Giustizialismo a corrente alternata?

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Una rondine non fa primavera. Dopo le scuse di Di Maio dovrebbero seguire ulteriori e conseguenti gesti politici. Che dire? È difficile cancellare il tratto forcaiolo della originaria propaganda del M5S.

 

Giorgio Merlo

 

Abbiamo letto lo scritto spedito da Di Maio al “Foglio” dove sostanzialmente chiede “scusa” per i soliti, collaudati e conosciutissimi attacchi del passato rivolti contro un esponente politico caduto in disgrazia per motivi giudiziari. Si tratta, nello specifico, dell’ex Sindaco di Lodi accusato, arrestato e poi assolto per vicende amministrative che riguardavano quel comune. Al contempo, abbiamo anche letto altre dichiarazioni – come quelle del suo compagno di partito Toninelli – che confermano, come sempre, i postulati centrali della cultura grillina sul fronte della demolizione delle persone quando i politici vengono coinvolti in vicende giudiziarie.

 

Certo, ci troviamo di fronte ad un passo in avanti almeno da parte di Di Maio. Dopo tonnellate di insulti, attacchi personali, violenza verbale, “gogna mediatica” e tutto ciò che ormai conosciamo quasi a memoria su questo versante, che ci sia un politico professionista da quelle parti che abbia addirittura il coraggio di chiedere “scusa” fa indubbiamente notizia. Ma, per citare un vecchio proverbio, “non è una rondine che fa primavera”.

 

Non a caso, non ci pare che le dissociazioni dai virulenti insulti e attacchi personali sferrati, come di consueto, contro altri esponenti politici, abbia suscitato particolari entusiasmi da quelle parti. E questo per un motivo molto semplice. Anzi, semplicissimo, per non dire addirittura banale. I partiti, soprattutto i partiti populisti, che si ispirano all’anti politica e all’antiparlamentarismo, non cambiano identità dalla sera al mattino. Se la cifra distintiva, a livello quasi ideologico, è quella, difficilmente cambia la ragione sociale di quel partito. Perchè delle due l’una. O il partito di Grillo e forse di Conte cambia radicalmente pelle, strategia, identità, ruolo, mission, cultura di riferimento, modalità d’essere e soprattutto linguaggio, allora le “scuse” hanno un senso. Altrimenti, se tutto resta come prima, come effettivamente è, si tratta di un sapiente gesto propagandistico – l’ennesimo, del resto – che non fa che confermare l’identità esclusiva e caratterizzante di quel partito.

 

Del resto, il giustizialismo era, è e resta la vera identità e il vero collante di quel partito. Al di là della propaganda, peraltro poca, contraria a ciò che storicamente caratterizza il partito di Grillo e forse di Conte. Un giustizialismo e un populismo che continuano ad essere i veri totem ideologici di riferimento del movimento dei 5 stelle. E, talvolta, chiedere “scusa” non è che l’eccezione che conferma la regola.