GLI UOMINI DELLA BASE, LA SINISTRA POLITICA DELLA DC: RICORDO DI MARCORA NEL CENTENARIO DELLA NASCITA.

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Il prossimo 12 novembre, nell’anno centenario della nascita di Giovanni Marcora (Inveruno, 28 dicembre 1922), il Comune di Inveruno ed il Centro Studi Marcora organizzano una mostra convegno commemorativa in coincidenza con l’apertura della 415esima edizione dell’Antica Fiera di San Martino. Tra gli altri parleranno, oltre alla sindaca Sara Bettinelli, Gianni Borsa, Mariapia Garavaglia, Patrizia Toia.

Di seguito riportiamo il ricordo tracciato anni fa da Camillo Ripamonti, amico e collaboratore di Marcora, esponente di spicco della sinistra di Base, parlamentare e ministro, in ultimo Presidente dell’Anci. 

Lo scritto di Ripamonti, “Una sensibilità unica”, fa parte di un volume di testimonianze dal titolo “Ribelle e statista. Albertino Marcora”.

Camillo Ripamonti

Le testimonianze che si possono rendere su “Albertino” rischiano d’essere sempre incomplete, tanto è stato l’impegno che Marcora profuse nella sua non lunga, e tuttavia intensissima, vita, tanti sono gli insegnamenti che andrebbero tratti dalle attività di un personaggio davvero unico, che sapeva farsi apprezzare – ed anche farsi volere bene — da amici ed avversari, da chiunque avesse la ventura d’incontrarlo nei suoi poliedrici interessi, umani e politici.

“Albertino” fu un politico singolare. Trascorse più tempo a preparare una cordata che mirasse alle idee del futuro, che non a tessere una organizzazione per la contemporaneità. Certo, non gli erano estranei gli interessi concreti ed immediati; al contrario, egli fu fra i rari politici che badavano al sodo, alle cose da fare, subito, e sulle quali impegnare, senza indugi, la propria parte di responsabilità. Ma la sua esperienza va letta in maniera più compiuta, riflettendo sulle ragioni che lo condussero, lui uomo d’azione, a circondarsi di intellettuali ai quali affidare la progettazione del domani.

Ricorda, nella sua testimonianza qui prodotta, Giovanni Galloni taluni momenti significativi di quella irripetibile vicenda che fu la Base, un movimento di idee che andava a scavare in un macrocosmo pigro, aduso a non porsi i problemi dell’avvenire dando per scontato ch’esso non potesse essere che più fulgido del presente. Di quei momenti andrebbero analizzati risvolti ancor più profondi: perché ricchissima fu quella stagione, alla quale Marcora seppe sempre imprimere un personale segno; e perché quelle esperienze valgono a capire meglio come si è formata una classe dirigente, ora in prima linea politica, che non aspirava a sostituire altri gruppi, ma solo ad adeguare la politica ai tempi mutati.
Si fa presto a dire rinnovamento.

Specie oggi che tutti ne parlano, ognuno cercando più nuove immagini, facciate rinfrescate, che indirizzi e visioni volti al futuro. Si fa presto a conclamarsi progressisti, se poi, nei fatti, si tende ad ostacolare ogni pur timida novità, ci si preoccupa della difesa d’una antica, certamente gloriosa, bandiera, senza però riprenderne lo spirito rinnovatore, senza lasciar spazio ad idee più fresche, a mutamenti sostanziosi nel sistema dei partiti, senza abbandonare il bagaglio della demagogia spicciola e farsi responsabili: appunto classe dirigente. Giovanni Marcora fu responsabile. Solo così si spiega la sua lunga attesa per un proprio, personale impegno politico. Solo così si spiega come egli sia potuto passare dalla vita partigiana al rango di statista, dei più apprezzati fra l’altro. ‘

