquiste scientifiche, dalla fisica, alla biologia, all’ingegneria per rendersi conto che non sono elementi di conformismo quelli che prevalgono.

Se c’è un dibattito oggi ricco e interessante è quello sulla cosmologia e sull’unificazione delle forze fondamentali in fisica, per non dire dei nuovi orizzonti che ci stanno rivelando la biologia e le conquiste della neurofisiologia. Non è stata forse una grande esperienza di libertà anche la “rete”?

Ecco, io francamente non condivido le visioni catastrofiche e il pessimismo apocalittico di chi sostiene che noi oggi vivremmo nel “tramonto dell’occidente”.

Se così fosse, vorrebbe dire che l’occidente è da un po’ che tramonta, da qualche millennio: ma è ancora “qui”.

Il sociologo Acquaviva aveva denunciato ad esempio l’inadeguatezza della politica, capace solo di gestire l’ovvio, e invocava la straordinaria potenzialità critica della religione come fenomeno contrario alla globalizzazione e insieme coscienza critica della società consumistica, dopo il tramonto del  marxismo. In effetti se consideriamo alla lettera il dettato esplicito del Vangelo (“gli ultimi saranno i primi…beati i miti di cuore perché di essi è il regno dei cieli”) avvertiamo la potenzialità straordinaria di una rivoluzione possibile. Possibile anche – o ancora – sul piano esistenziale, cioè mondano…cioè di questo mondo?

 

Le religioni sono grandi e complicate forme espressive, la cui evoluzione è affidata a coloro che vi si riconoscono: esse, non dobbiamo dimenticarlo, ci parlano di Dio ma sono fatte da esseri umani.

E difficile stabilirne a priori il destino, essendo inserite nella dialettica dello sviluppo storico.

Sicuramente in molte religioni c’è un grande elemento di potenzialità e di emancipazione: c’è nel Cristianesimo, c’è nell’Islam, c’era già nell’Ebraismo (basti pensare alle componenti libertarie profonde presenti nel libro dell’esodo…).

Io indicherei tre bei contributi recenti, che hanno puntualizzato l’elemento liberante della religione:

per quanto riguarda l’ebraismo il bel libro di Amos Luzzatto per l’Einaudi (Il posto degli ebrei), per il Cristianesimo- nella stessa collezione editoriale “Le vele”- un paio di bei libri di Enzo Bianchi –priore di Bose (La differenza cristiana e Per un’etica condivisa) – mentre per l’islamismo suggerirei il testo Islam e libertà di Tarik Ramadan. Sono contributi eleganti che mettono in luce le potenzialità libertarie delle religioni, che peraltro hanno anche conosciuto periodi di involuzione, profondamente autoritari, spesso dando origine a esperimenti sociali intolleranti. I tre autori citati hanno avuto il coraggio – nelle loro analisi – di evidenziare luci ed ombre.

Mi affascina approfondire con Lei alcune conseguenze di questa deriva pervasiva della tecnica rispetto ai destini del mondo. Quanto è concettualmente lontano dalla nostra epoca il dualismo tra “esprit de geometrie” ed “esprit de finesse”? Come si conciliano con il carattere ordinativo della scienza le altre espressioni della cultura e dell’ingegno: la musica, l’arte, il teatro, la poesia…?

Ricordo il saggio di W. Benjamin sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte nell’epoca contemporanea: uno spartiacque sul concetto di autenticità e di fruizione dell’arte… In effetti sembra che negli ultimi cinquant’anni il genio umano abbia espresso più potenzialità, inventiva e produzione nel campo scientifico che in quello artistico. E’così?

Il dualismo che lei cita fu inaugurato e codificato da quel  grande pensatore cristiano che fu Blaise Pascal, il quale fu peraltro anche un “grand geometre” e un matematico.

Una cosa che mi ha sempre colpito è che nella matematica creativa esprit de geometrie ed esprit de finesse vanno sempre insieme: se lei prende i grandi matematici del passato, gli inventori del calcolo infinitesimale, ma anche Newton e Leibniz, o figure più recenti – io cito sempre il mio grande maestro Renè Thom ( Parabole e catastrofi ed. Il Saggiatore) – vediamo che la matematica più feconda va avanti geometrizzando e spazializzando i concetti ma nello stesso tempo utilizzando un atteggiamento critico che permette di scavare dentro le pieghe della matematica. Questo altro non è che un esprit de finesse interno alla matematica; ma poichè la matematica è una struttura chiave per la scienze più varie, dalla fisica all’economia, ecco che questo esprit de finesse si ritrova anche nelle scienze empiriche. Quindi non è vero che da una parte c’è l’esattezza geometrica e basta e dall’altra la finezza, da una parte il mondo della verità scientifica e dall’altra il mondo del senso.

La ricerca della verità scientifica e quella di senso vanno insieme e – forse – questa è la lezione che noi traiamo almeno da Galilei in poi.

