GONELLA A CROCE: NON CONFONDERE I DEMOCRATICI (CRISTIANI) CON I LIBERALI. VALE OGGI PER CALENDA?

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“Il Popolo” del 17 agosto 1944 pubblicava con il titolo “Liberalismo e democrazia” un editoriale (qui riprodotto integralmente) di Guido Gonella. Il direttore del quotidiano ufficiale della Dc spiegava come “la democrazia può allearsi con il liberalismo ma non confondersi con esso”. E la democrazia di Gonella si chiamava “cristiana” per distinguersi dalla democrazia degli atei o dei laici. La rilettura di questo articolo può essere utile oggi nel confronto tra cattolici democratici e liberal-democratici, immaginando una nuova convergenza strategica tra Pd e Azione-Italia Viva. 

La fusione del Partito Liberale con la Democrazia liberale appare un contributo alla semplificazione della politica dei partiti che soffre di congestione. È da augurarsi che l’esempio sia seguito, sicché il panorama politico italiano risulti più lineare. A patto però che per uscire da un equivoco non si incorra in nuovi equivoci.

Certamente, preferiamo i liberali liberali a quei liberali che con il Gentile arrivavano a identificare liberalismo e fascismo, oppure a quelli che cercano di puntare sull’identificazione di liberalismo e democrazia.

Il liberalismo è imperniato sul concetto di libertà individuale, mentre la democrazia preferisce insistere su una libertà che sia ancorata sull’uguaglianza alla quale tiene non poco.

Il liberalismo prima di essere un sistema politico è una filosofia individualistica: la democrazia invece parte da un presupposto anti-individualistico ed è una filosofia della società che si propone di difendere i diritti della persona umana nella società e di disciplinare i rapporti Inter-individuali.

Iniziativa privata e libero gioco sono l’anima del sistema liberale, mentre il sistema democratico costruisce sulla disciplina dell’iniziativa individuale in funzione delle esigenze della giustizia sociale, senza la quale non vi è libertà concreta. E così via. Cioè, la democrazia può allearsi con il liberalismo ma non confondersi con esso; vi può essere una cooperazione di clientele e suffragi (Giolitti – dice il Croce – traduceva in pratica le idee di Sonnino), ma l’organizzazione delle clientele e delle maggioranze parlamentari ha ben poco da vedere con le idee e le fedi politiche.

Perciò, non si comprende come il Croce, il quale pure ammette l’esistenza di «differenze teoriche e storiche tra il liberalismo e democrazia», possa considerare questa come «sinonimo» di quello.

L’esperienza storica della dittatura militare e plebea, della dittatura dei violenti e dei profittatori, ha certamente contribuito alla riabilitazione storica della dittatura amministrativa e burocratica del giolittismo; ma chi sventola nel 1944 il nome di Giolitti, fa l’impressione di un convalescente che parla con nostalgia delle prime fasi della sua malattia.

Il liberalismo ha ben altre idee ed altri nomi da porre sulla sua bandiera, e se non vuol ridursi a quel conservatorismo che Mario Ferrara nel suo discorso dell’Eliseo ha giustamente distinto e separato dal liberalismo, deve avere la forza e l’originalità di dare una nuova vita alla grande idea libertaria.

Noi, non liberali, non possiamo non desiderare che il liberalismo – per portare il suo contributo alla ricostruzione che a tutti sta a cuore – sia anzitutto se stesso. Sia, cioè, un vero liberalismo a cui la qualifica di riformista, se pure può servire a sottolineare il suo anticonservatorismo, aggiunge ben poco. Solo gli indotti, o i finti indotti, possono confondere conservatorismo e liberalismo, orientamenti che almeno la vita politica inglese ci ha abituati a distinguere nettamente.

Quanto all’aggettivo «cristiana» della nostra democrazia che disturba dell’Italia nuova (organo di un partito che, mancando di sostantivo, va alla caccia degli aggettivi di altri partiti), precisiamo che la nostra democrazia si chiama cristiana appunto perché esiste una democrazia atea, laica, ecc. Al contrario, il riformismo deve essere implicito nell’idea di un liberalismo che non voglia tramontare nei pantani di una politica conservatrice, che non voglia ridursi alla difesa di classi privilegiate secondo l’accusa che ad esso muovono i suoi avversari.