Se rileggessimo, tutti, al di là degli steccati di partito, ed ovviamente al di là delle divisioni fra gruppi e gruppuscoli tradizionali nella vita interna alla democrazia cristiana, con occhio davvero vigile l’intera esperienza di “Albertino” Marcora, forse ci aiuteremmo l’un l’altro a comprendere meglio gli stessi ultimi quarant’anni di vita democratica. Scopriremmo il significato dei “ribelli” cristiani, che volevano cambiare l’Italia, ma per farla avanzare sul terreno della libertà e della democrazia. Scopriremmo il senso di responsabilità che fu presente a tanta parte del movimento clandestino, che mirava a far maturare una coscienza nuova, civile ancorché politica, fra la gente, fra le nuove generazioni soprattutto, perché esse erano sbandate, corrotte da un propagandismo che le aveva gettate allo sbaraglio e, una volta deluse, esposte al rischio di facili abbandoni nei miraggi di inesistenti, impossibili paradisi terreni.

Scopriremmo che la repubblica è stata animata, non sui giornali e nella pubblicistica di comodo, ma nella realtà di ogni giorno, da un popolo di formiche: quello di cui parlava Tommaso Fiore, a proposito della sua Puglia, ma che, a maggior ragione forse, è rintracciabile in tutte le aree nazionali dove si manifestavano, in operoso silenzio, come diceva Aldo Moro, anima e volontà di andare avanti, di non fermarsi a contemplare l’avuto o il presunto irraggiungibile. Indubbiamente “Albertino” si qualificò per il suo radicamento lombardo, per quel suo sfrenato amore per tutto ciò che la sua terra d’origine sapeva dare alla comunità nazionale.

Il suo fastidio, persino ossessivo, per tutto ciò che non fosse efficiente e produttivo esprimeva una connotazione ed una condizione assieme, prima che il segno d’un carattere forte, deciso e di una volontà laboriosa, instancabile. La sua alta considerazione per il mondo delle campagne, oltre che per quello delle ciminiere e degli uffici, è legata a quella sua origine ed a quel desiderio – comune a tanti padani – di vedere crescere la società ricorrendo agli strumenti i più nuovi e sofisticati, senza tuttavia cancellare la terra, fonte primaria della stessa vita umana. Appunto per questo Giovanni Marcora è stato l’uomo politico più popolare della Lombardia. Come sottolineato anche, in un club milanese, dal professor Rumi, Marcora ha rappresentato – e, forse, ancor più avrebbe potuto rappresentare nel tempo — l’espressione più autentica e genuina della gente lombarda, come da decenni non si ritrovava – e, forse non si ritroverà più —, pur nella numerosa schiera di uomini politici lombardi presenti in tutti i partiti.

Rammento, in proposito, un articolo -“Linea ambrosiana e linea lombarda” -, apparso sulla rivista Itinerari diretta da Francesco Rossi, un amico la cui vicenda umana si è troppo presto conclusa. L’anno, il 1967, ahimè quasi vent’anni fa.

Il luogo: la sede della Dc di Milano. “Chi parla, seduto nervosamente su un divano, alzandosi di scatto come per inseguire altre idee o una telefonata, non è il direttore generale di una industria all’avanguardia, ma Giovanni Marcora, segretario provinciale della Dc milanese. Marcora, è un personaggio quasi leggendario per la sinistra democristiana di tutta Italia. Marcora, che sembra rappresentare l’uomo dell’organizzazione e dell’efficienza anche in politica, a ben guardare impersona, nel suo generoso volontarismo e nell’intransigente spirito critico (“sono entrato nella resistenza per desiderio di libertà e ne sono uscito civile”, egli dice) le ansie, le contraddizioni e, soprattutto, il realismo politico della sinistra democristiana milanese…Marcora non ambisce ad essere leadership ideologica, non è soltanto il manager politico che sa raccogliere i voti per la Dc e quelli preferenziali per i suoi amici, ma il politico conoscitore di uomini e di situazioni che ha compreso come, muovendosi da posizioni di sinistra, si possano interpretare le esigenze di un elettorato popolare qual è quello di Milano e del suo vasto hinterland”.