Circa la produzione recentemente prevalente, anche guardando alle scienze e alle strutture matematiche, trovo che essa non abbia impedito l’esprimersi dell’esprit de finesse, in campo letterario, artistico o musicale. Potremmo liquidare rapidamente Mahler e Schonberg? Oppure pensiamo che sia superata La montagna incantata di Thomas Mann? O non troviamo un grande esprit de finesse in L’urlo e il furore di William Faulkner o in Ulysses di James Joyce? O ancora in un pittore come Francis Bacon? Perciò non sarei così drastico rispetto al quadro artistico-musical-letterario. L’altro giorno, per esempio, ho letto con enorme piacere splendide poesie del grande poeta caraibico – e premio Nobel – Derek Walcott…. e non le butto certo via.

C’è un altro aspetto che vorrei considerare con il Suo aiuto: il rapporto tra sofferenza e dolore da un lato, come  aspetti costitutivi della stessa dimensione esistenziale, e la ricerca continua della felicità. La felicità è utopia, speranza o immaginazione?

Non so cosa sia la felicità: so che noi abbiamo bisogni e desideri che cerchiamo di soddisfare nel miglior modo possibile ma per fortuna non ci fermiamo qui, altrimenti la nostra vita sarebbe piatta e banale. Siamo un tipo di animale che si pone di continuo nuovi obiettivi. Ha ragione Martin Heidegger: siamo proiettati nel futuro, la dimensione del ’progetto’ è anche la dimensione della nostra temporalità. Avrei pochissimo da dire in più rispetto a quella sua bellissima conferenza del 1924 dedicata al concetto di tempo. Da questo punto di vista io credo che avessero capito bene la questione i legislatori degli Stati Uniti, all’indomani della rivoluzione con cui 13 colonie del Nord America erano riuscite a buttare fuori l’invadente madrepatria britannica e a costituire il primo vero esempio di democrazia moderna. 

Loro parlavano di “ricerca della felicità” – non di felicità tout court – e della libertà che ognuno deve cercare in una dimensione libertaria.

La felicità secondo me non è utopia, né immaginazione, né speranza: è semplicemente una componente della nostra libertà, è la sua soddisfazione, quella che ci dà la libertà maggiore.

In questo io seguo il mio filosofo preferito, che è Benedetto Spinoza.

Sono ogni giorno sorpreso e a un tempo confermato rispetto a due evidenze che riscontro in alcune derive sociali in atto: da un lato il prevalere della incomunicabilità sul piano relazionale; dall’altro un’attenzione quasi morbosa verso gli aspetti negativi della condizione umana.

In un suo recente libro Lei coglie invece alcuni aspetti positivi nella ricerca del piacere materiale come fonte di conoscenza. La vita non è allora solo proibizione o castigo?

Lei probabilmente allude al mio libretto sulla lussuria, che rientra in una collezione sui cosiddetti ‘peccati capitali’, in un progetto coordinato dall’amico Carlo Galli.

Una delle ragioni per cui ho aderito a questo progetto editoriale è stata la direzione di Galli: una garanzia che questa trattazione dei “vizi” o “peccati” fosse molto attenta non solo agli aspetti psicologici ma anche a quelli ‘politici’ dei vizi stessi.

Ogni grande vizio ha un suo  cotè  politico: la lussuria è legata al senso della potenza.

I vizi e i peccati sono costitutivi del nostro vivere sociale, non possiamo pensare ad un mondo senza peccati: il peggior vizio consiste nel tentare con metodi drastici di stroncare tutti i vizi.

Questo non vuol dire che tutto sia lecito e che certi vizi possano essere accettati: in materia di lussuria io attribuisco un grado zero alla violenza sulle persone più deboli, ad esempio i minori, una cosa di per sé ripugnante.

Dobbiamo recuperare il senso del piacere e il gusto dell’eccesso: se non fossimo esseri eccessivi non avremmo Mozart, Joyce, non avremmo avuto ne’ la Torre di Babele ne’ la Tour Eiffel.

Ci sono coloro cui dà fastidio l’eccessività degli altri e allora tirano giù le torri: ebbene, le torri poi si ricostruiscono.

Prof. Giorello, vorrei concludere chiedendoLe, come ho fatto con altri illustri intervistati, quale declinazione esistenziale, quale vantaggio, possa avere la ricerca e la fruizione del silenzio in un mondo così chiassoso e invadente, di fronte a comportamenti collettivi che si ispirano al consumo vorace e rumoroso delle cose e del mondo stesso e ad una concezione riempitiva e utilitaristica del proprio essere in mezzo agli altri.

Io attribuisco un grande valore al silenzio, alla possibilità di estraniarsi e di racchiudersi in se stessi, non esser turbato da chiacchiere, godersi un’alba o un tramonto, in natura, in montagna, al mare ma anche in una grande città – le città , non dimentichiamolo-  hanno un grande fascino con le loro luci e le loro ombre…

Però non ne voglio parlarne troppo. Se c’è una cosa da evitare è proprio quella di fare l’elogio del silenzio.