Gli Amici di Piazza Nicosia non coltivano l’apologia della Dc romana. Propongono semmai un confronto rispettoso della storia.

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L’amministrazione civica democristiana si è snodata per lungo tempo e attraverso passaggi fondamentali, che hanno inciso in misura considerevole sulla realtà sociale e la struttura urbanistica di Roma. Nel corso del tempo sono avvenuti cambiamenti straordinari. Tuttavia, il bilancio di questo periodo storico non è stato oggetto di studio, rimanendo piuttosto impigliato, ieri come oggi, in un involucro di saltuarie reminiscenze, perlopiù afferenti alla “mitologia politica” elaborata e diffusa dalle forze di opposizione. Di seguito riportiamo l’introduzione del documento che il 3 maggio, data dell’assalto nel 1979 alla sede del Comitato romano della Dc, è stato diffuso dagli Amici di Piazza Nicosia. In fondo si può cliccare sul link per leggere il testo completo. 

 

Redazione

 

Con il crollo della Dc si è perso anche il gusto di conoscere le vicende caratterizzate a Roma dall’azione pubblica dei cattolici. Adesso il tempo è maturo per fare un bilancio, sebbene a grandi linee, avendo alle spalle un’esperienza che ha esaurito ampiamente il suo ciclo.

 

Bisogna farlo con discrezione, dal momento che la ricognizione del passato esige quella obiettività di cui si perde facilmente traccia non appena s’affacciano le passioni di sempre. Tuttavia, il problema è che a scarseggiare è proprio l’obiettività della critica elaborata a sinistra, posto che a destra è mancata persino la configurazione di una seria dialettica con la Dc. Il mondo comunista ha preteso di sopravvivere alla sua sconfitta in virtù della convinzione che comunque il passaggio alla cosiddetta seconda repubblica avrebbe consacrato la “verità” della lotta alla Dc, tanto da poter archiviare, molto semplicemente, la stessa realtà coincidente con la gestione politica e amministrativa dello Scudo crociato.

 

In realtà, l’amministrazione civica democristiana si è snodata per lungo tempo e attraverso passaggi fondamentali, che hanno inciso in misura considerevole sulla realtà sociale e la struttura urbanistica di Roma. Nel corso del tempo sono avvenuti cambiamenti straordinari. Tuttavia, il bilancio di questo periodo storico non è stato oggetto di studio, rimanendo piuttosto impigliato, ieri come oggi, in un involucro di saltuarie reminiscenze, perlopiù afferenti alla “mitologia politica” elaborata e diffusa dalle forze di opposizione.

 

Occorre anzitutto evitare che si cada nell’inganno delle semplificazioni. Al pari di altri Comuni, quello di Roma ha conosciuto la dinamica propria dell’alternativa di potere,  mentre notoriamente l’irrisolta “questione comunista” la rendeva impraticabile a livello centrale. Dunque, la logica della forzata continuità di direzione politica, anche a fronte di governi instabili, non ha riguardato la gestione amministrativa locale. Una più fluida dialettica tra maggioranza e opposizione si è tradotta nel rovesciamento delle alleanze, con formule amministrative diversificate, anche arricchite di attese e prospettive palingenetiche. Ciò ha significato più competizione e meno uniformità, tanto che si presentano agli studiosi linee più chiare di confronto per stabilire – volendo farlo con accuratezza –  se e come le alternative abbiano prodotto guadagni effettivi o svolte efficaci. Di questo, in fondo, dobbiamo occuparci, chiarendo subito come sia necessario espungere la pretesa di contrassegnare un prima e un dopo a piacimento, con una metaforica distinzione tra medioevo (a egemonia DC) ed evo moderno (a egemonia PCI) applicata ai cicli amministrativi romani.

 

Non è un problema del passato. Finita la Prima repubblica, quella pretesa si è fatta luogo comune e implicito dispositivo di rimozione, sicché non viene più percepito l’abuso che interviene laddove nel dibattito pubblico si dà per scontata la cesura con la vicenda democristiana. Certo, ogni tanto subentra qualche riconoscimento, ma sembra piuttosto il frutto, in generale, di una graziosa concessione. Ne deriva la vocazione a ricominciare sempre daccapo e sempre con l’idea falsificata di “fare nuove tutte le cose”, dando vita a un girotondo che si perde nei meandri della fantasia al potere. Roma è ferma perché, in definitiva, è ferma la politica.

