Gualtieri a centocelle parte con il piede sbagliato. “Io amo la mia città” non è una proposta politica.

La prima uscita di Gualtieri a Centocelle ha deluso le attese.

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La prima uscita di Gualtieri a Centocelle ha deluso le attese.  Il candidato del Pd, incoronato da Letta come sicuro Sindaco di Roma mentre si allestiscono in pompa magna le primarie per decidere a questo punto non si sa bene cosa, avrebbe dovuto lanciare un messaggio di ampio respiro. Invece sì è prodigato in generiche affermazioni, soprattutto facendo leva sulle opportunità collegate ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), perché “Roma abbia la parte che ad essa spetta di queste risorse per farne una città più bella, più verde, più unita e più giusta”.

È un impegno generoso ma non concreto, senza un’anima politica e una intelaiatura programmatica. Nessuno pretende in questa fase che sia sciorinato l’elenco delle mille iniziative future, né che si definisca a spron battuto il discorso sulle necessarie compatibilità economiche. E tuttavia, se si affronta il lungo percorso elettorale con la convinzione di essere il vincitore predestinato, una maggiore nitidezza di approccio si rivela obiettivamente necessaria.

Centocelle è un quartiere che non è più la periferia dei romanzi di Pasolini. Aveva in passato un valore strategico.
Nel 1970, in occasione del centenario di Roma Capitale, doveva trasformarsi in un moderno e razionale agglomerato urbano. Era il progetto, voluto dalla Dc, di “Roma ‘70”: la prima grande operazione urbanistica per innervare l’ambiziosa strategia dell’Asse attrezzato, sul quale insisteva il Sistema Direzionale Orientale (SDO), così come previsto dal Piano regolatore del 1962-1965. Da sempre, sul punto, l’opposizione comunista aveva manifestato la sua sostanziale contrarietà.

È stata la Giunta Rutelli, all’inizio del primo mandato, a decretare la fine dello SDO. Galeotto fu il ritrovamento di alcuni reperti archeologici nell’area del vecchio aeroporto militare, sicché Centocelle ha perso di colpo la sua centralità nel ridisegno complessivo della Capitale. Adesso, pertanto, è un quartiere non privo d’identità, orgogliosamente aggrappato alla sua struttura di “città nella città”, ma nondimeno sospeso tra speranza e frustrazione. Senza la proiezione immaginata con lo SDO, Centocelle sopravvive alle proprie aspettative di un tempo, accettando in qualche modo la logica della rassegnazione.

Certo, se Gualtieri fosse andato a Centocelle con lo spirito dello studioso di storia, quale egli è per molti in forma eminente, avrebbe potuto affondare le mani nel grande pozzo delle battaglie sbagliate del Pci e da riformatore onesto, pensando agli errori passati del partito cui si lega la sua formazione politica, avrebbe avuto finanche la possibilità di “fare autocritica”, come suol dirsi, accennando magari alla ripresa di un disegno importante per la città, se non identico almeno simile, per qualità e significato, a quello dello SDO. Non lo ha fatto perché forse, di farlo, non gli è passato nemmeno lontanamente per la testa. Ha fatto solo un’uscita qualunque, in un quartiere qualunque, con un discorso qualunque, tanto per annunciare che la sua aspirazione è rendere felice, dopo la Raggi, i cittadini romani.

Guardare ai prossimi 20 anni, come ottimamente propone Gualtieri, non vuol dire organizzare il surf degli ammiccamenti per esaltarsi al canto di “Io amo Roma”. È troppo e troppo poco, al tempo stesso, specie se la divisione che segna questa candidatura, fuori da un accordo con Calenda, rende l’amore per la città un sentimento a rischio per la divisione dell’elettorato riformista.