Gli svizzeri chiamati a votare sulle armi

Il referendum di oggi

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Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Fausta Speranza

Il popolo più pacifico del mondo, gli svizzeri, sono chiamati a votare domani [oggi per chi legge ndr], domenica 19 maggio, per un referendum che riguarda le armi. Non è una proposta di bando, piuttosto la consultazione mira a rimettere in discussione l’avvenuta ratifica da parte del parlamento svizzero della direttiva europea che limita l’uso di quelle automatiche. Nel paese, che non fa parte dell’Ue ma mantiene con i 28 strettissimi legami tra cui lo spazio Schengen, circolano con regolare autorizzazione due milioni di fucili, pistole e vere e proprie armi da guerra, su una popolazione di appena otto milioni di abitanti contando anche donne, anziani e bambini. Resta il paese con meno episodi di violenza, ma alcuni risvolti di quanto accade in Svizzera in tema di armi rendono il referendum di rilievo anche per il resto d’Europa.

La direttiva europea, che restringe le norme sul possesso di armi automatiche, è stata proposta dalla Commissione Ue il 18 novembre 2015, pochi giorni dopo la seconda strage terroristica di Parigi. L’Europarlamento l’ha approvata il 14 marzo 2017 ed è stata adottata lo scorso settembre dall’Assemblea federale, il parlamento svizzero formato dal Consiglio nazionale e dal Consiglio degli Stati. La maggioranza ha accolto le nuove disposizioni, giudicando la partecipazione elvetica allo spazio Schengen «troppo importante a livello di sicurezza, per metterla in pericolo rigettando la direttiva».

Un “no” alle urne potrebbe condurre, infatti, a una esclusione della Svizzera dall’area di libera circolazione in Europa.
Durante i passaggi tra i due rami dell’Assemblea, la Svizzera ha concordato eccezioni al testo europeo, per esempio per quanto riguarda l’arma personale che ogni soldato ha il diritto di portare a casa: una volta prosciolti dall’obbligo di prestare servizio militare, i cittadini potranno ancora tenere l’arma dell’esercito con il relativo caricatore da venti cartucce e continuare a utilizzarla per il tiro sportivo. L’arma in dotazione all’esercito elvetico di cui si parla è conosciuta come sig sg 550 o Fass 90 o StGw 90: in ogni caso, si tratta di un fucile d’assalto del calibro di 5,56 millimetri. E anche per cacciatori e appassionati di tiro non cambierà nulla. Inoltre, i Cantoni avranno tempo tre anni affinché gli attuali detentori di armi semiautomatiche si facciano confermare il legittimo possesso presso gli uffici preposti. Tale conferma non sarà però necessaria se l’arma non risulta già iscritta in un registro o non è stata ceduta in proprietà direttamente dall’esercito al termine degli obblighi militari. E anche i collezionisti e i musei potranno acquisire armi, a condizione di aver adottato tutte le misure necessarie per custodirle in sicurezza e di tenere un elenco dei dispositivi che necessitano di un’autorizzazione eccezionale.
Nonostante queste rassicurazioni, il Partito Unione democratica di centro (Udc) ha appoggiato la campagna per l’abrogazione, sostenendo che le nuove restrizioni nel possesso di armi metterebbero in pericolo la tradizione elvetica del tiro. Anche la registrazione a posteriori è invisa al comitato referendario.

Secondo Luca Filippini, presidente della federazione sportiva svizzera di tiro nonché del Comitato contrario alla modifica della legge approvata dal Parlamento, «le nuove direttive europee al riguardo, che la Svizzera è obbligata a riprendere poiché associata allo spazio Schengen, non apporteranno alcun miglioramento a livello di sicurezza». Filippini, che è segretario generale e coordinatore del Dipartimento delle istituzioni, sostiene che le nuove disposizioni europee ledono i diritti e le libertà dei cittadini svizzeri. «Se con il diritto attuale un cittadino incensurato ha il diritto di acquistare un’arma semiautomatica, le nuove disposizioni vietano tutti questi fucili e pistole dotate di grandi caricatori», ha dichiarato nei giorni scorsi. Circa la sicurezza, e in particolare il dilemma del terrorismo, Filippini è convinto che i recenti attentati abbiano dimostrato che le armi utilizzate sono «illegali, acquistate magari sul mercato nero», senza contare che «i terroristi hanno fatto anche uso di camion e automobili per portare a termine i loro propositi criminali».

Di opinione opposta è il Partito dei Verdi liberali Ticino, che ha deciso di appoggiare la revisione della legge sulle armi spiegando che migliora la sicurezza e permette di continuare a beneficiare dell’accordo di Schengen che facilita la cooperazione tra la Svizzera e l’estero per la lotta alla criminalità. Sottolineano che la nuova legge rende possibile stabilire con più precisione la provenienza delle armi in circolazione, combattere il traffico d’armi e rafforzare la collaborazione tra le autorità e le forze dell’ordine svizzere con quelle estere. Dai primi anni Novanta, da quando è concreto lo scambio di informazioni, sono state arrestate 4000 persone.

Dopo la strage di Zurigo nel 2001 — 14 persone colpite a morte nel parlamento cantonale — il dibattito sulla vendita delle armi semi-automatiche che sparano a raffica si è fatto più intenso. Lo stesso tipo di armi usate in quel 27 settembre, che ha sconvolto il Paese, è stato rinvenuto a casa del giovane che, a dicembre scorso, pianificava una strage alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona.

Fortunatamente, cinque mesi fa le forze dell’ordine sono intervenute in tempo fermando il giovane. L’attività delle polizie negli ultimi anni ha evidenziato anche altro: la Svizzera, insieme con la Serbia, è finita più volte al centro delle indagini dell’Europol come possibile crocevia del traffico illecito di armi che poi finiscono nelle mani del terrorismo. L’ultimo caso di vendita illegale si è verificato un mese fa nel parcheggio di un supermercato a Cantù, dove le forze dell’ordine hanno fermato quattro persone, di cui due italiani della Brianza, che contrattavano il prezzo del mitragliatore conservato nel bagagliaio della macchina. È un caso emblematico per capire che la posta in gioco nel referendum di domenica non riguarda solo il piccolo paese nel cuore dell’Europa che nell’immaginario di tutti richiama laghi, paesini e picchi alpini, oltre a orologi di precisione e tante banche.