 

Per altro, la fine dell’esperienza democristiana ha dato lustro a un racconto superficiale, specie nella descrizione dei rapporti tra partito e mondo cattolico, una volta perché si addebita (o addebitava) al gruppo dirigente democristiano la prolungata subalternità all’invadenza clericale; un’altra, viceversa, perché si proclama (o proclamava) la sua incapacità a cogliere in tempo gli aspetti profetici della Chiesa locale. È stato perciò un partito, secondo questa lettura, in perenne debito di coscienza e rappresentatività: una sorta di iceberg galleggiante senza nemmeno la parte immersa, dunque senza consistenza effettiva e autonomia reale. Quasi un partito ombra che ha fatto della sopravvivenza, assicurata dal potere, la sua specifica ragion d’essere.

 

Siamo distanti dalla realtà, anzi, in questo modo, ne travisiamo l’aspetto più autentico. La DC romana, in effetti, attende ancora di essere ricompresa in un discorso di verità, non per sancire l’assolutezza di condotte virtuose, mai riscontrabili nell’agire pratico dell’umanità, bensì per discernere quel tanto di bene e quel tanto di male compresenti nella natura di una vistosa e complessa esperienza. Serve a priori un’opera di riconciliazione intellettuale, per spiegare e per capire, a benefico di tutti. D’altronde la cosiddetta “quarta Roma” dei cattolici, identificabile concretamente nel vissuto democristiano, richiede una considerazione più serena e distaccata, fuori dalle passate polemiche e dal possibile revanscismo odierno.

Per altro, anche nella dimensione specificamente romana, la DC non è stata un monolite. La sua identità plurale, per dirla con linguaggio odierno, e quindi il suo impianto strutturalmente dialettico hanno dato luogo a impegnativi processi di trasformazione la cui trama è ascrivibile comunque a un disegno di più alta qualificazione di vita urbana. Basti ricordare, a riguardo, il passaggio dalle giunte centriste a quelle di centro-sinistra, come pure, sotto diverso orizzonte, il ritorno alla guida del Campidoglio nella seconda metà degli anni ‘80, con l’accordo di pentapartito che poi ha visto, per la prima e ultima volta nella storia della città, l’avvento di un sindaco socialista. In maniera imperfetta, eppure con aspirazioni legittime, si è dispiegato nell’arco di più decenni un progetto politico dai contorni mobili, a misura cioè della mobilità di una metropoli sui generis.

 

La formula democristiana è consistita nell’accompagnare l’evoluzione della comunità romana, sicché la ricerca del consenso, lungi dall’essere esclusivamente un mezzo di autoriproduzione elettorale, corrispondeva ben più alla visione di un governo a misura delle istanze di partecipazione. Infatti, pur essendo centrale nella gestione del potere, la DC non si è mai pensata al riparo da un dovere di condivisione. Finché è valso questo modello, la Città ne ha ricavato un indubbio beneficio. È vero, non sempre le scelte si sono dimostrate giuste o hanno rispettato le loro stesse premesse; e non sempre la qualità dell’amministrazione ha prevalso sull’indistinta e finanche caotica “voglia di fare”; ma nell’insieme ha tenuto un principio di orientamento, una consapevolezza politica e amministrativa circa le urgenze e le necessità dell’ora, un criterio direttivo in ordine alle soluzioni da mettere in campo.

 

Questo patrimonio non va disperso. L’impegno pubblico deve riscoprire, secondo il modello sperimentato dalla DC, l’importanza di una limpida e sapiente mediazione tra le diverse istanze sociali, per dare respiro alla domanda di coinvolgimento nell’approntare le decisioni più adeguate agli interessi della comunità. Con la DC la mediazione ha fluidificato il meccanismo della rappresentanza e ha innervato di potenzialità ideali la costruzione di una Città più moderna e più umana. Se una storia si è interrotta, non per questo ha cessato di fornire motivi di riflessione e di giudizio. Pertanto, lo  sforzo di riprendere il cammino si palesa come suggerimento e incitazione, specie per le nuove generazioni, essendo chiaro a tutti gli effetti il limite che accompagna un esercizio disinteressato, ma anche giustamente determinato di riscoperta e rivitalizzazione della memoria.

Per leggere il testo integrale del documento – La Dc e i cattolici a Roma nel secondo 900