Di quel periodo milanese quasi non esistono tracce: almeno nelle ricostruzioni. Eppure, basterebbe andare a spulciare la collezione del Popolo lombardo, riguardare le stesse annotazioni di Marcora, rileggere, con più distacco, se si vuole, purché con spirito di verità, il complesso delle vicende che precedettero la fase della contestazione giovanile ed operaia, che fra l’altro coincise col matricolato di “Albertino” nella vita parlamentare, per comprendere cosa Marcora ha rappresentato per un’altra leva di politici, dopo quella che gli era stata a fianco nella fase più gloriosa del noviziato e della costruzione della corrente di Base.

Di quei momenti varrebbe la pena di rammentare le tensioni, le passioni, le incomprensioni. Di alcune dice Giovanni Galloni, nel discorso del 6 febbraio 1986 al Museo del Duomo di Milano il cui testo viene qui riproposto anche per rispondere ad un desiderio espresso da tanti giovani presenti a quell’incontro, organizzato dal Centro culturale “Puecher”, così bene animato dal suo presidente, avvocato Dittrich.

Mi limito a ricordare alcuni riferimenti – Nicola Pistelli, Vincenzo Gagliardi, e gli incontri di via Brera, via Santa Eufemia, via Cosimo del Fante – così cari alla memoria di quella limitata pattuglia che, con Marcora e sotto il suo quotidiano stimolo, animò le battaglie della Base contrassegnando un lungo periodo, certa-mente il più fervido di idee e di apporti di nuove leve intellettuali e giovanili alla democrazia cristiana.

Anche Giovanni Di Capua porge qui un suo contributo alla conoscenza di “Albertino” Marcora, scegliendo la testimonianza su uno strumento di azione politica, la agenzia Radar, di cui egli stesso è stato inventore e attore. Non è la storia di quella agenzia, che viene proposta, ma la spiegazione della sua origine, cui moltissimo si deve appunto alla fantasia di Marcora, lombardo deciso a far valere nuove idee in campo nazionale e però attento a stabilire un caposaldo nell’osservatorio politico per eccellenza, Montecitorio.

Ai giovani che poco sanno o che troppo poco conoscono se non per informazioni distorte fornite da chi non aveva interesse alcuno ad esporre fatti, situazioni, personaggi e idee per ciò che veramente furono e per ciò che effettivamente erano in grado di significare nella vicenda politica nazionale, i contributi di Giovanni Galloni e di Giovanni Di Capua, possono tornare utili: se non altro, a sapere come si faceva politica un tempo, nel disinteresse personale, pensando a far crescere gli altri, a sentirsi paghi solo di aver partecipato alla definizione di un grande rivolgimento ideale.

Non si potrebbe concludere una sia pur rapida carrellata su Giovanni Marcora senza rammentare gli uomini che nella sua vita, ed in quella della Dc, hanno lasciato una loro impronta profonda.

Sono, quasi elencandoli: dopo Alcide De Gasperi, il presidente della ricostruzione, Enrico Mattei, soprattutto per quello ch’egli rappresentò nella lotta di liberazione, “scuola di coraggio civile e di virtù eroiche”, oltre che per la fondazione dell’Eni; e, ancora, Giovanni Gronchi, con le speranze che suscitò col suo avvento al Quirinale, ed Ezio Vanoni, con le sue lezioni di politica economica non disgiunte da consigli di vita e da una solidarietà nella medesima battaglia interna alla democrazia cristiana; e, infine, Aldo Moro, cui “Albertino” guardava con rispetto, avvertendone il fascino intellettuale, criticandone le lentezze operative, e che, tuttavia, seppe tradurre le prospettazioni politiche della Base nella politica dei governi di centro sinistra, portando tutto il partito laddove uno sparuto nugolo di giovani aveva da tempo detto che fosse giusto andare.

Marcora, però, ebbe per somma maestra la vita, i fatti della gente operosa, le idee miranti all’avvenire. Quella fu la sua vera scuola. Su di essa fondò la sua azione di governo. Per questo riuscì a farsi capire anche all’estero, dove l’Italia di Marcora veniva guardata con rispetto, non coi paraocchi di detrattori o imbonitori, individui estranei ad una cultura europea quale “Albertino”, l’opposto dell’intellettuale, pure possedeva.

 

Per approfondimenti e ulteriori informazioni

https://www.centrostudimarcora.it/index.php